Urbano Cioccetti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Urbano Cioccetti
Urbano Cioccetti.jpg
Urbano Cioccetti riceve nel suo studio il senatore Ted Kennedy.

Sindaco di Roma
Durata mandato 10 gennaio 1958 –
11 luglio 1961
Predecessore Umberto Tupini
Successore Francesco Diana (commissario)

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana

Urbano Cioccetti (26 novembre 1905Roma, 9 maggio 1978) è stato un avvocato e politico italiano, sindaco democristiano di Roma dal 1958 al 1961.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fu un uomo politico strettamente legato agli interessi del Vaticano : ad esempio, ebbe la carica onorifica di cameriere di cappa e spada da Pio XII, e fu membro del consiglio di amministrazione dell'”Istituto di credito finanziario”, a capitale vaticano; amministratore del patrimonio dei marchesi del Gallo di Roccagiovine[1]. Fu inoltre vicepresidente dell'Azione Cattolica e presidente dell'O.N.M.I.; per quest'ultimo ente ideò le “Giornate nazionali della madre e del bambino”, coincidenti con la festa della Epifania, e realizzò “Case” per l'assistenza medica della maternità e del bambino; lanciò editorialmente la rivista per genitori “Nostro figlio”.

L'elezione a sindaco e la rinuncia a commemorare la Liberazione di Roma[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 dicembre 1957, il sindaco di Roma, Umberto Tupini, si dimise dalla carica, avendo deciso di presentarsi alle elezioni per il rinnovo del Senato indette nella primavera del 1958. Urbano Cioccetti, consigliere comunale dal 1946 e assessore delegato (ossia vicesindaco) dal giugno 1956, fu proposto dalla Democrazia Cristiana quale successore del sindaco dimissionario. Cioccetti fu eletto l'8 gennaio 1958 con i voti della DC, del PLI, del PSDI (tranne Saragat, assente), e con quelli determinanti dei monarchici e del MSI. I socialdemocratici preferirono non far parte della giunta, mentre i repubblicani votarono con le sinistre il consigliere radicale Leone Cattani[2]. La commistione dei voti socialdemocratici con quelli monarchici e missini ebbe l'effetto di provocare le proteste di alcuni autorevoli esponenti del PSDI[3].

L'appoggio esterno dei partiti di destra alla Giunta Cioccetti era stato contrattato politicamente, come affermò il 15 gennaio successivo il capogruppo del MSI Aureli[2] e comprendeva la rinuncia a commemorare il quindicesimo anniversario della Liberazione di Roma dai nazi-fascisti, il 4 giugno 1959. Fu lo stesso Cioccetti a dare l'annuncio ufficiale di tale scelta, in risposta ad una interrogazione consiliare, alcuni giorni precedenti la ricorrenza[2]. Tale scelta, tuttavia, isolò politicamente Cioccetti anche all'interno del suo partito; e ciò si evinse dalle dichiarazioni dei suoi colleghi della Camera e del Senato, quando i due rami del Parlamento, contrariamente al Comune di Roma, commemorarono solennemente l'evento. Inoltre, Cioccetti dovette resistere all'iniziativa dell'opposizione di sinistra, che presentò in Consiglio comunale una mozione di sfiducia; tale richiesta fu respinta il 23 giugno 1959[2].

Le politiche urbanistiche dell'amministrazione Cioccetti[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 giugno 1958 la Giunta Cioccetti ripresentò in Consiglio comunale la variante urbanistica che avrebbe autorizzato la realizzazione del gigantesco albergo Hilton su un'area della Società Generale Immobiliare, a Monte Mario. L'operazione, che aveva segnato fra le polemiche l'epilogo della lunga gestione della Capitale del sindaco Salvatore Rebecchini, era stata accantonata dal successore Umberto Tupini. Il 23 settembre 1958, l'assemblea capitolina approvò a maggioranza la variante e, una volta rilasciata la licenza edilizia, i lavori del mega albergo si conclusero nel 1963[4].

Nel frattempo la Giunta, con la collaborazione dell'Ufficio speciale per il nuovo piano regolatore (USNPR), provvedeva a rielaborare il progetto di piano che, commissionato dalla amministrazione Rebecchini ad una commissione di novanta esperti supportata dall'USNPR, era stato consegnato al sindaco allo stato di schema alla fine del 1957. Ma anziché disporre la prosecuzione dei lavori dei tecnici esterni, il 26 giugno 1958 il Consiglio comunale aveva approvato un ordine del giorno (il cosiddetto "o.d.g. Lombardi") che dava mandato alla Giunta e ai tecnici comunali di redigere il piano, by-passando le associazioni professionali e quelle fra gli urbanisti. Le modifiche riguardarono soprattutto il ridimensionamento delle aree direzionali e delle previsiioni di espansione ad est della città, a vantaggio dell'EUR e della direttrice Via Cristoforo Colombo-mare; si lasciava inoltre indeterminato il quadro delle espansioni nell'agro romano, rinunciando a richiedere l'apposizione di vincoli paesaggistici[5]. Il piano, come sopra rielaborato, fu adottato dal Consiglio comunale il 24 giugno 1959, e inviato per la sua approvazione al Ministero dei lavori pubblici, che aveva a disposizione tre anni di tempo per approvarlo definitivamente. Infatti, la normativa all'epoca vigente assegnava all'applicazione delle cosiddette “norme di salvaguardia” a tutela dei vincoli imposti dal piano adottato un termine di tre anni dall'adozione di quest'ultimo.

