Confesso che ho vissuto

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Confesso che ho vissuto
Titolo originale Confieso que he vivido
Autore Pablo Neruda
1ª ed. originale 1974
Genere memorie
Lingua originale spagnolo
« Queste memorie, o ricordi, sono discontinue e a tratti si smarriscono perché così appunto è la vita... La mia vita è una vita fatta di tutte le vite: le vite del poeta. »
(Pablo Neruda, nota introduttiva di Confesso che ho vissuto)

Confesso che ho vissuto è un libro di memorie del poeta cileno Pablo Neruda pubblicato postumo nel 1974.

Pubblicato dopo un anno dalla morte del poeta, il libro è il risultato di una revisione fatta nei primi anni settanta dallo stesso Neruda che aveva raccolto e riordinato tutto il materiale (appunti, pensieri, riflessioni, ricordi) che aveva accumulato nel corso della sua vita.

Come scrive nella nota introduttiva Jaime Riera Rehren[1] "Confesso che ho vissuto è una raccolta di pezzi di vita che in periodi e circostanze molto diverse e in un arco di tempo molto lungo tendono a ricostruire costantemente un personaggio fatto di ricordi e nostalgie di se stesso".

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Il libro è diviso in dodici quaderni: Il giovane provinciale, Perduto nella città, Le strade del mondo, La solitudine luminosa, La Spagna nel cuore, Andai a cercar caduti, Messico fiorito e spinoso, La patria in tenebre, Inizio e fine di un esilio, Navigazione con ritorno, La poesia è un mestiere, Patria dolce e dura.

Quaderno 1: Il giovane provinciale[modifica | modifica wikitesto]

« Comincerò con il dire, dei giorni e degli anni della mia infanzia, che la mia unica, indimenticabile compagna fu la pioggia. »

Infanzia e poesia[modifica | modifica wikitesto]

In questo quaderno il poeta ricorda la sua infanzia e dice che la sua unica compagna era la pioggia australe che cadeva per mesi e mesi trasformando la strada di fronte alla sua casa in un "immenso mare di fango". Ricorda il nonno, don José Angel Reyes, che come tutti i piccoli agricoltori della zona conduceva una vita dura con poca terra e tanti figli.
Ricorda il padre, José del Carmen, che si era allontanato molto giovane dalla sua terra di origine per diventare ferroviere a Temuco e che si era sposato in seconde nozze con Trinidad Candia Marverde, la sua matrigna, che lo aveva allevato con grande bontà. Parla poi della casa in cui abitava, una casa di frontiera, dove gli appartamenti delle varie famiglie erano comunicanti e ricorda le feste che si celebravano, le scoperte fatte curiosando in un baule, le stanze e gli oggetti.
Ricorda l'inizio della scuola, luogo che definisce '"territorio di sconfinati orizzonti per i miei sei anni", gli amici, i giochi, l'interesse crescente per i libri e i primi amori.

L'arte della pioggia[modifica | modifica wikitesto]

Ricorda ancora l'arrivo dell'estate e le vacanze nella casa di Bajo Imperial che il padre era riuscito ad avere in prestito da un amico. Con nostalgia ricorda lo sgomento provato quando si era trovato per la prima volta di fronte alle grandi onde spumeggianti dell'Oceano e descrive le meraviglie della regione araucana e il fascino dei cavalli normanni che aveva imparato a cavalcare.

La mia prima poesia[modifica | modifica wikitesto]

In questa sezione il poeta racconta la storia di un cigno che aveva cercato di salvare e che gli era morto tra le braccia e cerca di ricordare quale sia stata la sua prima poesia e rammenta che quando aveva appena imparato a scrivere, un giorno, provando una forte emozione aveva scritto alcune parole semirimate che aveva poi trascritto in bella copia su un foglio e sottoposte al giudizio del padre che, dopo averle lette distrattamente, gli aveva chiesto da dove le avesse copiate. Ricorda che la poesia era dedicata alla sua matrigna che considerava sua madre.

Rammenta poi la lettura disordinata e avida di libri fatta in quel periodo e la conoscenza della nuova direttrice del liceo femminile di Temuco che gli imprestava da leggere romanzi per lo più di autori russi, come Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, che ben presto divennero i suoi preferiti.

