Cinira e Mirra

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La nascita da Adone dal corpo arboreo e sventrato di Mirra. Xilografia di Bernard Picart per illustrare Le Metamorfosi di Ovidio.
« Te scorse piangente il matutino Eoo
e piangente dopo poco te vide ancora quello, Espero.
Ma il delitto di Cinira cresceva nell'alvo
incestuoso. »
(Gaio Elvio Cinna, Zmyrna[1])

Cinira o Teia (Θείας in greco antico) e sua figlia Mirra o Smyrna (Σμὑρνα in greco antico che significa mirra) sono due personaggi della mitologia greca. La loro unione incestuosa avrebbe generato Adone.

Il mito di Cinira e Mirra è descritto in alcune fonti classiche greco-latine e, pur contemplando degli arricchimenti e delle varianti anche significative, segue sostanzialmente lo schema narrativo descritto nell'opera in lingua greca chiamata Biblioteca, un vasto compendio di mitologia greca attribuito allo Pseudo-Apollodoro[2] scritto probabilmente tra il I secolo e il II secolo d.C. che ha influenzato tutti i mitografi successivi fino all'epoca moderna.

La nascita di Adone[modifica | modifica wikitesto]

Il brevissimo racconto dello Pseudo-Apollodoro (citando come fonte più antica il poeta epico Paniassi) indica Teia come un re assiro la cui unica figlia, Smyrna, viene punita da Afrodite, adirata per la sua scarsa devozione, facendola innamorare del padre.

La giovane donna, per merito della compiacente nutrice, riesce a giacere dodici notti di seguito con un Teia inconsapevole della sua vera identità, fino a quando non desidera vederla in volto alla luce di un lume per scoprire così l'inganno della figlia, e tramutato il piacere in ira, inseguirla per ucciderla.

Smyrna fugge pregando gli dei di renderla invisibile e costoro, pietosi, la trasformano in un albero dalla resina profumata: la mirra. Dopo nove mesi l'albero si apre e dal suo fusto viene alla luce il bellissimo Adone.

La nascita di Adone dall'albero-donna, allo stesso modo della preziosa gommaresina largamente utilizzata in Grecia, appare qui funzionale al successivo mito di morte e resurrezione[3] rappresentato da Adone morente, azzannato da un cinghiale mentre caccia nel bosco; Adone che feconda la terra col suo sangue e che rinasce ogni primavera, come la vegetazione.

È in questi termini, infatti, che la divinità veniva festeggiata dagli abitanti dell'antica Biblo nella descrizione[4] che ne fa Luciano di Samosata nella sua De Dea Syria[5].

Il culto di Adone che aveva il suo santuario più grande a Biblo era la diretta trasposizione di quello della divinità mesopotamica Tammuz; una divinità legata al ciclo delle stagioni il cui appellativo Adon, che significa signore[6], verrà successivamente interpretato dai Greci come nome proprio del dio.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Adone (mitologia).

Un narrazione forse contemporanea del mito è quella ci ha lasciato Igino, erudito latino di origine spagnola vissuto a cavallo fra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., in una delle sue Fabulae. Nel racconto di Igino sono presenti due significative varianti e la vicenda, sempre concisa, è descritta in toni più drammatici.

La prima variante è che la causa che scatena l'ira di Afrodite è ora l'ubris (ὕβρις) della madre Cencrèide che afferma che sua figlia Mirra è più bella della dea dell'amore. La fanciulla, scossa da questo «amore mostruoso», tenta il suicidio, ma senza successo venendo salvata dalla nutrice.

La seconda variante concerne il significato che assume la nascita di Adone. Grazie alla nutrice, Mirra riesce a giacere con il padre per poi scappare nei boschi, «spinta dal pudore»[7], una volta accortasi di essere incinta. Afrodite ne ha pietà e la trasforma nell'albero della mirra da cui, nove mesi dopo, nasce Adone di cui viene detto «che fece scontare [ad Afrodite] le sofferenze della madre»[7]. Il finale della fiaba di Igino è un riferimento al dolore che sconvolgerà anni dopo una innamorata Afrodite per la morte del giovane e bello Adone chiudendo idealmente, in questo modo, il ciclo della colpa all'origine della vicenda.

