Principato di Seborga

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search
Principato abbaziale di Seborga
Principato abbaziale di Seborga – BandieraPrincipato abbaziale di Seborga - Stemma
Motto: Sub Umbra Sedi[1]
Locatieseborga.png
Dati amministrativi
Lingue ufficialiLatino, italiano, francese
Lingue parlateLigure
(var. dialetto seborghino)
CapitaleSeborga
Dipendente daContea di Provenza,
Regno di Francia,
poi Ducato di Savoia
DipendenzeCappellania di san Michele in Ventimiglia
Politica
Forma di StatoTeocratico
Forma di governoMonarchia elettiva
(principato abbaziale, retto da un principe-abate)
Nascitadata non documentata
CausaIgnoto
Fine31 gennaio 1729 con l'abate di Lerino
Eraldo di Cannes
CausaVendita ai Savoia
Territorio e popolazione
Massima estensionekm² nel secolo XVII
Popolazione190 abitanti (40 fuochi)[2] nel secolo XVII
Economia
ValutaZecca: (1666-1689), francese, sarda
Produzioniprodotti agricoli, allevamento
Commerci conDucato di Savoia,
Impero ottomano (luigini), Marchesato di Dolceacqua,
Repubblica di Genova
Religione e società
Religione di StatoCattolicesimo
Classi socialiClero, artigiani, contadini
Mappa principato abbaziale di Seborga.jpg
Evoluzione storica
Preceduto daLascaris3.JPG Contea di Ventimiglia
Succeduto daLesser coat of arms of the king of Italy (1890).svg Regno di Sardegna

Il principato abbaziale di Seborga è stato una minuscola entità territoriale, di proprietà dell'abbazia di Lerino, situata nell'isola di Sant'Onorato, di fronte a Cannes.[3] Si trovava nella repubblica di Genova, L'abbazia di Lerino dipendeva dalla contea di Provenza, poi dal regno di Francia. La proprietà fu venduto ai Savoia nel 1729.[4] Il borgo (500 metri di altitudine), noto per l'attività secentesca della sua zecca,[5][6] si trova oggi a dodici chilometri da Bordighera, in provincia di Imperia, non lontano da Dolceacqua e Sanremo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Esiste nell'Archivio di Stato di Torino un documento con cui un Guido (Guidone), conte di Ventimiglia, dona al priorato di San Michele di alcune proprietà terriere che detiene a Ventimiglia e la signoria di Seborga[7].

Nell'atto sono descritte le motivazioni che lo portano a questa donazione: la sua partenza per la Spagna, a combattere "contra perfidos Sarracenos, in subsidium illustris Dni Ildeffonsi, regis Hispanie, avunculimei". Oltre alle motivazioni che lo spingono a partire Guido elenca i suoi compagni di viaggio: il fratello Antonio, Tommaso, conte di Savoia, nonché fratello di sua moglie Eleonora, Inoltre ci sono Raimondo, marchese del Monferrato, e Berengario, conte Valentino, suoi nipoti, i suoi figli Corrado, Ottone, e Rolando nonché un altro po' di nobili.

L'atto è datato "Illustri D. Ludovico Romano imperatore feliciter regnante, anno Dominice lncarnationis 954"

Il problema che pone l'atto è che nel 954 non esiste in Spagna alcun re di nome Ildefonso, o Alfonso e che Ludovico III è morto nel 928, avendo peraltro già perso la corona nel 905, mentre Ludovico IV è del XIV secolo.

Già alla fine del XVI secolo Filiberto Pingone, noto agli studiosi francesi come Philibert de Pingon, aveva notato che era strano che un atto della metà del X secolo citasse Tommaso di Savoia che era morto circa tre secoli dopo. Gli stessi dubbi sono stati sollevati nel secolo successivo da Samuel Guichenon. Alla fine del XVII secolo Pietro Gioffredo riesce a esaminare l'atto nell'archivio dell'abbazia di Lerino e arriva alla conclusione che non sia da prendere in alcuna considerazione[8].

Nel 1729 l'abbazia di Lerino vende al re di Sardegna, in quel periodo Vittorio Amedeo II, la proprietà di Seborga, impegnandosi a cedere tutto l'archivio pertinente. Domenico Francesco Lea, un avvocato nizzardo, è colui che materialmente prende in carico l'archivio dei monaci e lo deposita nell'Archivio di stato di Torino[9].

