Mandrione

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Via Casilina Vecchia

Il Mandrione è un'area urbana del IX Municipio di Roma Capitale. È posto alla destra del tratto iniziale della via Casilina, nel quartiere Q.VIII Tuscolano.

Prende il nome dalla via che la attraversa, da via Casilina (altezza Pigneto) a via Tuscolana (altezza Porta Furba), la quale a sua volta si rifà all'antica usanza di portare nei prati di allora mandrie a pascolare.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La ferrovia dal ponte di via Casilina Vecchia

La zona fu inizialmente occupata dagli sfollati del bombardamento di San Lorenzo del 1943, che vi costruirono delle baracche sotto gli archi dell'acquedotto Felice. Successivamente, dagli anni '50, divenne famosa come zona di zingari e prostitute.[senza fonte]

Il Mandrione è citato in diverse opere letterarie e cinematografiche, fra tutte quelle di Pier Paolo Pasolini che è stato anche spesso ritratto mentre passeggiava per via del Mandrione e nei suoi dintorni.

Nonostante l'intento politico e culturale volto a riqualificare l'area, via del Mandrione rimase fortemente degradata fino alla seconda metà degli anni '70, quando il lavoro svolto dal 1975 al 1984 da Angelina Linda Zammataro, nota anche come Linda Fusco - psicologa e pedagogista, fondatrice del metodo della psicoanimazione - riuscì a dare una svolta risolutiva, tanto che, negli anni successivi, il Mandrione è diventato una zona residenziale dalla viva attività artigianale, dove, affiancati all'acquedotto, si alternano esercizi commerciali, anche di una certa eleganza,[senza fonte] palazzine, officine, botteghe di artigiani, treni (almeno 3 linee ferroviarie si snodano intorno alla via principale).

Progetti artistico-culturali sul Mandrione[modifica | modifica wikitesto]

Di grande interesse l'inchiesta svolta nell'aprile del 1956 dall'antropologo Franco Cagnetta e dal fotografo Franco Pinna (1925-1978). Supportata dall'editore Giangiacomo Feltrinelli, fu seguita da vicino da importanti personaggi della cultura come Elsa Morante, Goffredo Parise e Pier Paolo Pasolini.[senza fonte]

Partiva, con la visita al Mandrione, un ampio progetto sulle borgate romane e si innestava su una ricerca di Giorgio Nataletti e Diego Carpitella sulle usanze coreutico-musicali degli zingari residenti nelle vicinanze della via Casilina. Le danze e le musiche rom furono perciò oggetto di una documentazione integrata, che associava le fotografie di Pinna alle registrazioni sonore.[senza fonte]

Il progetto proseguì con la visita della zona delle prostitute, verso la via Tuscolana, giungendo fino alle baracche dell'Acquedotto Felice. La documentazione fotografica realizzata da Pinna in questo frangente viene ritenuta fra le più importanti di tutta la fotografia neorealistica.[senza fonte]

Dal degrado all'integrazione[modifica | modifica wikitesto]

Linda Zammataro sale al Campidoglio con la zingara Maria

Linda Zammataro, durante la sua sperimentazione nella scuola elementare "G. Cagliero" nel quartiere Appio-Tuscolano di Roma, si trovò ad affrontare il problema dell'integrazione degli zingari nella scuola. La scientificità del suo metodo la portò a prendere visione dell'ambiente famigliare dei bambini della comunità ROM del vicino vicolo del Mandrione. Le condizioni di vita erano inaccettabili: roulotte e baracche erano immerse nel fango e mancava l'acqua corrente. Non era possibile pensare all'inserimento nella scuola - presupposto essenziale per l'integrazione nella società - senza prima risolvere degnamente il problema abitativo. Così iniziò una lunga operazione politico-culturale che portò alla creazione di una coscienza civica negli zingari lì residenti. Dopo una lunga mobilitazione, che ha visto la realizzazione per la RAI di due documentari dal titolo Al margine e Zingari del Mandrione - regia di Gianni Serra - la produzione delle mostre Crescere zingaro al Mandrione e Zingaro a tre anni presentata al Continente Infanzia, Angelina Linda Zammataro riuscì a fare assegnare dal Comune di Roma agli zingari e ai baraccati di via del Mandrione degli alloggi popolari a Spinaceto[1], periferia sud di Roma.

