Il nipote di Rameau

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Il nipote di Rameau
Titolo originale Le Neveu de Rameau ou La Satire seconde
Autore Denis Diderot
1ª ed. originale 1891
Genere dialogo satirico
Lingua originale francese

Il nipote di Rameau o La satira seconda è un dialogo satirico scritto da Denis Diderot nel quale vengono discusse questioni di etica ed estetica. L'autore vi lavorò tra il 1762 e il 1773, ma l’opera fu pubblicata soltanto postuma.

Personaggi[modifica | modifica sorgente]

I due personaggi che danno vita al dialogo sono designati con i pronomi lui e io. Se ad una lettura immediata appare chiaro che il primo pronome indica Jean-François Rameau ed il secondo lo stesso Diderot, è bene ricordare che il valore simbolico dei due personaggi risulta più complesso. Mentre infatti le posizioni morali che i due sostengono sono del tutto opposte e inconciliabili, nei passaggi in cui si discute di estetica sembra esserci piuttosto, tra le due figure, una sorta di rispecchiamento. Accade così che sia proprio Rameau ad esporre alcune tesi già espresse da Diderot in opere precedenti. Il Nipote si configura così a tratti come un alter ego del filosofo.

Trama[modifica | modifica sorgente]

La conversazione immaginata e riportata da Diderot si svolge per mezz’ora, dalle cinque alle cinque e mezzo, nei giardini del Palais Royal (unità di tempo, di luogo, di azione). Rameau intrattiene il filosofo raccontando episodi della propria vita; gli confessa senza pudore la propria immoralità, e dà prova del suo straordinario talento di pantomimo e di una sensibilità musicale fuori dal comune. Parente del celebre Jean-Philippe Rameau, il Nipote è un musicista fallito, un adulatore di professione, un miserabile di talento; uno scroccone che sopravvive facendo il buffone di corte nei salotti della borghesia parigina. Agli occhi del filosofo, quest’individuo spregevole appare come un misto di delirio e di buonsenso, di abiezione e di onestà. E proprio per questa sua contraddittorietà, Rameau sconcerta e affascina Diderot, il quale constata stupefatto e a tratti inorridito come sia possibile che una stessa persona sia dotata della più profonda sensibilità estetica e del tutto sprovvista del sentimento morale[1]. Jean-François Rameau è in fondo la cattiva coscienza della società parigina di metà Settecento; è colui che ha il coraggio (la spudoratezza) di confessare ciò che tutti pensano, e di fare per mestiere, come satiro e pantomimo, ciò che tutti fanno nella loro vita: l’adulatore.

Tematiche[modifica | modifica sorgente]

Alcune delle tematiche discusse nel corso del dialogo:

  • Se esista la virtù, e se essa conduca alla felicità;
  • Che tipo di educazione bisogna impartire ai propri figli? Bisogna insegnare loro la rettitudine, o piuttosto metterli in condizione di conquistare il benessere, la ricchezza, il prestigio, nella società in cui vivono?
  • Esiste un’eccellenza nel male, nell’adulazione, nella malvagità? Da ricordare a questo proposito la vicenda, raccontata da Rameau, del rinnegato di Lisbona, che tradì il proprio benefattore denunciandolo all’Inquisizione e si impadronì dei suoi beni; può esistere un’estetica del male[2]?
  • La disgiunzione tra sensibilità estetica e sentimento morale;
  • In che misura gli uomini sono effettivamente liberi? In che misura, invece, essi sono il prodotto del proprio carattere naturale e dell’ambiente in cui crescono (determinismo)?
  • La centralità del genio nella creazione artistica;
  • La querelle des Bouffons: confronto tra la tradizione musicale francese e la nuova musica napoletana;
  • L'origine della musica dall'imitazione dei rumori naturali e delle passione umane (mimesi);
  • Alcuni principi di estetica musicale: la declamazione, il canto, la misura, l'accento, …;
  • Se esistano delle eccezioni (idiotismi) alla morale universale;
  • Se il filosofo sia uguale o diverso rispetto ai suoi concittadini[3];
  • L’arte della pantomima;
  • La vita sociale come una commedia, nella quale ciascuno assume una posa secondo il bisogno del momento[4].

Fu proprio la violenza degli attacchi (e della derisione) rivolti alla società dei salotti, alla corte, a ministri, ad esponenti del clero, al partito anti-filosofico, all’intera città di Parigi, a consigliare a Diderot di tenere l’opera segreta, preservandola per una pubblicazione postuma.

La vicenda editoriale[modifica | modifica sorgente]

La vicenda editoriale dell’opera è travagliata e romanzesca. Il dialogo viene pubblicato per la prima volta in edizione tedesca nel 1805. La traduzione, accompagnata da una nota storico-critica, è curata da Goethe. È lo stesso Goethe ad imporre il titolo con il quale l’opera è nota ancora oggi (in tedesco Rameaus Neffe), a scapito del titolo immaginato da Diderot, La Satire seconde. La copia manoscritta sulla quale ha lavorato Goethe va perduta. Nel 1821 gli editori Saur e Saint-Geniès pubblicano la prima edizione francese. Il testo che essi spacciano per un originale inedito non è altro che la ritraduzione della traduzione di Goethe. Tra il 1875 e il 1884 appaiono nuove traduzioni, preparate a partire da copie manoscritte appartenenti al fondo Vandeul di San Pietroburgo. Nel 1891 Georges Monval scopre presso un libraio del quai Voltaire un manoscritto originale in ottime condizioni. Questo manoscritto è conservato oggi presso la Pierpont Morgan Library di New York, ed è la fonte di tutte le edizioni moderne del dialogo. La prima edizione critica, curata da Jean Fabre, risale al 1950.

