Piuttosto che

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Piuttosto che è una locuzione prepositiva della lingua italiana. Ha valore comparativo[1] ed equivale a «anziché».[2]

A partire dagli anni 1990[3] l'espressione ha subìto uno slittamento di significato verso l'uso disgiuntivo, essendo usata da molti nel senso di «oppure». Taluni parlanti, cioè, costruiscono frasi come «mangio mele piuttosto che pere» per significare «mangio mele oppure pere» e non più «mangio mele anziché pere». L'esito può essersi prodotto a partire dal rafforzamento di «o» con l'avverbio «piuttosto».[3]

Si tratta tuttavia di un uso improprio, ambiguo[2] e semanticamente deviato[4] che trae origine dalle parlate altolocate settentrionali,[3] nelle quali era già diffuso oltre un decennio prima della sua affermazione nel resto d'Italia.[3]

L'impiego di «piuttosto che» nel senso di «oppure», inizialmente di carattere snob,[3] è divenuto un fenomeno sociolinguistico dilagante,[5][6] assumendo natura di moda, con il favore del prestigio che molti parlanti attribuiscono ai costumi linguistici settentrionali.[4] Il fenomeno è diventato perfino esemplare degli abusi grammaticali nell'italiano contemporaneo, tanto da essere richiamato dal titolo di pubblicazioni dedicate agli errori e ai tic linguistici più diffusi.[7]

Il giudizio di linguisti e altri cultori dell'italiano in proposito è generalmente negativo, specie per la carica d'ambiguità che l'espressione possiede e che può spingersi fino a provocare un completo nonsenso.[8] Anche molti comuni parlanti deprecano l'uso.[7][9]

Questione linguistica[modifica | modifica wikitesto]

La deviazione neostandard consistente nell'uso disgiuntivo di «piuttosto che» ricorre in comunicazioni a volte prolisse,[10] specie in presenza di una ricorsività sintattica che in italiano è invece affidata alle congiunzioni «o» e «oppure»:[5] si avverte quindi in costrutti come «Penso che domani andrò al cinema, piuttosto che a teatro, piuttosto che al vernissage. Non ho ancora deciso».

In casi simili il parlante intende le diverse opzioni come alternative più o meno indifferenti. In base all'uso consolidato da secoli nella tradizione grammaticale italiana,[3] la frase va intesa invece in senso comparativo, nel senso cioè che egli preferisce la prima ipotesi (andare al cinema) alle altre due. Si deve inoltre notare che l'uso standard neppure consente la reiterazione di «piuttosto che».[11]

Nei casi più blandi, questa maniera di esprimersi comporta una semplice ambiguità semantica risolvibile in base al contesto. Tuttavia l'interlocutore può senz'altro percepire un significato divergente dalle intenzioni del parlante («Penso che andrò al cinema, invece che a teatro o al vernissage»), e nei casi più gravi può prodursi un vero nonsenso.[8]

La formulazione della frase risulta dunque ambigua, e per la sua comprensione è indispensabile interpretare bene il contesto.[3][12] Nessun aiuto può venire da una diversa intonazione, dato che tra la forma standard e quella neostandard non sembrano esistere differenze di prosodia.[11]

L'uso di «piuttosto che» in funzione disgiuntiva è perciò deprecato dai linguisti: non per ostilità preconcetta a un'innovazione, ma perché tale innovazione è portatrice di un'ambiguità sostanziale che pregiudica la funzione del linguaggio.[3] Quest'ambiguità è ancor più deprecabile quando il parlante vi indulge in ambiti settoriali come quello scientifico o giuridico, nei quali è cruciale la «congruenza e univocità» di lessico e terminologia.[4]

Fenomeno sociolinguistico[modifica | modifica wikitesto]

Origine e diffusione[modifica | modifica wikitesto]

Il «piuttosto che» disgiuntivo è un fenomeno sociolinguistico che, da un punto di vista diamesico, nasce senz'altro dal linguaggio parlato, ma non germoglia dall'italiano popolare, bensì piuttosto da un terreno iniziale (probabilmente ristretto) di ambienti agiati del settentrione.[3]

Il fenomeno è ritenuto un prodotto degli anni novanta del Novecento, anche se esiste sicura testimonianza di un uso disgiuntivo di «piuttosto che» limitato al ceto medio torinese già nei primi anni 1980.[4] Sembra che l'uso si sia propagato da un centro di irradiazione lombardo[6] o circoscritto a Milano.[13] Più genericamente, comunque, gli si può riconoscere un epicentro settentrionale.[3] Alla fine del XX secolo i linguisti lo avvertivano come un uso limitato all'ambito delle parlate settentrionali e del Canton Ticino.[14]