Le metamorfosi di Mirra[modifica | modifica wikitesto]

« ...poi, nascondendo il volto con la veste per la vergogna, sospira: "Beata te, mamma, che l'hai sposato!". Non dice altro e geme. Un brivido di gelo corre per il corpo della nutrice, che ormai ha capito, fin dentro le ossa, e sul capo le si rizzano i capelli, arruffando tutta la canizie. »
(Ovidio, Le metamorfosi, opera citata, X.421-425)

Un altro autore classico che tratta significativamente del mito è il poeta latino Ovidio che gli dedica una sezione del decimo libro delle Metamorfosi[8].

Il poema delle Metamorfosi segue lo schema del racconto dello Pseudo-Apollodoro, ma, oltre a introdurne le varianti presenti nel racconto di Igino (significative anche perché riprese attraverso il testo di Ovidio da molti autori successivi), offre un intenso ritratto dei protagonisti, elegantemente tratteggiati in una vicenda di grande pathos drammatico completamente diversa, come stile, dagli scarni e dizionarieschi resoconti precedenti. Ora il protagonista non è più il mito della nascita di Adone (che occupa una parte assai breve del racconto), ma il dramma interiore di Mirra e l'amore morboso che la consuma.

Cinira (Cinyra) è ora un cipriota nativo di Pafo e «se fosse rimasto senza prole, si sarebbe potuto annoverare fra le persone felici[9]». Il riferimento a Pafo attesta, significativamente, della diffusione che aveva avuto il culto di Adone da parte dei Fenici nell'isola di Cipro e di lì in Grecia. Tutte le successive rappresentazioni del mito attesteranno Cipro come luogo della vicenda obliando il primitivo riferimento alla Mesopotamia delle versioni letterarie più antiche[10]. Il luogo dove si svolgono le vicende del poema di Ovidio è la Pancaia (Panchaea), un'isola favolosa sulla costa dell'Arabia citata per la prima volta[11] dallo storico, etnografo e viaggiatore greco di età ellenistica, Evemero.

Ovidio avverte il lettore dell'empietà di cui sta per narrare che, per fortuna, riguarda una terra lontana il cui profumato incenso degli alberi, dice il poeta, non avrebbe dovuto meritare tanta sofferenza per essere prodotto.

Con quel misto di fascino (nell'indugiata e accorata descrizione dei sentimenti della fanciulla alla vicinanza del padre) e riprovazione (nei richiami infiammati al lettore per condannare l'impudicizia della vicenda) che costituisce il tono della sua elegia erotica, Ovidio descrive il tormento crescente di Mirra per un amore tanto intenso quanto impuro.

Il voler mettere fine a questa angoscia conduce Mirra a tentare il suicidio impiccandosi, ma la fanciulla viene salvata in tempo dalla anziana nutrice. A seguito delle insistenze e delle preghiere della balia[12], Mirra rivela il suo amore straziante per il padre.

La nutrice, dopo aver giurato di aiutarla, propone a Mirra di sostituirsi nel letto alla madre Cencrèide. Questa, infatti, partecipando ai misteri in onore della dea Cerere (festeggiata in quel periodo dell'anno) faceva voto di astenersi dai rapporti sessuali.

È lo stesso Cinira ad ordinare che Mirra venga condotta nel suo talamo, quando apprende dalla nutrice che una giovane e splendida vergine «dell'età di Mirra» spasima per lui, non immaginando che si tratti proprio della figlia. Mirra, turbata fra rimorso e desiderio, ma convinta dalla determinazione dell'anziana nutrice, fa l'amore con il padre.

La vicenda prosegue concordemente alla struttura narrativa già vista.
I due giacciono assieme per diverse notti fino a che Cinira, desideroso di vedere la sua amante, accende una lampada e si accorge della verità. La fanciulla, gravida, abbandona la Pancaia per sfuggire dalle ire del padre che vuole ucciderla.

La fuga, a differenza delle redazioni precedenti del mito[13], si svolge senza sosta per tutto il periodo della gravidanza fino a che Mirra, già prossima a partorire, giunge, infine, nella lontana terra di Saba. Spossata, la ragazza ammette agli dei la propria colpa e chiede di essere bandita sia dal mondo dei vivi che da quello dei morti. Gli dei ascoltano la sua preghiera e Mirra, piangente, viene trasformata in un albero che stilla gocce di pianto profumato dalla corteccia nella descrizione piena di lirismo che ne fa Ovidio.

