Interferoni

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Gli interferoni (IFN) sono una famiglia di proteine prodotte sia da cellule del sistema immunitario (globuli bianchi) sia da cellule tissutali in risposta alla presenza di agenti esterni come virus, batteri, parassiti ma anche di cellule tumorali. Gli interferoni appartengono alla vasta classe di glicoproteine note come citochine.

La loro funzione specifica è quella di:

  • inibire la replicazione di virus all'interno delle cellule infette;[1]
  • impedire la diffusione virale ad altre cellule;
  • rafforzare l'attività delle cellule preposte alle difese immunitarie, come i linfociti T e i macrofagi;
  • inibire la crescita di alcune cellule tumorali.

Gli interferoni agiscono in questo modo:

  • si legano alla membrana delle cellule e ne stimolano la produzione di enzimi antivirali;
  • quando un virus attacca una cellula attivata dall'interferone, non riesce a moltiplicarsi a causa degli enzimi antivirali;
  • si verifica quindi un arresto o un'attenuazione dell'infezione.

Avvertenze[modifica | modifica sorgente]

Individualizzazione del dosaggio[modifica | modifica sorgente]

Il dosaggio di interferone (IFN) può essere modificato a seconda della risposta individuale. Si consiglia di iniziare il trattamento con basse dosi di interferone e poi aumentarle progressivamente per limitare la comparsa di effetti collaterali. In caso di gravi effetti collaterali dimezzare la dose somministrata e/o sospendere temporaneamente il trattamento; se nonostante queste misure tali effetti continuassero a persistere, valutare la sospensione definitiva dell’interferone[2].

Somministrazione intramuscolare[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione intramuscolare dell’interferone alfa (IFN alfa) va effettuata nella regione deltoidea o glutea alternando la sede di inoculo[2].

Somministrazione sottocutanea[modifica | modifica sorgente]

Questo tipo di somministrazione rappresenta la somministrazione di scelta in caso di trombocitopenia (piastrinemia inferiore a 50000/mm³)[2].

Perfusione per endovena[modifica | modifica sorgente]

In caso di somministrazione di interferone (IFN) per perfusione endovena, la durata della perfusione deve essere almeno di 30 minuti[2].

Necrosi al sito di iniezione[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) beta può provocare necrosi al sito di iniezione. Monitorare la formazione di lesioni cutanee con gonfiore e/o suppurative. Nei pazienti con lesione singola, la terapia con interferone beta può essere continuata; nei pazienti con più lesioni, la terapia deve essere sospesa fino a cicatrizzazione delle lesioni. Per ridurre il rischio di necrosi al sito di iniezione, adottare misure asettiche e cambiare ogni volta il sito di inoculo. Il ricorso ad un autoiniettore riduce l’incidenza di eventi avversi al sito di inoculo[2].

Sindrome simil-influenzale[modifica | modifica sorgente]

La sindrome simil-influenzale rappresenta uno degli effetti collaterali più frequenti della terapia con interferone (IFN). Tende ad attenuarsi e/o scomparire con il proseguimento della terapia, ma può indurre uno stato debilitante importante nel paziente. In caso di comparsa di sintomi di tipo influenzale, somministrare paracetamolo e/o ridurre il dosaggio di interferone[2].

Monitoraggio durante terapia con interferone[modifica | modifica sorgente]

Effettuare il controllo dei parametri ematologici, epatici e renali prima di somministrare interferone (IFN) e ripetere tali esami con cadenza periodica durante la terapia. Durante la sorveglianza postmarketing, l’uso di interferone beta è stato associato a comparsa di epatite, epatite autoimmune, aumento significativo delle transaminasi epatiche, insufficienza epatica acuta. Il rischio di tossicità epatica potrebbe aumentare nei pazienti in terapia con farmaci con nota epatotossicità o in presenza di comorbidità (malattia metastatica, infezione grave, sepsi, etilismo). La somministrazione di interferone beta in caso di grave insufficienza renale, epatica e mielodepressione richiede cautela[2].

