Shoegaze

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Shoegaze
Origini stilistiche Alternative rock
Space rock
Neopsichedelia
Noise rock
Origini culturali Metà anni ottanta nel Regno Unito
Strumenti tipici voce, chitarra, basso, batteria, sintetizzatore
Popolarità fine anni ottanta, primi anni novanta
Generi derivati
Nu gaze
Generi correlati
Noise pop - Post-rock - Indie pop - Dream pop
Categorie correlate

Gruppi musicali shoegaze · Musicisti shoegaze · Album shoegaze · EP shoegaze · Singoli shoegaze · Album video shoegaze

Lo shoegaze (o anche shoegazing) è un sottogenere musicale dell'alternative rock, sviluppatosi nel Regno Unito alla fine degli anni ottanta.

Tra gli elementi identificativi, oltre a un significativo utilizzo di effetti (perlopiù distorsore e riverbero) per le chitarre spesso impegnate in riff monocorda (drone), vi è un forte senso melodico delle parti vocali, trattate come mero strumento supplementare e quasi "sognanti", tanto che il genere è in buona misura legato al dream pop.[1] Grazie al muro di feedback prodotto dalle chitarre, il risultato è quasi assimilabile a certe produzioni di Phil Spector e ad una versione aggiornata e corretta (con l'utilizzo dell'elemento "rumore") del suo Wall of Sound.

Il nome[modifica | modifica wikitesto]

« Non volevamo utilizzare il palcoscenico come una piattaforma per il nostro ego, come facevano le big band di allora, come gli U2 o i Simple Minds. Ci siamo presentati come persone normali, volevamo che i nostri fan pensassero che fosse possibile anche per loro fare quello che avevamo fatto noi. »
(Mark Gardener, frontman dei Ride)

[2]

La genesi del nome (che in inglese significa "fissare lo sguardo sulle scarpe") è attribuibile alla stampa musicale britannica, a partire dal NME,[2] che adottò questo termine per descrivere un atteggiamento introspettivo e quasi distaccato da parte dei musicisti di certe band evidenziato, durante le esibizioni dal vivo, dalla curiosa tendenza a muoversi poco sul palco e guardare in basso durante le esibizioni, come se si stessero guardando le scarpe.[1]

Un comportamento che, in parte, era dovuto dall'esigenza di controllare gli effetti a pedale della chitarra e del basso, al cui uso massiccio si deve il particolare muro sonoro caratterizzante del genere.[1]

Un'altra definizione della scena shoegaze fu quella coniata dal giornalista del Melody Maker Steve Sutherland che nel 1990 la descrisse come The Scene That Celebrates Itself (La Scena che celebra se stessa). In un tono ironico e quasi sprezzante, il termine focalizzava l'attenzione sul fatto che le band coinvolte sulla stessa scena, piuttosto che essere (come da tradizione) rivali tra loro, erano spesso viste partecipare le une ai concerti delle altre, oltre che impegnate a collaborare in progetti comuni.[3]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Precursori della scena shoegaze furono i Jesus and Mary Chain e i My Bloody Valentine che, per primi sperimentarono, in modi diversi, l'utilizzo straniante del feedback all'interno di strutture melodiche ben definite. Ispirati, i primi, da una certa tradizione garage rock degli anni sessanta e interessati, i secondi, ad una riscoperta del sound psichedelico di quella stessa decade, entrambi i gruppi pagarono però un pesante debito creativo al lavoro dei Velvet Underground che, soprattutto col loro secondo album White Light, White Heat, riscrissero e allargarono i confini della canzone rock tradizionale. Altra band seminale furono i Cocteau Twins, che in quegli anni imboccarono una strada parallela fatta di melodie squisitamente pop immerse in paesaggi sonori sognanti e atmosfere rarefatte e suggestive, create da chitarre riverberate e voci eteree e che portò, più tardi, alla nascita del dream pop.[4]

Con loro sono state poste le basi per una scena, che annovererà gruppi come Ride, Lush, Chapterhouse, Slowdive, Telescopes, Curve, Spiritualized, Catherine Wheel, Moose, Pale Saints, Spacemen 3 e Loop, questi ultimi influenzati anche da certe atmosfere krautrock anni settanta, inserirono un elemento di reiterazione nelle strutture dei brani che, in seguito, li portò ad emanciparsi dalla stessa scena.[5] Fuori dal mondo anglosassone, la band argentina Soda Stereo pubblicò nel 1992 Dynamo, uno dei migliori esempi del shoegaze latinoamericano.

Il fenomeno shoegaze ebbe in realtà una durata molto limitata, scomparendo nel giro di 3-4 anni. La critica della stampa musicale di una certa auto-indulgenza da parte delle band shoegaze, unita ad un certo fastidio per la provenienza borghese dei componenti stessi cominciò, infatti, molto presto ad essere percepita in netto contrasto con la nascente nuova ondata di gruppi Britpop che, al contrario, sembrava offrissero testi più intelligibili, spesso incentrati sui problemi della gente comune e della classe operaia. Molte band cercarono allora nuove strade, virando verso il nascente britpop o ispirandosi alla scena grunge di Seattle.

L'esperienza shoegaze trovò un nuovo sviluppo nei primi anni 2000, sia nella scena indietronica di gruppi come Broadcast, Lali Puna e The Postal Service, che in un certo filone del post-rock e di band quali Flying Saucer Attack, Third Eye Foundation, Hood e Autolux.

Verso la fine di questa decade una nuova serie di band shoegaze, identificate appunto come Nu gaze, ha riportato in auge il genere, riconnotandolo dei suoi elementi identificativi originari. Band come Amusement Parks on Fire, Deerhunter, The Horrors, The Pains of Being Pure at Heart, A Place to Bury Strangers, Ulrich Schnauss, Silversun Pickups, Van She salutati con entusiasmo da critici e riviste di settore[2] e che, secondo un articolo del blog Oxford Student, propongono un genere di musica con "riff reiterati, voce tenue e un muro di rumore, creato da chitarre o synth".[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c (EN) Shoegaze, su AllMusic, All Media Network.
  2. ^ a b c Jude Rogers, Diamond gazers, in The Guardian, 27 luglio 2007. URL consultato il 14 febbraio 2016.
  3. ^ Julian Cope presents Head Heritage | Unsung | Reviews | Slowdive - Souvlaki
  4. ^ Origine e fine di un genere - Distorsioni Blog
  5. ^ 10 Essential Shoegaze Albums - Treblezine
  6. ^ Hidden Treasures: Nu-Gaze - Oxford Student

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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