Gli zingari del Mandrione traslocano dalle loro baracche sotto la supervisione di Linda Zammataro

L'abbandono del Mandrione da parte dei suoi ‘‘abitanti coincise con l'abbattimento delle baracche per impedire che le stesse venissero occupate da altri disperati. Da quel momento ha avuto inizio il processo di riqualificazione e di recupero del territorio.

"Un modello d'intervento"[modifica | modifica wikitesto]

Documento originale, tratto dal volume A scuola con il mondo [vedi bibliografia] e relativo alla scheda del film-documentario Al margine.

Zingari del Mandrione. Un modello d'intervento[2]

Denominazione. Z come zingari. Inserimento dei nomadi all'interno della scuola dell'obbligo.

Luogo di intervento. Quartiere Appio-Tuscolano, Borgata Mandrione.

Struttura dove si è svolta l'esperienza. Scuola elementare "Giovanni Cagliero", all'interno del laboratorio d'animazione-spazio di sperimentazione

Partecipanti alla esperienza. 40 bambini della comunità nomade del Mandrione; insegnanti iscritti al laboratorio, incluso il Direttore Didattico; insegnanti di sostegno dei nomadi; genitori dei bambini zingari; operatori della cooperativa Collettivo G; un regista, un tecnico televisivo.

Finanziamenti. RAI Dipartimento Scuola Educazione

Breve descrizione del soggetto. L'attore principale è un piccolo zingaro, proveniente da una comunità rom stanziale. La scuola, con la propria impostazione cristallizzata, sa poco o nulla del mondo zingaro, la sua unica preoccupazione è quella di trasmettere le regole della nostra cultura, con valori e criteri sociali condivisi. Il film vuole sottolineare come il bambino zingaro sia fatalmente portato a ripercorrere le tappe dei propri genitori, e come la scuola e la società, in genere, concorrano a ciò. Le informazioni che il film si propone di dare vogliono offrire un contributo per un effettivo inserimento degli zingari nella scuola e nella società.

Motivazione generale. L'impegno più urgente e importante per l'istituzione scolastica è inserire i bambini nelle scuole comuni, quale premessa di una reciproca, futura, accettazione di sedentari e di nomadi, nomadi che dovrebbero rappresentare, ancora oggi, una via d'uscita, una cultura alternativa alla massificazione di cui tutti, più o meno, siamo vittime. Con la scuola, si può conoscere la realtà zingara, le sue difficoltà, i problemi effettivi che l'emarginazione comporta. La scuola, quale struttura aggregante presente sul territorio, è in grado di dare agli zingari modelli comportamentali per orientarsi in una società diversa dalla loro, al fine di fornire strumenti necessari per muoversi nel mondo del lavoro. Il problema concreto è, infatti, che lo zingaro lavori, che non sia ignorante, che eviti l'accattonaggio. Sono questi gli obiettivi veramente importanti. Inserimento, quindi, non significa portare via gli zingari dalla loro cultura e dalle loro radici. Significa, piuttosto, far conoscere queste persone, favorendo una presa di coscienza del loro valore, presso le famiglie gagé, ma anche presso gli stessi bambini zingari e le loro famiglie. Inserimento significa, dunque, valorizzare gli aspetti interessanti del nomadismo, come, ad esempio, la possibilità di aver visto tante cose, il numero elevato di esperienze, la ricchezza della loro tradizione, nel contempo, però, fornendo ai bambini i valori di una società che lavora, che lotta, che cambia, che si trasforma.

