Paul McCarthy

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Paul McCarthy

Paul McCarthy (Salt Lake City, 4 agosto 1945) è un artista statunitense.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

McCarthy nasce il 4 agosto 1945 a Salt Lake City (Utah), da genitori mormoni di classe medio bassa. Studia arte all'Università dello Utah nel 1969. Prosegue gli studi al San Francisco Art Institute, laureandosi in pittura. Nel 1972 frequenta un master in film, video e arte all'Università della California del Sud.[1] Negli anni Settanta vive e lavora a Los Angeles. Nonostante la sua reputazione fra gli artisti sia alta, il suo successo rimane circoscritto nella West Coast e non riesce comunque ad entrare con le sue opere nelle collezioni museali. Si mantiene, facendo il tecnico di ripresa e della fotografia anche negli studi cinematografici di Los Angeles. Hollywood e l'immaginario cinematografico diventano, così, una fonte primaria della sua arte.[2]

Dal 1982 insegna storia dell'arte all'Università di Los Angeles, poi al California Institute of Arts, continuando a realizzare prevalentemente video e sculture.[3]

Nel 1991, a 45 anni, partecipa a una mostra collettiva di artisti di Los Angeles curata da Paul Schimmel, dove la sua scultura The Garden, viene venduta a Jeffrey Deitch, lanciandolo velocemente ai piani alti del mondo dell’arte. Da allora la sua carriera è incredibilmente prolifica.[4]

Espone nei più prestigiosi musei del mondo, tra cui il Museum of Contemporary Art di Los Angeles (2000), la Tate Modern di Londra (2003), l’Haus der Kunst di Monaco di Baviera (2005), il Whitney Museum of American Art di New York (2008), il Moderna Museet di Stoccolma (2006), la Whitechapel Gallery di Londra (2005), l’Hamburger Bahnhof Museum für Gegenwart di Berlino (2008) ed il Getty Museum di Los Angeles (2008). Partecipa alle più grandi kermesse d’arte contemporanea, tra cui la Biennale di Venezia (quattro edizioni: 2001, 1999, 1995, 1993), la Biennale del Whitney Museum di New York, la Biennale di Berlino, la Biennale di Santa Fe, la Biennale di Lione e la Biennale di Sidney.[5]

Carriera artistica[modifica | modifica wikitesto]

Le opere di McCarthy includono performance, installazioni, film. L’uso della violenza nella sua produzione nasce da una miscela di sessualità, rumore, cibo, caos, protesta sociale, simbologie freudiane e nostalgico azionismo viennese, debitore della temperie inquieta e decadente della Mitteleuropa. La sua produzione artistica è un processo di sconfinamento verso la più totale libertà espressiva e dal continuo desiderio di superare e travolgere i canoni estetici tradizionali.[6]

"Ho iniziato a fare videocassette all'inizio degli anni '70. I primi riguardavano la percezione e l'illusione. La fotocamera era capovolta, o avrei usato specchi, cose del genere. Ma ho anche iniziato a fare pezzi che erano performance nel senso che sarei stato davanti alla telecamera. Lavorerei in studio principalmente da solo con la macchina fotografica. Non c'era molto nella stanza. Farei alcune cose e le registrerei. Spesso erano ripetitivi e intuitivi. Ma Bell è stata una delle prime azioni che ho fatto che ha coinvolto i liquidi, in questo caso, l'olio motore. Non avevo programmato di realizzare il pezzo. È stato spontaneo. È stato il primo nastro in cui c'era un personaggio."[7]

Riguardo a Whipping a Wall with Paint l'artista dichiara:

"In realtà c'erano due nastri, uno chiamato Whipping a Wall with Paint e una seconda versione detta Whipping a Wall and a Window with Paint. I passanti hanno visto l'azione dalla strada, dall'altra parte della finestra. Ho schizzato la vernice contro la finestra per circa un'ora e alla fine le finestre sono state coperte. C'è vernice ovunque, su di me, sul pavimento. Immergevo una grande coperta in un grande secchio di una miscela di vernice e olio per motori, la tiravo fuori e la sbattevo contro il muro e la finestra. È stato estenuante. Gli schizzi di vernice o il residuo di ketchup come in Bossy Burger o altri pezzi sembrano suggerire che sia avvenuto un atto di violenza."[7]

All'inizio degli anni '80 aggiunge al suo repertorio maschere e costumi. Inventa il personaggio di un Babbo Natale impazzito e fa riferimenti osceni sui personaggi dei libri per bambini, come Heidi e Pinocchio. Usando manichini meccanizzati, trasforma il selvaggio West, a lungo un punto fermo dell'identità televisiva americana, in un vaudeville sul sesso e lo sfruttamento. Molto prima che il tema diventi dominante dell'arte negli anni '90, McCarthy presenta la forma umana come un contenitore gassoso, privo di genere, in una condizione fluida.[2]