La diffusione ulteriore del vezzo linguistico sarebbe stata favorita da una «certa aura di prestigio» che alcuni parlanti gli hanno accordato, come spesso avviene, semplicemente per la sua origine settentrionale, imitandolo.[4]

Come in altri casi (si veda l'espressione «assolutamente sì»), un ruolo fondamentale ha giocato poi l'influenza dei principali mezzi di comunicazione, ormai arbitri delle tendenze nell'evoluzione dell'italiano.[3] Una certa venatura di snobismo insita nell'espressione potrebbe averne favorito l'accoglimento da parte di conduttori e giornalisti televisivi o radiofonici, che l'hanno poi trasformata in fenomeno virale, rendendola un tormentone.[3]

L'influenza del mezzo televisivo non si è esercitata soltanto sulle classi sociali più deboli culturalmente.[3]. Dal punto di vista diastratico, il tipico parlante che abusa dell'espressione è un «adulto colto», professionalmente inquadrabile come «impiegato/dirigente/docente», senza differenze tra i sessi.[14] Dal punto di vista diafasico, l'uso sembra attestato senza distinzioni sia nel registro informale sia in quello formale.[14]

Una possibile scia del fenomeno emerge da sporadici segni di un appiattimento semantico sul significato disgiuntivo che inizia ad affliggere anche la congiunzione «anziché».[4]

Cause[modifica | modifica wikitesto]

La dinamica dell'evoluzione non è chiara, ma può essere ricostruita ipotizzando che, in una prima fase, sia avvenuto il rafforzamento della congiunzione «o» con l'avverbio «piuttosto» («mangio mele o piuttosto pere») e, in seguito, si sia verificata la sostituzione del corretto «o piuttosto» con l'errato «piuttosto che».[3]

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

L'abuso di «piuttosto che» in funzione disgiuntiva è all'origine di stroncature come quella decretata nel 2003 dai lettori del Sole 24 ORE nel gioco linguistico Parole da buttare, in cui l'espressione si classificò al quarto posto, preceduta da «quant'altro», «assolutamente sì» e «un attimino».[15][16] Concludendo l'inchiesta sull'inserto domenicale del quotidiano, il glottoteta Diego Marani classificò il «piuttosto che» disgiuntivo, dal punto di vista semiotico, come un'espressione del tutto prive di contenuti comunicativi, classificabili al pari del «mi consenta» berlusconiano tra gli strumenti inutili del lessico di Porta a porta: mere formule utili a «tenere il microfono», ma con uno spessore semantico equivalente a quello di un grugnito.[15]

Alcuni studiosi classificano l'espressione tra modismi: essa apparterrebbe a un novero di «voci, espressioni, formule, intercalari, accomunati proprio dalla grandissima diffusione di cui godono in un determinato (di solito breve) periodo». Queste «nel periodo di massima fortuna rimbalzano continuamente dal parlato allo scritto (e viceversa) e riescono a infiltrarsi nei contesti più svariati, passando presto dall'uso all'abuso».[16] Il loro successo, che alcuni ritengono effimero, farebbe parte di un processo di creazione dal basso di una «lingua di plastica».[17]

Si registra però, contro l'abuso di «piuttosto che», anche un fenomeno di mobilitazione «dal basso», attraverso campagne promosse dagli utenti di Internet con la creazione di gruppi su Facebook e la pubblicazione di video su YouTube.[7][9]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Congiunzioni comparative su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 22 maggio 2015.
  2. ^ a b Francesco Sabatini e Vittorio Coletti, Scheda sul vocabolo "piuttosto" in Il Sabatini Coletti - Dizionario della Lingua Italiana, Corriere della Sera, 2011, ISBN 88-09-21007-7.
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n Castellani Pollidori, p. 11.
  4. ^ a b c d e f Castellani Pollidori, p. 12.
  5. ^ a b Severgnini, p. 20.
  6. ^ a b Bartezzaghi, p. 15.
  7. ^ a b c Della Valle-Patota.
  8. ^ a b Lombardi Vallauri, p. 24.
  9. ^ a b LinkPop.
  10. ^ Antonelli, p. 37.
  11. ^ a b Bazzanella-Cristofoli, p. 271.
  12. ^ Bazzanella-Cristofoli, p. 275.
  13. ^ Renzi, p. 66.
  14. ^ a b c Bazzanella-Cristofoli, p. 276.
  15. ^ a b Diego Marani, Spazza dizionario 2003. Si conclude il gioco delle «parole da buttare», un inventario delle parole che i nostri lettori vogliono avviare allo smaltimento, supplemento del Sole 24 ORE, 28 dicembre 2003.
  16. ^ a b Antonelli, p. 36.
  17. ^ Castellani Pollidori cit. in Antonelli, p. 37.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]