Incremento delle transaminasi epatiche[modifica | modifica sorgente]

Durante la terapia con interferone (IFN) sono stati osservati aumenti significativi dell’alanina aminotransferasi (ALT) e dell’aspartato aminotransferasi (AST). Sia con interferone alfa in pazienti con epatite cronica B e C sia con interferone beta in pazienti con sclerosi multipla recidivante sono stati osservati aumenti significativi dell’alanino aminotransferasi (ALT). Analoghe osservazioni sono state fatte anche con interferone gamma nei pazienti con malattia granulomatosa cronica. Con interferone gamma sono stati osservati aumenti a carico di entrambe le transaminasi AST e/o ALT fino a 25 volte il limite superiore normale, in particolare in bambini con meno di 12 mesi. I bambini trattati con interferone gamma devono controllare le transaminasi con cadenza mensile e in caso di incremento, valutare un aggiustamento del dosaggio del farmaco. In assenza di ittero o scompenso epatico, la terapia con interferone può essere proseguita; valutare un’eventuale riduzione del dosaggio di interferone se il valore della transaminasi sale eccessivamente. In assenza di sintomi clinici i livelli sierici di ALT devono essere valutati prima di iniziare la terapia con interferone e successivamente con cadenza periodica (es. con interferone beta la valutazione è trimestrale). Nei pazienti in terapia con interferone alfa per il trattamento dell’epatite cronica B o C, il monitoraggio dei parametri di funzionalità epatica (ALT, bilirubina, albumina, fosfatasi alcalina e tempo di protrombina) deve essere effettuata ogni due settimane fino alla 16ª settimana quindi ogni due mesi. Se si verifica aumento dei livelli sierici di ALT, i parametri di funzionalità epatica devono essere valutati ogni due settimane. L’alterata funzionalità epatica potrebbe indurre un prolungamento degli indici di coagulazione. In caso di ittero o scompenso epatico, la terapia con interferone (alfa, beta e gamma) deve essere sospesa[2].

Depressione, ideazione di suicidio[modifica | modifica sorgente]

L’interferone (IFN) può indurre depressione sia in pazienti adulti (circa un terzo dei pazienti con interferone alfa) sia in pazienti pediatrici. In alcuni pazienti, la terapia con interferone può indurre ideazione suicidaria o tentativo di suicidio. Nei pazienti pediatrici trattati con interferone alfa, l’incidenza di depressione e ideazione suicidaria è risultata maggiore rispetto alla popolazione adulta. L’interferone alfa è stato associato anche a comportamento aggressivo, disturbi bipolari, mania, confusione, labilità emotiva, alterazione dello stato mentale. Monitorare segni o sintomi riconducibili alla comparsa di uno stato depressivo durante la terapia con interferone. Lo stato depressivo deve essere trattato in modo adeguato. Nei pazienti che non rispondono alla terapia antidepressiva e presentano gravi sintomi psichiatrici interrompere la terapia con interferone. L’interferone alfa è controindicato nei bambini con gravi sintomi psichiatrici[2].

Convulsioni[modifica | modifica sorgente]

L’interferone beta e l’interferone gamma devono essere somministrati con cautela nei pazienti con anamnesi positiva per convulsioni o che sono in terapia con farmaci antiepilettici, in particolare nei pazienti non adeguatamente controllati. L’interferone alfa è controindicato nei pazienti con compromissione del sistema nervoso centrale[2].

Patologie autoimmunitarie[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) a pazienti con patologie di tipo autoimmunitario può indurre esacerbazione della patologia stessa. Nei pazienti in terapia con interferone α-2a sono state riportate vasculite, artrite, anemia emolitica, disfunzione tiroidea e sindrome lupoide come reazioni di natura autoimmunitaria[2].

Psoriasi, sarcoidosi[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) alfa può esacerbare psoriasi e sarcoidosi. Nei pazienti affetti da psoriasi la somministrazione di interferone alfa induce frequentemente un peggioramento della malattia con conseguente sospensione del farmaco in una percentuale elevata di pazienti[2].

Corticosteroidi[modifica | modifica sorgente]

In caso di epatite cronica B sospendere la somministrazione di corticosteroidi due settimane prima dell’inizio della terapia con interferone (IFN) alfa[2].