Realizza Pig Island – L’isola dei porci nel 2010, per la sua prima e omonima mostra personale italiana alla Fondazione Nicola Trussardi, negli spazi di Palazzo Citterio a Milano. L'esposizione è la a summa dell'opera dell’artista; come in un enorme collage tridimensionale tutti i personaggi ricorrenti e le forme del lavoro di McCarthy - pop art e performance, minimalismo e Walt Disney - si mescolano. Questo mondo ipertrofico, in cui ogni gerarchia è sovvertita, è liberamente ispirato a La fattoria degli animali di George Orwell (1945), in cui la politica si trasforma in una commedia grottesca , animali ed esseri umani si scambiano di ruolo, il caos regna sovrano.[8]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Ma bell, 1971
  • Sauce, 1974[9]
  • Whipping a Wall with Paint, 1975[7]
  • Bavarian Kick, 1987[10][11]
  • Soup bowl, 1990[12]
  • Bossy Burger, 1991[11][13]
  • Bear and Rabbit, 1991[14]
  • Rear View, 1991–1992[11]
  • The Garden, 1992[11][15]
  • Dead Viking, 1992[16]
  • Spaghetti Man, 1993[11]
  • Mutant, 1994
  • Tomato Heads,1994[11]
  • Painter, 1995[17]
  • Dick & Broom, 1997[18]
  • Apple Heads on Swiss Cheese, 1997–1999[11]
  • Santa Claus, 2001[19]
    Santa Claus, 2013 Rotterdam
  • Daddies Ketchup Inflatable, 2001[11]
  • The Caribbean Pirates Project, 2001-2005[11][20]
  • Bunker Basement, 2003[11]
  • Piccadilly Circus, 2003[21]
  • F- Fort and Lamp Wagon, 2005
  • Mimi, 2006-2008[22]
  • Brancusi tree, 2007[23]
  • Stainless Steel Butt Plug, 2007[24]
  • White Head Bush Head, 2007[25]
  • Complicated Pile, 2007[26]
  • Steven, 2007
  • Happy Traveler (Kicker), 2008
  • M, 2008
  • Mountaineer Hummel (Puck Penisssss), 2009
  • Captain Ballsack, 2009[27]
  • Tree, 2014[28]

Installazioni e opere in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Castello di Rivoli

  1. Nastri in bianco e nero (Black and White Tapes), 1970-1975[29][30]
  2. Carne di marinaio, estasi di marinaio (Sailor’s Meat, Sailor’s Delight), 1975
  3. Nella vasca da bagno (Tubbing), 1975-1976
  4. Tirannia familiare / Zuppa culturale (Family Tyranny / Cultural Soup), 1987[31]
  5. Tirannia familiare – Modellando e formando (Family Tyranny-Modeling and Molding) , 1987[32]
  6. Heidi, 1992[33]
  7. Acconci sfacciato (Fresh Acconci), 1995[34]
  8. Dalle azioni (Out o’ Actions), 1998[35]

Castello di Rivara

  • Bang Bang Room, 1992[36]

Palazzo Grassi

Le opere di Paul McCarthy sono state presentate negli spazi di Punta della Dogana e Palazzo Grassi in occasione delle mostre "Untitled, 2020" (2020), "Elogio del dubbio" (2011-13), "Mapping the Studio" (2009-11), "Una selezione Post-pop" (2006-7) e "Where are We Going?" (2006).[37]

Fondazione Nicola Trussardi

  • Pig Island - L'isola dei porci. Palazzo Citterio, Milano; 20 Maggio - 4 luglio 2010[38]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

  • DADDA: POODLE HOUSE SALOON[39]

Diretto da Paul McCarthy, Damon McCarthy Stati Uniti, 2019 Avanguardia, 93 minuti.

Uno pseudo western e meditazione sulla violenza mediata: Paperino, sua moglie Daisy Duck, la loro figlia Bonkers, Nancy Reagan, Andy Warhol, John Wayne, Mini, Heidi, Poncho e i Cartwright si abusano, si torturano e si uccidono a vicenda nel Saloon.

  • CSSC – IT BEGINS – THE COACH THE SKULL[39]

Diretto da Paul McCarthy, Damon McCarthy Stati Uniti, 2019 Avanguardia, 95 minuti.

Creati nel corso di tre anni, i film fanno parte del progetto più ampio 'Coach Stage Stage Coach / Donald and Daisy Duck Adventure (CSSC / DADDA)', un'opera multipiattaforma liberamente ispirata al classico film del 1939 'Stagecoach' con protagonista John Wayne.