Motivazione particolare. La ragione per la quale si è intervenuti nella Scuola "Cagliero" è stata la presenza di circa 40 bambini zingari da inserire. E come per gli handicappati, l'inserimento dei nomadi nella comunità scolastica avviene, normalmente, senza strumenti, senza informazioni, senza corsi di aggiornamento degli insegnanti, senza alcuna reale conoscenza del mondo zingaro e con molti pregiudizi che, insegnanti e genitori dei bambini non zingari, portano con sé. Lo scopo dell'intervento era ottenere un reale inserimento degli zingari, come "diversi", all'interno della Scuola "Cagliero", ma non costringendo il "diverso" ad accettare come "normale" ciò che non apparteneva alla sua cultura. Piuttosto, usando una serie di linguaggi, ad esempio, quello musicale, fotografico, grafico, mimico-gestuale e non solo quello verbale e scritto, da sempre privilegiati dalla scuola ufficiale. I ragazzi zingari avrebbero potuto portare, in questo modo, un contributo di informazioni, di idee, di creatività ai ragazzi non zingari. Avrebbero dato il loro apporto in maniera da realizzare un effettivo scambio di informazioni e di valori, affinché quelli che potevano diventare patrimonio comune della classe non fossero, acriticamente, i valori ufficiali del bambino buono e bravo che sa a memoria le cose, ma fossero valori effettivi, nati dallo scambio e dal contatto culturale. I bambini gagé, a loro volta, possono fornire modelli contrari all'accattonaggio o alla pratica del non lavoro o, ancora, presentare un ruolo diverso per la bambina; tutti valori che la comunità rom non possiede. Si tratta, dunque, di uno scambio, di un contatto tra due realtà. E da questo incontro nasce una possibile nuova cultura. Un tale processo di conoscenza avrebbe portato naturalmente al superamento dei pregiudizi che insegnanti e genitori avevano nei confronti dei nomadi. Per estendere, poi, l'eliminazione dei preconcetti anche al di fuori della scuola, diventava necessario entrare in contatto con le molteplici situazioni in cui sono immersi i bambini zingari, relazionarsi a tutte quelle forze del territorio che avrebbero continuato a operare per un loro reale inserimento nella scuola e nel quartiere. Un altro obiettivo era coinvolgere la scuola e il territorio con le sue realtà operanti, quali il sindacato, il Comitato di quartiere, la Circoscrizione, al fine di avviare la soluzione di uno dei più grossi problemi che condizionano pesantemente gli zingari: il problema della casa. L'esperienza, dunque, non doveva limitarsi alla scuola e al territorio dove essa sorge, ma doveva servire da realtà ripetibile altrove, come esperienza pilota che avesse una risonanza per un possibile contributo da fornire alle Istituzioni. Per raggiungere quest'ultimo obiettivo, ci si è collegati alla televisione con la realizzazione di uno sceneggiato che facesse conoscere la realtà del bambino zingaro a centinaia di migliaia di spettatori, i quali potessero avere, così, una controinformazione, in quanto vera informazione. Ecco, allora, l'idea di un progetto, da parte della cooperativa Collettivo G, da presentare alla televisione. Questo progetto, che porta la firma e la consulenza, come autrice del soggetto, di Linda Angela Fusco, ha incontrato l'interesse della prima struttura del Distretto Scolastico che ha promosso uno sceneggiato sulla vita del bambino zingaro nella scuola, nel contesto familiare e nella cultura zingara in generale [La successiva limitazione del budget, messo a disposizione dalla RAI, permise la produzione della sola parte concernente l'inserimento del bambino zingaro nella scuola e nel contesto familiare. N.d.C.].

Metodologia. Si è utilizzato uno spazio interno alla scuola, cioè, il laboratorio di animazione-spazio di sperimentazione, concesso dalle autorità scolastiche e gestito da insegnanti, genitori, operatori del Collettivo G, équipe psicopedagogia, con la partecipazione dei ragazzi della scuola, e delle forze di governo del territorio, dalla Consulta, al Comitato di quartiere. Personalmente, mi sono recata in loco, prendendo contatto con la realtà umana e con le condizioni di vita degli zingari. Ho cercato di spezzare la loro estrema diffidenza nei confronti di gente che, fino ad allora, veniva vista solo come persecutrice. Gente, cioè, che costringeva i figli ad andare a scuola; da un lato, sottraendoli al manghel, guadagno certo, e dall'altro, opprimendoli con richieste riguardanti l'igiene e l'apprendimento scolastico, che essi non erano nella possibilità di soddisfare. Inoltre, per circa trent'anni, si erano avvicendate molte persone che, con varie qualifiche, avevano fatto tante promesse per togliere questa gente dalla miseria, ma poi non era successo mai niente. Io ho preso conoscenza e coscienza della loro difficile esistenza. Certamente, non era possibile usare i questionari e gli strumenti comuni della sociologia e nemmeno i registratori. All'inizio, il problema è stato solo di dialogo, di aprire, cioè, un discorso sulle difficoltà più generali vissute dai Rom del Mandrione: difficoltà legate ai figli, al lavoro, alla casa, alla scuola, alle malattie. Dopo una iniziale ostilità, gli zingari, vedendo che la persona che frequentava il campo era la stessa che aveva un reale rapporto con i loro figli nella scuola e non prometteva miglioramenti, se non a condizione che ci fosse una loro ampia partecipazione, si sono mostrati infine disponibili. Il primo momento è stato, dunque, quello di conoscersi, per spezzare la iniziale diffidenza. In un secondo momento, è stato poi possibile l'uso della registrazione. Lentamente, dietro la mia sollecitazione e le mie domande, dai racconti dei bambini è affiorato il loro mondo infantile, le loro paure, le loro speranze: era un camminare dentro. Le testimonianze degli adulti, invece, hanno riguardato il ruolo della donna nella famiglia e nella loro cultura, le tradizioni ancora vive nel campo, come il matrimonio, il lavoro, la scuola, i rapporti con i figli, la religione. Hanno riguardato la rabbia contro i gagé o contro coloro che li disprezzano, la polizia che sembra perseguitarli, contro le maestre che allontanano continuamente i loro figli, perché hanno i pidocchi e sono sporchi, la rabbia contro chi non li vuole a lavorare, perché sono zingari. La metodologia usata è stata quella del coinvolgimento umano e si è sviluppata nei seguenti punti:

  1. dialogo iniziale, nel senso di una costante e diretta partecipazione alla vita di queste persone, al fine di conoscerle e di spezzare la loro diffidenza. Ciò ha portato a una sempre maggiore possibilità di comunicazione.
  2. raccolta del materiale concernente la loro storia personale, accumulato anche grazie all'uso della registrazione;
  3. messa a fuoco delle problematiche più significative e urgenti che impediscono ai nomadi di integrarsi e di vivere una vita umana, in vista di operare un reale cambiamento.
  4. produzione e circuitazione del film, per far conoscere al contesto sociale e istituzionale l'emarginazione e la realtà degli zingari, apportando una visione diversa, in grado di sviluppare un'empatia nei loro confronti.

Il cuore di questo modello di intervento era permettere allo zingaro di diventare autore e attore della propria vita, di divenire soggetto pensante, di poter dire "io ci sono". È la prima volta che in Italia si dà vita a una simile esperienza.

Zone limitrofe[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti[modifica | modifica wikitesto]

Ferrovia Roma-Pantano.svg
 È raggiungibile dalla stazione Villini.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ C. Di Rienzo, M. Cappellani (a cura di), ‘‘A scuola con il mondo, Roma, Castelvecchi, 2010, p. 127 e p. 281.
  2. ^ Documento redatto dal Collettivo G. (Gramsci), cooperativa di servizi e produzione culturale, costituita a Roma con atto notarile - rep. n. 25575 - in data 11 aprile 1975, di cui Angelina Linda Zammataro fu co-fondatrice.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Invito al Mandrione in Invito a..., Roma, Palombi Editori, novembre 2002, ISBN 978-88-7621-279-6.
  • Caterina Di Rienzo e Massimo Cappellani (a cura di), Angelina Linda Zammataro: A scuola con il mondo. Un'esperienza modello, un modello di esperienza, Roma, Castelvecchi, 2010, ISBN 978-88-7615-509-3.
  • Alessandro Giangrande e Adriana Goni Mazzitelli (a cura di), Mandrione metropolitano. Pratiche e strategie di riappropriazione della città. Il caso di via Casilina vecchia e via del Mandrione a Roma, Roma, Aracne Editrice, 2011, ISBN 978-88-548-4351-6.
  • Angelina Linda Fusco Zammataro, Crescere zingaro in Lacio Drom, nº 2, Roma, Centro Studi Zingari, 1980, pp. 25-31.
  • Angelina Linda Fusco Zammataro, Relazione su Teodoro in Lacio Drom, nº 1, Roma, Centro Studi Zingari, 1984, pp. 41–45.
  • Romeo Martinez e Bryn Campbell (a cura di), Franco Pinna in I grandi fotografi, Milano, Fabbri Editori, 1982.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Coordinate: 41°52′33.31″N 12°32′12.23″E / 41.87592°N 12.536731°E41.87592; 12.536731

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