Monitoraggio ematologico in pazienti con leucemia a cellule capellute (tricoleucemia)[modifica | modifica sorgente]

Monitorare il tasso di emoglobina, il numero di piastrine, di granulociti (neutrofili), di cellule capellute prima di iniziare il trattamento con interferone (IFN) alfa e, successivamente, una volta al mese; in assenza di risposta clinica, sospendere la terapia non prima di sei mesi[2].

Monitoraggio in pazienti con melanoma maligno[modifica | modifica sorgente]

Nei pazienti con melanoma maligno in terapia con interferone (IFN) alfa monitorare la funzionalità epatica, la conta e la differenziazione dei leucociti una volta alla settimana durante la terapia di induzione e mensilmente durante la terapia di mantenimento[2].

Malattie cardiache[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) beta in pazienti affetti da cardiomiopatia (aritmia, insufficienza cardiaca congestizia, angina) richiede cautela e il monitoraggio dei parametri di funzionalità cardiaca, perché potrebbe verificarsi un peggioramento del quadro clinico. L’interferone alfa è controindicato nei pazienti con anamnesi positiva per malattia cardiaca recente. L’interferone alfa è stato infatti associato a cardiomiopatia, incluso infarto miocardico. Nei pazienti con patologie cardiache preesistenti, l’interferone gamma è stato associato a peggioramento o miglioramento spontaneo della cardiomiopatia (dosi pari a 250 mcg/m2 di superficie corporea); è stato associato a insufficienza cardiaca[2].

Copertura antibiotica[modifica | modifica sorgente]

L’impiego di interferone (IFN) gamma nel trattamento della malattia granulomatosa cronica non esclude il ricorso alla profilassi antibiotica[2].

Tiroide[modifica | modifica sorgente]

L’interferone (IFN) può provocare disturbi alla tiroide sia in senso di un ipofunzionamento che di un iperfunzionamento; può indurre un peggioramento di una patologia già esistente. Queste osservazioni sono state riportate in pazienti trattati con interferone α-2b per epatite cronica C (circa il 3% dei pazienti adulti trattati e il 12% dei pazienti pediatrici) e in pazienti con sclerosi multipla in terapia con interferone beta. Prima di iniziare la terapia con interferone valutare i livelli sierici dell’ormone tireotropo (TSH). Se tali livelli sono anomali, istituire una terapia farmacologica per controllare la funzionalità tiroidea. L’interferone può essere somministrato nei pazienti con disfunzione tiroidea sotto controllo (valori di TSH nella norma). In questi pazienti la funzionalità tiroidea deve essere monitorata periodicamente (ogni 3 mesi nei bambini)[2].

Ipotensione[modifica | modifica sorgente]

L’interferone α-2b può provocare ipotensione il giorno della sua somministrazione fino a due giorni dopo. Il rischio aumenta in caso di pazienti con deplezione di liquidi (disidratazione)[2].

Ipertensione arteriosa polmonare[modifica | modifica sorgente]

Raramente l’interferone (IFN alfa e beta) è stato associato a comparsa di ipertensione arteriosa polmonare. Si raccomanda pertanto di monitorare segni o sintomi riconducibili a questa patologia. Nei pazienti che non rispondono positivamente alla sospensione dell’interferone, valutare la somministrazione di inibitori della 5-fosfodiesterasi, sildenafil o vardenafil[3].

Iperglicemia[modifica | modifica sorgente]

L’interferone (IFN) alfa può indurre un aumento dei livelli di glicemia. Monitorare periodicamente la concentrazione di glucosio nel sangue. Nei pazienti diabetici potrebbe rendersi necessario un aggiustamento della terapia ipoglicemizzante[2].

Malattia polmonare[modifica | modifica sorgente]

L’interferone (IFN) alfa può provocare infiltrazione polmonare, polmonite interstiziale e polmonite anche con esito fatale. Queste osservazioni sono state riportate sia in pazienti con epatite C sia nei pazienti oncologici. L’incidenza di questi eventi avversi è risultata maggiore nei pazienti trattati con interferone alfa che avevano ricevuto shosaikoto, rimedio erboristico cinese per il trattamento delle epatiti. Monitorare segni e sintomi riconducibili a sofferenza polmonare e, nel caso, eseguire gli esami diagnostici adeguati. In presenza di infiltrati polmonari o polmonite interrompere l’interferone alfa[2].