  • Paul McCarthy and Damon McCarthy: Caribbean Pirates[40]

Due volumi, documentazione fotografica ‘Frigate’ e ‘Houseboat’, accompagnato da ‘Catching Mayhem by Its Tail’, un testo di John C. Welchman.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ H. C. Hamblin, Paul McCarthy: Utah’s All-American Pop Culture Artist, su Culture Trip. URL consultato l'8 gennaio 2021.
  2. ^ a b Holland Cotter, The American Fairy Tale, Fun House Style, su New York Times. URL consultato il 16 aprile 2021.
  3. ^ PAUL MCCARTHY: il lato oscuro del sogno americano, su Rosanna Fumai blog, 4 ottobre 2010. URL consultato l'8 gennaio 2021.
  4. ^ Emily Allan, Paul McCarthy:Le visioni profetiche dell'artista contemporaneo Paul McCarthy, su L'Officiel. URL consultato il 16 aprile 2021.
  5. ^ PAUL MCCARTHY: il lato oscuro del sogno americano, su Rosanna Fumai blog, 4 ottobre 2010. URL consultato il 16 aprile 2021.
  6. ^ PAUL MCCARTHY: il lato oscuro del sogno americano, su Rosanna Fumai blog. URL consultato il 16 aprile 2021.
  7. ^ a b c (EN) Paul McCarthy on the Messy, Lonely Truth Behind How He Got His Start as an Artist, su Artspace. URL consultato il 29 aprile 2021.
  8. ^ Pig Island – L’isola dei porci, su Fondazione Nicola Trussardi. URL consultato il 29 aprile 2021.
  9. ^ Video "Sauce", su youtube.com.
  10. ^ Video su Bavarian Kick, su youtube.com.
  11. ^ a b c d e f g h i j Museo Moderna a Stoccolma, su modernamuseet.se.
  12. ^ Soup Bowl by PaulMcCarthy, su artnet.com. URL consultato il 28 aprile 2021.
  13. ^ Video "Bossy Burger", su youtube.com.
  14. ^ Bear and Rabbit, su artnet.com.
  15. ^ The Garden, su archive.newmuseum.org.
  16. ^ Dead Viking, su artnet.com.
  17. ^ Video "Painter", su youtube.com.
  18. ^ Dick & Broom, su phillips.com.
  19. ^ Santa Claus, su sculptureinternationalrotterdam.nl.
  20. ^ Progetto Pirati dei Caraibi, su hauserwirth.com.
  21. ^ (EN) Max Porter on Paul McCarthy’s ‘Piccadilly Circus’ | Frieze, su Frieze. URL consultato il 28 aprile 2021.
  22. ^ Mimi, su ocula.com.
  23. ^ "Brancusi Tree", su artsy.net.
  24. ^ Stainless Steel Butt Plug, su artnet.com.
  25. ^ White Head Bush Head, su flickr.com.
  26. ^ Complicated Pile, su artatsite.com.
  27. ^ Captain Ballsack, su artfacts.net.
  28. ^ Scultura Tree, su lemonde.fr.
  29. ^ Nastri in bianco e nero, su castellodirivoli.org.
  30. ^ Video Nastri in bianco e nero, su youtube.com.
  31. ^ Tirannia familiare/zuppa culturale, su castellodirivoli.org.
  32. ^ Tirannia familiare-Modellando e formando, su castellodirivoli.org.
  33. ^ Heidi, su castellodirivoli.org.
  34. ^ Acconci sfacciato, su castellodirivoli.org.
  35. ^ Dalle azioni, su castellodirivoli.org.
  36. ^ PAUL MCCARTHY al Museo d'arte contemporanea del Castello di Rivara, su castellodirivara.it.
  37. ^ PAUL MCCARTHY al Palazzo Grassi, su palazzograssi.it.
  38. ^ PAUL MCCARTHY alla Fondazione Trussardi, su fondazionenicolatrussardi.com.
  39. ^ a b Film di Paul McCarthy, su hauserwirth.com.
  40. ^ Raccolta fotografica di Paul McCarthy, su hauserwirth.com.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paul McCarthy, Paul McCarthy, Londra, Phaidon Press, 1996.
  • Philip Monk, Mike Kelley and Paul McCarthy: Collaborative Works, Toronto, Power Plant Contemporary Art Gallery at Harbourfront Centre, 2000.
  • Lisa Phillips, Paul McCarthy. Ostfildern, Germania, Hatje Cantz Publishers, 2001.
  • Sarah Glennie, Paul McCarthy at Tate Modern: Block Head and Daddies Big Head, Londra, Tate, 2003.
  • Kathrin Sauerlander. Paul McCarthy: Videos 1970-1997, Cologne, Walther König, 2004.
  • Elisabeth Bronfen, Paul McCarthy: Lala Land. Ostfildern, Germania, Hatje Cantz Publishers, 2005, ISBN 978-3775716536.
  • Iwona Blazwick, Paul McCarthy: Head Shop. Shop Head, Stoccolma, Steidl/Moderna Museet, 2006, ISBN 978-3865213006.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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