Tuttavia, l'adozione a pochi mesi dal 1960 del nuovo piano regolatore e la possibilità di avvalersi delle norme del piano regolatore del 1931 allora in vigore fecero sì che alcuni notevoli interventi infrastrutturali dagli effetti dirompenti sullo sviluppo urbanistico della città furono messi in cantiere, pur non figurando nelle previsioni del "piano Cioccetti". In vista dell'allestimento dei Giochi della XVII Olimpiade, infatti, il Parlamento aveva rifinaziato più volte la cosiddetta “legge Pella” (provvedimenti straordinari per Roma). Di qui la fretta e l'improvvisazione che portò, nel caso dell'apertura della "via Olimpica", alla realizzazione di tratti in variante al piano del 1931, spesso ad andamento irregolare (curve ad angolo retto, improvvisi restringimenti della carreggiata, eccetera), con il taglio di Villa Doria Pamphilj e la demolizione della chiesetta del Bel Respiro[6]. Furono così realizzati, tra l'altro, il Villaggio olimpico e il viadotto di corso Francia. Il piano regolatore adottato nel 1959 fu respinto nel 1961 dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

L'effimero secondo mandato e il ritiro dalla vita politica[modifica | modifica wikitesto]

A seguito delle elezioni comunali del 1960, Cioccetti fu rieletto Sindaco – questa volta - con i soli voti della DC e del PLI, e l'astensione dei consiglieri del PRI e del PSDI, ma senza conseguire la maggioranza assoluta del consiglio comunale[2]. Trattandosi di una giunta Dc-PLI minoritaria, essa era destinata a cadere in occasione del voto sulla proposta di bilancio, previsto in primavera, per il quale era necessaria la maggioranza assoluta dell'aula capitolina. Il secondo mandato di Cioccetti durò così pochi mesi, e fu agitato: la scoperta che alcuni appalti di manutenzione stradale per una somma considerevole erano stati affidati, a trattativa privata, alle ditte controllate dal segretario regionale della DC fece gridare allo scandalo. Il 29 aprile 1961, Cioccetti rassegnò le dimissioni da Sindaco[2] e abbandonò ogni attività politica.

Successivamente al suo ritiro, Cioccetti ricoprì l'incarico di presidente dell'ENPDEP, (Ente di previdenza dei dipendenti di enti di diritto pubblico) ed ebbe significativi incarichi collegati con il Vaticano. Fu presidente dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù, della Peregrinatio ad Petri Sedem e del Circolo San Pietro, di cui celebrò il centenario.

Morì il 9 maggio 1978 apprendendo dal telegiornale la notizia del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana
— Roma, 2 giugno 1958[7]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gianfranco Berardi, Storia del malgoverno democristiano a Roma, in: L'Unità, aprile 1976
  2. ^ a b c d e f Gianfranco Berardi, cit.
  3. ^ « L'Elezione di Urbano Cioccetti aggrava la clericalizzazione della vita cittadina », L'Unità, 11 gennaio 1958
  4. ^ Italo Insolera, Roma moderna, Einaudi, Torino, 1971, pag. 217
  5. ^ Italo Insolera, Roma moderna, cit., pagg. 233-34
  6. ^ Italo Insolera, Roma moderna, cit., pagg. 244-45
  7. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Interpretazioni di Roma. Contraddizioni urbanistiche e sociali nella “capitale del capitale”, anno I, n. 3, maggio/giugno 1978
  • Alberto Caracciolo, I Sindaci di Roma, Roma, Donzelli, 1993.
  • Vittorio Emiliani, Il vandalo Urbano, in: Il Messaggero, 14 gennaio 1977
  • Italo Insolera, Roma moderna: un secolo di storia urbanistica, Torino, Einaudi, 1983.
  • Grazia Pagnotta, All'ombra del Campidoglio: Sindaci e giunte di Roma dal dopoguerra al 1993, Roma, Il Manifesto, 1993.
  • Grazia Pagnotta, Sindaci a Roma: il governo della capitale dal dopoguerra a oggi, Roma, Donzelli, 2006.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Sindaci di Roma

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]


Predecessore Sindaco di Roma Successore Roma-Stemma.png
Umberto Tupini 10 gennaio 1958 - 11 luglio 1961 Francesco Diana (Commissario)
Predecessore Presidente della Peregrinatio ad Petri Sedem Successore Emblem Holy See.svg
 ? 1975 - 9 maggio 1978  ?