Cefalea[modifica | modifica sorgente]

La cefalea rappresenta uno dei sintomi più frequenti associati all’uso di interferone (IFN). Nei pazienti con sclerosi multipla, lo stesso trattamento con interferone sembrerebbe rappresentare un fattore scatenante la cefalea. In alcuni studi clinici il trattamento con FANS e triptani 6-12 ore prima della somministrazione di interferone beta è risultata efficace nel ridurre l’intensità dell’attacco e la frequenza degli attacchi di emicrania[2].

Alterazioni della vista[modifica | modifica sorgente]

Eseguire un esame della vista prima di iniziare la terapia con interferone (IFN) alfa e monitorare eventuali segni di alterazione visiva durante il trattamento farmacologico, in particolare nei pazienti con patologia di base predisponente a retinopatia (diabete, ipertensione). L’interferone alfa infatti è stato associato a perdita di acuità visiva, riduzione del campo visivo, formazione di macchie, emorragie a carico delle strutture oculari. Nei pazienti che evidenziano un peggioramento della vista valutare l’interruzione della terapia con interferone[2].

Trapianto di rene e fegato[modifica | modifica sorgente]

La terapia con interferone alfa può aumentare il rischio di rigetto[2].

Anticorpi anti-interferone[modifica | modifica sorgente]

Gli interferoni (IFN) possono provocare la formazione di anticorpi; l’incidenza è maggiore con l’impiego della forma sintetica rispetto a quella biologica. Nei pazienti trattati con interferone beta la concentrazione di anticorpi neutralizzanti (NAb) si stabilizza dopo circa un anno di terapia e interessa fra il 3% e il 45% dei pazienti. La variabilità della percentuale di pazienti NAb-positivi dipende in parte dall’immunogenicità della formulazione farmaceutica di interferone beta e dal metodo di analisi non standardizzato. Dai dati disponibili, l’interferone β-1a somministrato per via muscolare risulta essere quello associato al minor tasso di anticorpi neutralizzanti (2-5% vs 14-24% vs 30% rispettivamente con INF beta-1a per via intramuscolare, INF beta-1a per via sottocutanea e INF β-1b)[4][5][6]. È stato inoltre osservato che la concentrazione di NAb aumenta con l’aumentare della dose di interferone beta fino ad un valore soglia, oltre al quale diminuisce[7] e che sussiste una negativizzazione spontanea degli anticorpi NAb, dipendente dal titolo (la presenza degli anticorpi persiste nei pazienti con titoli anticorpali elevati) ma non dal tipo di interferone beta impiegato (Bellomi et al., 2003). In pazienti con sclerosi multipla NAb-positivi, trattati con 375 mcg anziché 250 mcg (dose standard) di interferone (IFN) beta, la probabilità di negativizzazione del titolo anticorpale è risultata significativamente più elevata (HR: 3,41)[8]. È stato osservato che in vivo lo sviluppo di anticorpi anti-interferone ha determinato una riduzione dell’attività biologica; nell’uomo il significato degli anticorpi neutralizzanti non è stato completamente chiarito. Nei pazienti con sclerosi multipla trattati con interferone beta, la comparsa di anticorpi neutralizzanti è risultata ridurre la risposta farmacodinamica all’interferone (il rischio di recidiva nei pazienti NAb-positivi aumenta di sette volte rispetto ai pazienti NAb-negativi)[9][10]. Nei pazienti con singolo episodio demielinizzante (sindrome clinicamente isolata, CIS), la comparsa di anticorpi neutralizzanti ha determinato un aumento significativo delle lesioni nuove attive e delle lesioni T2 rilevate alla risonanza magnetica, senza influenzare l’efficacia clinica della terapia con interferone (tempo di latenza allo sviluppo di sclerosi multipla clinicamente definita; progressione della disabilità del paziente, misurata con la scala EDSS; incidenza di recidive). L’interferone beta (IFN β-1b) ha evidenziato in vitro reattività crociata con l’interferone beta naturale (la rilevanza clinica di questa osservazione non è nota). La persistenza degli anticorpi neutralizzanti nel sangue è elevata, sono infatti rilevabili fino a 6 anni dopo la fine del trattamento con interferone beta. Nei pazienti con sclerosi multipla, in cui la presenza di anticorpi NAb è correlata alla progressione della malattia, il dosaggio degli anticorpi neutralizzanti NAb andrebbe effettuato dopo 12 mesi di terapia con interferone beta. Nei pazienti NAb-positivi con titolo anticorpale alto e persistente la probabilità che la terapia interferonica risulti inefficace è elevata e pertanto, in questi pazienti, andrebbe valutata un’opzione terapeutica diversa dall’interferone beta. Nei pazienti con negativizzazione del titolo anticorpale NAb, è possibile risomministrare il farmaco[2].

Sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada[modifica | modifica sorgente]

Nei pazienti con epatite C trattati con interferone (IFN) è stata riportato raramente la sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada, sindrome infiammatoria con disturbi soprattutto a carico di occhio, orecchio, cute e meningi. Se i sintomi presentati dal paziente portano a sospettare la sindrome di Vogt-Koyanagi-Harada, interrompere l’interferone[2].

Gammopatia monoclonale[modifica | modifica sorgente]

Nei pazienti con gammopatia clonale (produzione di un solo tipo di immunoglobulina anziché dei 5 tipi normalmente presenti nel sangue, G, A, M, D e E) la somministrazione di citochine può indurre la sindrome da alterata permeabilità capillare con conseguente shock e morte[2].

Patologie che richiedono cautela nella somministrazione di interferone gamma[modifica | modifica sorgente]

artrite reumatoide, sclerodermia, trapianto d’organo. L’interferone gamma (IFN gamma) può provocare episodi di recrudescenza in caso di sclerosi multipla[2].

Contraccettivi orali[modifica | modifica sorgente]

Si consiglia di associare alla terapia con interferone (IFN) valide misure contraccettive. L’interferone alfa leucocitario umano (IFN alfa N3) è stato associato a riduzione dei livelli di estradiolo o progesterone nelle pazienti in età fertile, pertanto la terapia con interferone alfa potrebbe ridurre l’efficacia dei contraccettivi orali. Spesso l’interferone è associato a ribavirina che è teratogena, può indurre cioè malformazioni al feto. L’associazione terapeutica interferone-ribavirina richiede l’uso di valide misure di concentrazione da continuare fino a 6-7 mesi dopo il termine della terapia farmacologica, anche quando è il partner ad essere in trattamento con interferone e ribavirina[2].

Terapia oncologica[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) alfa in associazione a farmaci chemioterapici aumenta il rischio di reazione avverse gravi e potenzialmente fatali come mucosite, diarrea, neutropenia, nefrotossicità, alterazioni elettrolitiche. In associazione a idrossiurea, aumenta il rischio di vasculite cutanea[2].

Terapia immunosopressiva[modifica | modifica sorgente]

L’interferone beta (IFN β-1b) non deve essere somministrato in associazione a farmaci immunomodulatori diversi dai corticosteroidi e dall’ormone adenocorticotropo (ACTH) (mancanza di dati clinici)[2].

Terapia antiretrovirale (HAART)[modifica | modifica sorgente]

Nei pazienti con co-infezione HCV e HIV, in terapia antiretrovirale HAART (Highly Active Antiretroviral Therapy, basata sulla combinazione di un inibitore della proteasi più un analogo non nucleosidico più un analogo nucleosidico), l’aggiunta di interferone alfa (IFN alfa) e ribavirina può portare ad un aumento del rischio di scompenso epatico e morte nei pazienti con cirrosi avanzata; di anemia se la terapia antiretrovirale include zidovudina[2].

Igiene orale[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione di interferone (IFN) alfa in associazione a ribavirina è stata associata a disturbi ai denti e alla gengiva con perdita dei denti. La secchezza delle fauci indotta dalla terapia di combinazione potrebbe peggiorare lo stato di salute di denti e gengive. Si raccomanda pertanto di ricorre a valide misure di igiene orale (lavaggio dei denti almeno due volte/die) e di controllo odontoiatrico regolare. In caso di vomito sciacquarsi ripetutamente la bocca[2].