Gli archivisti torinesi si trovano ora di fronte al problema di verificare l'attendibilità dell'atto fondativo della signoria esercitata dall'abbazia di Lerino su Seborga. Di questo atto esistevano già molte copie ed era stato usato in varie dispute. È anche alla base di una mappa cartografica del XVII secolo, creata dai monaci di Lerino per definire i confini nel corso di una disputa con la Repubblica di Genova[8].

Gli archivisti incaricano dunque verso la metà del XVIII secolo Constance Celebrino, avvocato generale del ducato (regno?) di verificarne l'attendibilità: Celebrino, utilizzando le tecniche della diplomatica, annota subito che la scrittura non è pertinente al periodo a cui dovrebbe risalire il testo, che il supporto è stato antichizzato e che il bollo apposto è evidentemente recente.

Anche i contenuti sono pieni di anacronismi a partire dalla presenza di un imperatore Ludovico, di un marchesato di Monferrato e altri numerosi anacronismi.

Anche secondo Celebrino si tratta di un evidente falso: non solo il documento è falso ma non è neanche la trascrizione di un documento precedente[8].

Il feudo di Castrum Sepulchri è nuovamente citato in un documento del 1177, riguardante una controversia tra i monaci di Lerino e i conti di Ventimiglia circa i confini delle corrispondenti proprietà tra Vallebona e Seborga.[10][11]

Il territorio seborghino, intanto, continuò a dipendere amministrativamente e politicamente dall'abbazia di Lerino, ubicata nella contea di Provenza che, dopo essere stata degli Angioini di Napoli, nel 1481, fu annessa al regno di Francia.

Nel 1261, il priore della chiesa ventimigliese di San Michele, Giacomo Costa, redasse, su delega dell'abate di Lerino, gli Statuti e Regolamenti del principato.[12]

I monaci provenzali traevano scarsi profitti dalle rendite del possedimento e, spesso, erano costretti a contrarre prestiti in denaro per alleviare la misera vita dei sudditi. Il principe abate Cesare Barcillon, nel dicembre 1666, onde ricavare consistenti entrate, aprì un'officina monetaria nel piano sottostante il palazzo abbaziale, sito in piazza san Martino: il primo zecchiere fu Bernardo Bareste di Mougins. Furono battuti diversi conii e l'attività durò fino all'ottobre 1689.[13][14] I luigini, però, contenevano un basso tasso di argento e dunque non erano graditi neppure in Oriente, anche per la concorrenza di altre zecche, come quella della contea di Tassarolo. Luigi XIV di Francia ne dispose la chiusura.[15][16]

Le monete, rarissime, che oggi rimangono dell'esperienza monetaria di Seborga sono dodici, provenienti da quattro conii: in argento, rappresentano il busto di san Benedetto e lo stemma principesco (tra due fronde di palma è riprodotto un pastorale su una mitra con la scritta "Monasterium - Lerinense - Princeps - Sepulcri - Congregationis - Cassinensis".[17][18] Gli esemplari che tuttora si possono ammirare sono custoditi: uno nell'Archivio di Stato di Torino, due a Vienna, sei nell'ex collezione di Vittorio Emanuele III di Savoia, due a Marsiglia e uno a Lione.[19] L'archeologo e numismatico Pellegrino Tonini (1824-1884), segretario del Museo nazionale del Bargello di Firenze, nella sua opera "Topografia generale delle Zecche italiane", ivi edita nel 1869, cita la monetazione dell'abbazia di Lerino a nome di Seborga (Sepulcrum, Monaci di S. Lerino), indicandola sulla mappa allegata e qualificando gli abati di San Lerino come Principi di Seborga.[20]

All'estrema sinistra è indicata la zecca di Seborga (Sepulcrum, Monaci di S. Lerino)[21]