L'ultimo atto è la nascita di Adone, «creatura mal concepita cresciuta sotto il legno» (At male conceptus sub robore creverat infans), che cerca di uscire dalla prigione arborea in cui si è tramutata la madre che non ha voce per chiamare Giunone Lucina[14]. La dea, impietosita, accorre comunque vicino all'albero, impone le sue mani sulla corteccia tesa e gonfia e pronunciando la formula del parto vi apre un varco. Dall'apertura esce un bellissimo neonato che viene subito preso in cura dalle Naiadi che lo ungono con le lacrime della madre.

Ovidio conclude il poema con l'immagine di Adone oramai uomo e la stessa formula del racconto di Igino: «che piace persino a Venere e vendica la passione materna» (iam placet et Veneri matrisque ulciscitur ignes).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Zmyrna è un elaborato epillio sul tema composto da Gaio Elvio Cinna poeta romano del I secolo d.C.. Viene citato (in carmen 95) da Catullo che riferisce che la sua composizione richiese nove anni di tempo; e da Svetonio che afferma che il grammatico Lucio Crassicio Pansa avrebbe scritto un commentario al componimento (in De viris illustribus - De grammaticis et rhetoribus 18).
  2. ^ L'autore de la Biblioteca è chiamato così per l'errata attribuzione del testo (da parte di Fozio I di Costantinopoli nel IX secolo) ad Apollodoro di Atene, un discepolo di Aristarco di Samotracia. In realtà, Apollodoro di Atene, nato attorno al 180 a.C., non può essere l'autore dell'opera in quanto vi viene citato Castore, un annalista del I secolo a.C. contemporaneo di Cicerone.
  3. ^ La grande enciclopedia dei miti e delle leggende, opera citata, pag. 52.
  4. ^ De Dea Syria, opera citata, parte I.6-9.
  5. ^ In cui tratta dei luoghi di culto nella regione dell'attuale Siria e Libano.
  6. ^ De Dea Syria, opera citata, parte I.6.
  7. ^ a b Igino, Fabulae LVII.
  8. ^ Oltre a brevi riferimenti in altre due sue opere: Ars amatoria (I, 285-288) e Remedia amoris (99-100).
  9. ^ Metamorfosi, opera citata, X.299.
  10. ^ Cinira «re degli Assiri» nell'opera del Pseudo-Apollodoro e in quella di Igino.
  11. ^ La Pancaia (Παγχαΐα in greco antico) compare nella Ἱερὰ ἀναγραφή (sacro resoconto) di Evemero da Messina di cui ci è pervenuto solo un commentario di Diodoro Siculo. Compare inoltre in Polibio, Storie 34.5.9. Per un approfondimento su Pancaia e l'opera di Evemero si veda la voce Evemerismo.
  12. ^ Che rivela tra l'altro di conoscere chi sa curare la follia con le erbe e gli incantesimi (quae carmine sanet et herbis) e controbattere (sive aliquis nocuit, magico lustrabere ritu) una defixio o una immagine di maledizione (Le metamorfosi, opera citata, e, per un approfondimento, La magia nel mondo antico, opera citata, pp 115-169).
  13. ^ In cui chiedeva agli dei di essere nascosta oppure fuggiva in un bosco.
  14. ^ La dea Giunone veniva chiamata Lucina quando invocata durante il parto.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie[modifica | modifica wikitesto]

Fonti secondarie[modifica | modifica wikitesto]

  • Arthur Cotterell, La grande enciclopedia dei miti e delle leggende, Rizzoli Milano 1990
  • Fritz Graf, La magia nel mondo antico, edizione CDE su licenza Laterza Milano 1998
  • Giuseppina Secchi Mestica, Dizionario universale di mitologia Rusconi Libri, Milano 1990
  • Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, traduzione a cura di Bernardini Marzolla P., Einaudi, Torino 1994
  • Elenco completo (con estratti dei testi originali) delle fonti classiche, medioevali, rinascimentali sul mito di Cinira e Mirra. In ICONOS, un progetto dell'Università La Sapienza di Roma.
  • Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, Società Editrice Dante Alighieri, 1985

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