Scherzi da prete

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Scherzi da prete
Scherzi da prete (1978).jpg
Una scena del film
Titolo originaleScherzi da prete
Lingua originaleitaliano
Paese di produzioneItalia
Anno1978
Durata90 min
Generecommedia
RegiaPier Francesco Pingitore
SoggettoPier Francesco Pingitore, Mario Castellacci
SceneggiaturaPier Francesco Pingitore, Mario Castellacci
ProduttoreFiliberto Mandini, Manolo Bolognini
Casa di produzioneXeni Film
Distribuzione (Italia)Capitol Martino
FotografiaAiace Parolin
MontaggioAlberto Gallitti
MusicheDimitri Gribanovski, Flavio Bocci
Interpreti e personaggi

Scherzi da prete è un film del 1978 diretto da Pier Francesco Pingitore.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Don Tarquinio Buttafava è il parroco di un paesino ciociaro, Cioci, dove, secondo una millenaria concessione papale, è permesso celebrare la messa in dialetto ciociaro ("ciociaro antico", come preciserà Don Tarquinio, anche se ben lontano dalla realtà, sia nelle locuzioni che nella pronuncia), anziché in latino. Dopo la traduzione in italiano delle celebrazioni liturgiche, però, don Tarquinio si rifiuta di utilizzare la lingua nazionale, continuando a celebrare in ciociaro.

Papa Paolo VI in persona, allora, sollecita le gerarchie ecclesiastiche per fare in modo che nella parrocchia ribelle si celebri in italiano, ma ne nasce una sorta di scisma ciociaro che vede anche la nascita della DC, Democrazia Ciociara, partito politico che inizia a rubare consensi alla vera DC, la Democrazia Cristiana.

Prima del congresso costituente del partito, però, i protagonisti ideatori e finanziatori dell'alta società romana, che avevano usato don Tarquinio come megafono, gli voltano le spalle all'improvviso: un vescovo ordisce un inganno per "ricattare" una delle finanziatrici. Tornando da uno dei numerosi congressi, don Tarquinio trova attorno a sé terra bruciata. L'unica persona con cui riesce a parlare è la figlia della nobildonna ricattata, che sta prendendo il sole in piscina nuda; in un momento di debolezza fugace irrompono i giornalisti, e don Tarquinio si ritrova appiedato e affossato pubblicamente.

Il vescovo lo riceve e gli comunica il perdono della Chiesa, il suo reintegro e la concessione di celebrare messa in ciociaro, ma nell'ambito della missione in Uganda presso il Dittatore Presidente Idi Amin Dada.

Riferimenti politici[modifica | modifica wikitesto]

  • Don Tarquinio è definito "il lefebvriano ciociaro", pronto a combattere la causa anticonciliare per difendere la tradizione millenaria del suo paese e dei suoi fedeli.
  • Il sindaco di Cioci, devoto stalinista, battezza il figlio a maturità raggiunta, il quale è mostrato ancora vestito come un bimbo in fasce, benché abbia la statura e i caratteri di un ragazzo maturo. Poco credibile come erede politico del padre, più probabilmente un "bamboccione".
  • Il diretto superiore di don Tarquinio non teme il fenomeno sovversivo ciociaro, almeno finché non diventa uno scandalo nazionale, perché, a suo dire, già Gioacchino Belli aveva espresso volgarmente i temi della cultura cattolica senza scalfire l'unità della fede.
  • Don Tarquinio è completamente ignaro delle domande di una giornalista riguardanti il femminismo, mentre il sindaco Spartaco De Simone, detto "Occhiofracico", in proposito ritiene il femminismo: «bbòno», perché: «nel senso cumme se dice della femmena», lo trova: «bbono». Afferma inoltre di conciliare la sua connivenza da laico con il fenomeno religioso ciociaro a causa della nascita del figlio e delle richieste sessuali della moglie.
  • A Roma i nobili che strumentalizzano il movimento ciociaro propongono di creare col sostegno di Don Tarquinio un nuovo partito, da chiamarsi DC (il cui nome secondo il prete: «non poccia tando bbene»), cioè Democrazia Ciociara, oppure PCI, Partito Ciociaro Italiano.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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