Pazienti pediatrici[modifica | modifica sorgente]

I dati di letteratura relativi a efficacia e sicurezza dell’interferone (IFN) nella popolazione pediatrica sono limitati pertanto gli interferoni non sono raccomandati in questa classe di pazienti, ad eccezione dell’interferone α-2b per l’indicazione relativa all’epatite cronica C. Nei bambini con epatite cronica C trattati con interferone alfa più ribavirina è stato osservato rallentamento della crescita staturale e perdita di peso. La minor crescita in altezza del bambino è stata osservata ancora dopo 5 anni dalla fine della terapia combinata interferone alfa/ribavirina; non è noto il grado di reversibilità di questi effetti. Pertanto la somministrazione di interferone alfa più ribavirina per il trattamento dell’epatite cronica C nella popolazione pediatrica richiede un’attenta valutazione del rapporto rischio/beneficio per il singolo paziente[2].

Gravidanza e allattamento[modifica | modifica sorgente]

La somministrazione in gravidanza e durante l’allattamento di interferone (IFN) può avvenire solo dopo un’attenta valutazione del rapporto rischio/beneficio. In vivo l’interferone α-2b e l’interferone gamma sono stati associati a tossicità riproduttiva. Considerare la teratogenicità della ribavirina quando associata ad interferone alfa (la ribavirina è controindicata in gravidanza). L’interferone beta è stato associato ad un aumento del rischio di aborto spontaneo e di riduzione del peso alla nascita, pertanto il trattamento farmacologico dovrebbe essere sospeso prima del concepimento e non dovrebbe essere iniziato in gravidanza. Gli interferoni sono inseriti in classe C per l’uso in gravidanza[2].

Attività che richiedono attenzione e coordinamento costante[modifica | modifica sorgente]

L’interferone alfa (IFN α-2b) può indurre sonnolenza, stanchezza e confondimento, pertanto evitare attività che richiedano attenzione e capacità di coordinazione prolungate[2].

Ipersensibilità[modifica | modifica sorgente]

In presenza di reazioni di ipersensibilità, la somministrazione di interferone (IFN) deve essere sospesa e deve essere istituito un trattamento di supporto adeguato[2].

Alcool benzilico[modifica | modifica sorgente]

La presenza di alcool benzilico fra gli eccipienti della formulazione farmaceutica a base di interferone (IFN) controindica la specialità medicinale nei bambini con meno di 3 anni di età[2].

Albumina umana[modifica | modifica sorgente]

La presenza di albumina umana nelle specialità contenenti interferone (IFN β-1B, Betaferon) comporta il rischio potenziale di trasmissione di virus[2].

Conservazione[modifica | modifica sorgente]

L’interferone (IFN) alfa deve essere conservato a temperature comprese fra 2 e 8 °C. Può essere conservato a temperatura non superiore a 25 °C per 7 giorni; in questi 7 giorni può essere utilizzato. Dopo questo lasso di tempo l’interferone non può essere refrigerato per un altro periodo di conservazione e deve essere eliminato. L’interferone β-1a presenta caratteristiche di conservazione diverse a seconda della formulazione farmaceutica: al riparo della luce, a temperatura di 2-8 °C per 18 mesi (specialità medicinale Rebif) oppure 24 mesi (specialità medicinale Biogen); oppure a temperatura non superiore a 25 °C per 24 mesi (specialità medicinale Betaferon). L’interferone gamma deve essere conservato a temperature comprese fra 2 e 8 °C[2].

Sommario[modifica | modifica sorgente]

Esistono due tipi di interferoni, che comprendono tre classi principali:

  • alfa (α) e beta (β) (Tipo I)
  • gamma (γ) (Tipo II).

Generalmente gli interferoni possono avere diversi effetti: hanno proprietà antivirali e antioncogene; attivano i macrofagi e i linfociti Natural-Killer; potenziano l'espressione delle glicoproteine di classe I e II del complesso maggiore di istocompatibilità. In seguito ad infezione virale, l'inteferone segnala la presenza di virus e ordina alle cellule immunitarie di sostituire il proteasoma con l'immunoproteasoma.