A proposito del rango principesco e del diritto di zecca erano prerogative spettanti al Sacro Romano Imperatore e al Papa che potevano estenderle ad eventuali loro vicari. Nel caso di Seborga la fonte non era imperiale, perché, oltre a non esistere documento che lo provi, i beni della contea di Provenza, estintasi, passarono al regno di Francia, assolutamente indipendente dall'impero.[22][23] La sua origine, dunque, doveva essere papale: ogni abate poteva attribuire (e attribuirsi), con autorizzazione pontificia, titoli nobiliari.[24] E questo fecero gli abati di Lerino, autonominandosi "principi" e assegnando a Seborga il loro predicato aristocratico, in quanto deputati dell'autorità della Santa Sede sul convento.[25][26] Di conseguenza nessun seborghino poteva assumere lo status principesco che spettava esclusivamente all'abate di Lerino o ai Pauperes Commilitones Christi, l'Istituzione laico-monastica cistercense. Questi, in qualità di principe abbaziale non dipendeva dal clero secolare ma solo dal Papa ("nullius diocesis"): dirigeva, infatti, le parrocchie del territorio e nominava il prevosto di Seborga, scelto, indi, dai Savoia.[27][28]

Il principe abate non soggiornava frequentemente in Seborga e questa assenza risultava negativa per gli abitanti del paese. Nominava un vicario, il podestà, il cui incarico durava da sei mesi a tre anni e poteva essere rieletto. Coadiuvato da due sindaci e da due consoli, amministrava il feudo, sotto l'attenta sorveglianza dell'abate assente, al quale doveva presentare continui resoconti della propria attività pubblica.[29] Il principe, ogni tanto, compiva una visita e alloggiava nel palazzo abbaziale: gli spettava il trattamento di "Sua Signoria Reverendissima", ma la sua carica era temporanea.[30]

I monaci, però, erano stanchi di questa amministrazione delegata che rendeva poco.[31] Decisero, quindi, di vendere il principato al re di Sardegna Vittorio Amedeo II di Savoia che ambiva avvicinarsi sempre più all'agognato mare. Il contratto, autorizzato dal Papa, fu stipulato dall'avvocato Francesco Lea (presente un rappresentante dell'ultimo principe abate mitrato Eraldo di Cannes) e la somma fissata in 175.000 lire.[32][33]

Il cosiddetto principato abbaziale di Seborga fu annesso ai domini dei Savoia il 31 gennaio 1729 che, però, non ebbero il diritto di fregiarsi del titolo che poteva essere assunto solo da un religioso.[34] Lo stesso monastero di Lerino fu chiuso nel 1788 da una commissione regia francese.[35]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Delfanti, p. 43 (scritto su una moneta del 1668)
  2. ^ Delfanti, p. 18
  3. ^ Arnotte-Colin, p. 28
  4. ^ Delfanti, p. 16
  5. ^ Rossi, Il Principato di Seborga e la sua Zecca, p. 2
  6. ^ Delfanti, p. 17
  7. ^ Testo in L. Alliez, Histoire du monastère de Lérins, Volume 2, p. 477
  8. ^ a b c Ripart 2009.
  9. ^ Ripart 2009, p. 553.
  10. ^ Lamboglia, p. 4
  11. ^ Ottolenghi, p. 19
  12. ^ Ottolenghi, p. 24
  13. ^ Arnotte-Colin, p. 41
  14. ^ Ottolenghi, p. 27
  15. ^ Rossi, Il Principato di Seborga e la sua Zecca, p. 3
  16. ^ Ottolenghi, p. 28
  17. ^ Rossi, Il Principato di Seborga e la sua Zecca, p. 4
  18. ^ Delfanti, p. 45
  19. ^ Delfanti, p. 46
  20. ^ Tonini,  p. 22.
  21. ^ Tonini,  p. 125.
  22. ^ Arnotte-Colin, p. 66
  23. ^ Ottolenghi, p. 61
  24. ^ Cais, p. 8
  25. ^ Lamboglia, p. 2
  26. ^ Ottolenghi, p. 50
  27. ^ Rossi, Il Priorato di S. Michele di Ventimoglia e il Principato di Seborga, vol. IV, p.102
  28. ^ Ottolenghi, pp. 60-62
  29. ^ Lamboglia, p. 5
  30. ^ Ottolenghi, p. 25
  31. ^ Delfanti, p. 32
  32. ^ Alliez, p. 379
  33. ^ Delfanti, p. 33
  34. ^ Delfanti, p. 34
  35. ^ Alliez, p. 531

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autoritàVIAF (EN130339384 · BNF (FRcb17008488d (data)