Guerre del moschetto

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« Secondo un sopravvissuto, "[i maori] iniziarono a sgozzarci come pecore ... noi eravamo terrorizzati, e cercavamo di darci alla macchia o di nasconderci in qualche buco sottoterra. Ma non servì a nulla, ci scoprirono e ci uccisero, uomini, donne e bambini indiscriminatamente." Sentiamo un maori: "Abbiamo preso possesso dell'isola, secondo i nostri costumi, e abbiamo catturato tutti, Nessuno è riuscito a scappare. Chi fuggiva l'abbiamo ucciso, e così tutti gli altri. Ma che importa? Questi sono i nostri costumi. »
(Jared Diamond[1])

Le Guerre del moschetto sono una serie di guerre tribali avvenute tra vari gruppi maori tra il 1818 ed il 1835.

Si tratta di un episodio scarsamente noto, almeno nel mondo occidentale. Al principio del XIX secolo, si registrarono i primi contatti tra europei (per lo più esploratori, mercanti, avventurieri e missionari) e popolazione nativa della Nuova Zelanda. Gli "indigeni" del tempo (ed in parte ancor oggi) rappresentavano il classico esempio di cacciatori-raccoglitori. Gli insediamenti iniziali dei "conquistatori" riguardarono prevalentemente la zona nord dell'arcipelago, e quasi subito i maori che abitavano quella regione appresero e fecero proprio l'uso delle armi da fuoco. In aggiunta a questa potente innovazione "tattica", tali gruppi maori mutuarono dai forestieri la risorsa "logistica" della patata, che consentì loro di impegnarsi in lunghe campagne, a differenza di quanto avveniva nelle epoche precedenti.

Per questi due motivi, i maori più "civilizzati" furono in grado di sbaragliare dapprima le tribù confinanti, ed in un secondo momento di lanciarsi alla conquista di altri territori neozelandesi, relativamente remoti per la tecnologia complessiva delle circostanze.

Si trattò di eventi particolarmente sanguinosi, in cui perse la vita un nativo su quattro. Merita di essere ricordato, in proposito, lo sterminio dei moriori, avvenuto nel 1835 nelle isole Chatham (distano 800 km ad est dalla Nuova Zelanda). I maori uccisero pressoché tutti gli attaccati, e ne mangiarono subito dopo i cadaveri.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie, Torino, Einaudi, 2006, p. 40

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]