Fortuna dell'opera[modifica | modifica sorgente]

Tra le interpretazioni filosofiche sono da ricordare quella data da Hegel nella Fenomenologia dello spirito e quella data da Michel Foucault nella Storia della follia nell'età classica.

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^
    (FR)
    « MOI. – Comment se fait-il qu’avec un tact aussi fin, une si grande sensibilité pour les beautés de l’art musical, vous soyez aussi aveugle sur les belles choses en morale, aussi insensibile aux charmes de la vertu.


    LUI. – C’est apparemment qu’il y a pour les unes un sens que je n’ai pas, une fibre qui ne m’a point été donne, une fibre lâche qu’on a beau pincer et qui ne vibre pas; ou peut-être c’est que j’ai toujours vécu avec de bons musiciens et des méchantes gens; d’où il est arrivé que mon oreille est devenue très fine, et que mon coeur est devenu sourd. »

    (IT)
    « IO. – Com’è possibile che una persona con un tatto così fine, con una tale sensibilità per le bellezze dell’arte musicale, possa essere così cieca riguardo alle belle cose della morale, così insensibile al fascino della virtù?


    LUI. – Il fatto è che per queste ultime cose ci vuole un senso che io non ho, una fibra che non mi è stata data proprio per niente, una fibra rammollita che si può pizzicare quanto si vuole ma che di vibrare non ne vuole sapere. O forse, il fatto è che ho sempre vissuto con grandi musicisti e gente malvagia; e così il mio orecchio è diventato molto fine, e il mio cuore è diventato sordo. »

    (Denis Diderot, Le Neveu de Rameau, in Le Neveu de Rameau et autres textes, ed. Le Livre de Poche, 2002; pp.145-146.)
  2. ^
    (FR)
    « Je ne savais, moi, si je devais rester ou fuir, rire ou m’indigner. Je restai, dans le dessein de tourner la conversation sur quelque sujet qui chassât de mon âme l’horreur dont elle était remplie. Je commencais à supporter avec peine la présence d’un homme qui discutait une action horrible, un exécrable forfait, comme un connaisseur en peinture ou en poésie, esamine les beautés d’un ouvrage de goût; ou comme un moraliste ou un historien relève et fait éclater les circonstances d’une action heroïque. Je devins sombre, malgré moi »
    (IT)
    « Non sapevo più se fosse meglio restare, andarmene, oppure indignarmi. Rimasi, con l’intenzione di spostare la conversazione su un qualche soggetto che scacciasse dal mio animo l’orrore del quale si era riempito. Cominciavo a sopportare con gran pena la presenza di un uomo che discuteva un’azione orribile, un’abominevole misfatto, proprio come un esperto di pittura o di poesia esamina le qualità di un’opera del gusto, o un moralista o uno storico mettono in risalto le circostanze di un’azione eroica. Mio malgrado, mi feci cupo. »
    (Denis Diderot, idem, pp.128-129.)
  3. ^ In effetti, MOI descrive i francesi, e in part., la gente di Parigi, come « (…) un peuple sans moeurs, perdu de débauche et de luxe (…) ». D.Diderot, idem, pp.147-148.
  4. ^
    (FR)
    « (MOI) Quiconque a besoin d’un autre, est indigent et prend une position. Le roi prend une position devant sa maîtresse et devant Dieu; il fait son pas de pantomime. Le ministre fait le pas de courtisan, de flatteur, de valet ou de gueux devant son roi. La foule des ambitieux dansent vos positions, en cent manières plus vile les unes que les autres, devant le ministre. L’abbé de condition en rabat, et en manteau long, au moins une fois la semaine, devant le dépositaire de la feuille des benefices. Ma foi, ce que vous appelez la pantomime des gueux, est le gran branle de la terre. »
    (IT)
    « (IO) Chiunque abbia bisogno di qualcun altro è indigente e assume una posa. Il re assume una posa davanti alla sua signora e davanti a Dio; fa la sua sfilata da pantomimo. Il ministro fa la sua sfilata da cortigiano, da adulatore, da servitore o da miserabile di fronte al re. La folla degli ambiziosi danza con le vostre pose davanti al ministro, in cento modi diversi gli uni più abietti degli altri. Il chierico d'alto rango, in facciola e veste lunga, fa lo stesso almeno una settimana davanti al depositario della lista dei benefici. Parola mia, ciò che voi chiamate la pantomima dei miserabili, è il realtà il gran ballo della terra. »
    (Denis Diderot, idem, p.165.)

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]