La casa delle tre vedove[modifica | modifica wikitesto]

In questo sottocapitolo il poeta ricorda, dopo quarantacinque anni, della volta che venne invitato ad una trebbiatura a cavallo in una località in alto tra i monti e lontano da Bajo Imperial. In quell'occasione, essendosi perduto tra i boschi, conobbe tre signore francesi vestite a lutto che vivevano in quei luoghi da trent'anni e che lo ospitarono nella loro bella casa con grande gentilezza e onori. Ebbe così occasione di parlare con loro di Baudelaire, di assaggiare i loro preziosi vini e gustarne la raffinata cucina. All'alba si era alzato ed era ripartito per raggiungere il luogo della mietitura ma non aveva osato salutare "quelle dame gentili e a lutto" perché qualcosa gli diceva che forse era stato tutto un sogno e che era meglio non svegliarsi "per non rompere l'incantesimo".

L'amore vicino al grano[modifica | modifica wikitesto]

Al campo degli Hernandez, dove era stato invitato per la trebbiatura, ricorda di essere giunto prima di mezzogiorno, riposato e felice. Descrive la sensazione di allegria che si prova a vedere la trebbiatura del grano, dell'avena e dell'orzo che a quei tempi veniva ancora fatta a cavallo e ricorda gli Hernandez, uomini di frontiera, che "Erano insuperabili nell'arrostire interi animali in mezzo ai campi, nelle grandi bevute di vino rosso e nel lamento delle chitarre".
Il ricordo più bello di quei giorni è però quello di una notte quando, al buio dell'aia dove dormiva tra la paglia con gli altri ragazzi, venne svegliato all'improvviso da un corpo sconosciuto che si avvicinava al suo e da una mano di donna che lo accarezzava. Con quella donna, dalla cui bocca non uscì mai una parola, fece l'amore e al mattino, allungando la mano per cercarla, trovò "solo un tiepido incavo, la sua tiepida assenza". Quando poi, a mezzogiorno, si trovò insieme agli altri a mangiare, ricorda che aveva guardato le donne cercando di indovinare quale fosse tra quelle la sua "visitatrice notturna" e che fu certo di riconoscerla nella bella donna dalle lunghe trecce entrata con un pezzo di arrosto per il marito, uno degli Hernandez, che l'aveva guardato con "un rapido sguardo" e gli aveva sorriso "con un lievissimo sorriso".

Quaderno 2: Perduto nella città[modifica | modifica wikitesto]

« Dopo molti anni di liceo, in cui ogni dicembre incespicai nell'esame di matematica, fui apparentemente pronto ad affrontare l'università, a Santiago del Cile. »

Le pensioni[modifica | modifica wikitesto]

Il ricordo del poeta ora si concentra sulla sua nuova esperienza di studente - poeta universitario a Santiago. Ricorda i lunghi viaggi sul treno stipato dai contadini dal poncho bagnato e dai silenziosi mapuche e soprattutto ricorda i luoghi dove ha abitato, dalla pensione per studenti in calle Mamuri 513, dove visse in quegli anni facendo la fame e scrivendo molto, alla prima stanza presa in affitto vicino all'istituto di Pedagogia dalla quale se ne andò presto perché il padrone di casa lo controllava ogni momento e spiava i suoi libri e la sua corrispondenza, fino alla sua ultima sistemazione in una stanza dal soffitto altissimo dove rimase a lungo.
Descrive poi la vita stravagante che faceva, il mantello di pesante panno grigio che indossava e l'amicizia con "una vedova indimenticabile dagli immensi occhi azzurri" che lo annienta concedendosi con ardore.

La timidezza[modifica | modifica wikitesto]

Il poeta ricorda la timidezza di quei primi anni, quando non osava avvicinare le ragazze, vestiva di nero, non osava salutare gli adulti che aveva frequentato la sera prima e spesso cambiava strada per non incontrarli, ma ricorda anche l'amicizia di due snob del tempo, Pilo Yanez e la moglie Mina, che lo invitavano spesso a casa loro, una casa dalle luci diffuse, dai comodi divani e dalle pareti foderate di libri. In questa casa egli vide per la prima volta alcuni quadri cubisti tra i quali uno di Juan Gris, amico dei suoi ospiti.
Ricorda di aver poi perso di vista per diversi anni questi amici perché si erano separati, ma ricorda di aver rincontrato Pilo Yanez, che nel frattempo aveva cambiato il suo nome in Juan Emar, che era diventato uno scrittore e con il quale rimase amico per tutta la vita.

La Federazione degli Studenti[modifica | modifica wikitesto]

Alberto Rojas Jiménez[modifica | modifica wikitesto]

Pazzi d'inverno[modifica | modifica wikitesto]

Grandi affari[modifica | modifica wikitesto]

I miei primi libri[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pablo Neruda, Confesso che ho vissuto, nota introduttiva e cronologia della vita e delle opere di Jaime Riera Rehren, coll. Einaudi tascabili, 521; trad. di Luca Lamberti, Torino, Einaudi, 1998, p. VI (tot. pp. XIV, 485), ISBN 88-06-14513-4.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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