L'interferone-α comprende in realtà una famiglia di circa 20 proteine secrete principalmente dai leucociti (linfociti B e linfociti T) ed è detto per questo "interferone leucocitario" . L'interferone-β è un'unica proteina secreta da vari tipi cellulari tra i quali i fibroblasti, ed è detto anche "interferone fibroblastico". L'interferone-γ è secreto dalle cellule-T attivate dall'antigene e dai linfociti natural-killer in risposta all'IL-12 e all'IL-18.

L'interferone-γ umano
L'interferone-β umano

IFN-α e IFN-β intervengono nella risposta immunitaria innata verso patogeni di origine virale. I sintomi stessi, come febbre e debolezza muscolare, sono in parte dovuti alla presenza di interferoni. Questi vengono emessi quando in una cellula si accumulano quantità anormali di RNA a doppio filamento (dsRNA, double-stranded RNA). Normalmente, il dsRNA è presente in quantità molto basse e l'aumento della concentrazione funziona da segnale di avvio per la produzione di interferone. Il gene che codifica questa citochina viene attivato nelle cellule infette e rilasciato verso le cellule circostanti.

Quando la cellula iniziale muore a causa del virus RNA citolitico, migliaia di questi virus vengono rilasciati verso le cellule circostanti. Tuttavia, queste cellule hanno già ricevuto l'interferone che le ha allertate riguardo alla minaccia esterna. Le cellule iniziano a produrre grandi quantità di una proteina nota come PKR (Protein kinase-R). Se un virus infetta una cellula che è stata pre-allarmata dall'interferone, questa si trova pronta a rispondere all'attacco.

La PKR è attivata dal dsRNA e trasferisce gruppi fosfati (fosforilazione) ad una proteina nota come eIF2, un fattore eucariotico di attivazione della traduzione. A causa della fosforilazione, la eIF2 riduce la sua capacità di attivare la traduzione, ovvero la produzione delle proteine codificate dall'mRNA. Questo impedisce la replicazione del virus, ma inibisce anche le normali funzioni del ribosoma della cellula, uccidendoli entrambe. Tutto l'RNA all'interno della cellula viene degradato, impedendo all'mRNA di essere tradotto dall'eIF2 quando questo non è stato fosforilato.

L'interferone gamma sembra avere scarsa rilevanza nel mediare le risposte ai virus. Questa citochina è invece il principale attivatore dei macrofagi, sia nel corso delle reazioni immunitarie innate che in quelle cellulo-mediate.

La scoperta[modifica | modifica sorgente]

Due virologi giapponesi, Yasu-ichi Nagano e Yasuhiko Kojima, ricercatori presso l'Istituto per le Malattie Infettive dell'Università di Tokyo, mentre tentavano di migliorare il vaccino per il vaiolo, si accorsero che la pelle e i testicoli di coniglio in cui erano stati preventivamente inoculati dei virus, disattivati mediante radiazione UV, mostravano una crescita virale minore quando venivano re-infettati nello stesso sito con virus attivi. I due ipotizzarono che questo fosse dovuto a qualche "fattore inibitore" che cercarono di caratterizzare mediante frazionamento con ultracentrifuga dell'omogeneizzato virale irradiato con raggi-UV. Questo fattore è stato identificato come IFN-λ (lambda) e ne esistono tre sottotipi IFN-λ1, 2, 3 chiamati anche IL-29, IL-28A e IL28-B.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) IUPAC Gold Book, "interferons"
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad ae af ag ah ai aj ak al am an Pharmamedix: Interferone http://www.pharmamedix.com/principiovoce.php?pa=Interferone+%28IFN%29&vo=Avvertenze
  3. ^ Jochmann N. et al., Cardiovasc. Ultrasound., 2005, 3, 26
  4. ^ Gneiss C. et al., Mult. Scler., 2006, 12 (6), 731
  5. ^ Bertolotto A. et al., J. Neurol., 2004, 251 Suppl. 2, II15
  6. ^ Rossman H.S., J. Manag. Care Pharm., 2004, 10 (3 Suppl. B), S12
  7. ^ Durelli L., Ricci A., Front. Biosci., 2004, 9, 2192
  8. ^ Durelli L. et al., Expert. Opin. Biol. Ther., 2009, 9 (4), 387
  9. ^ Pachner A.R. et al., Neurology, 2009, 73 (18), 1493
  10. ^ Kappos L. et al., Neurology, 2005, 65 (1), 40

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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