Giustizia politica

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La giustizia politica è - secondo la filosofia politica - il perseguimento di fini politici con mezzi giudiziari. Nello Stato di diritto, residuano suoi limitati margini di operatività nella materia delle immunità politiche.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

“L’uso politico della giustizia era normale in Atene"[1], dove «il popolo si è reso padrone assoluto di ogni cosa, e tutto governa con decreti dell’assemblea e con i tribunali, nei quali il popolo è sovrano»[2].

Il fenomeno dei "tribunali del popolo irrazionali e capaci di concepire norme penali retroattive" è riemerso in epoca moderna[3], anche se nei secoli la commistione tra giurisdizione ed attività politica non è mai venuta meno (funzioni giurisdizionali furono esercitate anche dai parlamenti medievali): il concetto di giustizia politica si colloca in uno spazio ambiguo, perché intermedio tra la cosiddetta giustizia rivoluzionaria e la tradizionale giustizia ordinaria (caratterizzata da sanzioni, regole e garanzie comuni a tutti).

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Dittatura della maggioranza.

La giustizia rivoluzionaria[4] fu definita da Carl Schmitt l'ordine nato "dalla canna del fucile"[5]: per lui, nei casi critici, il sovrano diventa chi decide nello stato d’eccezione, cioè chi stabilisce le regole a partire da una situazione di anarchia non più regolata. Questa riflessione - che attingeva al fenomeno del giustizialismo - produsse il fondamento giuridico per il Volksgerichtshof.

Italia[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ordinamento giuridico italiano, si verificano spazi di esercizio di funzioni giurisdizionali da parte di organi non appartenenti alla magistratura; quando questi organi sono composti, in tutto o in parte, da soggetti eletti dal popolo nell'ambito della competizione politica, si utilizza il termine di giustizia politica, sia pure in un'accezione meno ampia di quella utilizzata in filosofia politica.

Diritto penale[modifica | modifica wikitesto]

Tradizionalmente i giudizi penali a carico del Capo dello Stato e dei componenti del Governo per reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni sono assoggettati a una speciale giurisdizione o almeno a una speciale disciplina, per la loro particolare connotazione politica. Anche la nostra Assemblea costituente ha fatto questa scelta, stabilendo che a giudicare di tali reati fosse la Corte costituzionale, ma non nella sua ordinaria composizione di quindici giudici, bensì in quella integrata da sedici cittadini (giudici popolari, in un certo senso, perché non scelti necessariamente fra giuristi) sorteggiati, in occasione del processo, in un elenco di quarantacinque cittadini ultraquarantenni scelti, ogni nove anni, dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.

Solo una volta nella sua storia la Corte è stata chiamata (nella composizione integrata di 31 membri) a rendere un giudizio di questo tipo, in un processo per corruzione: il caso Lockheed, conclusosi nel 1979, nel quale erano imputati due ex ministri (uno fu prosciolto, l'altro condannato)[6]. A seguito di tale esperienza, che bloccò per lungo tempo le altre attività della Corte, ci si persuase che fosse meglio ridurre questa speciale competenza penale della Corte al solo caso dei reati del Presidente della repubblica; per i ministri, con la revisione costituzionale approvata dopo un referendum si è trasferita la competenza alla giurisdizione penale comune, sia pure con procedure particolari (legge costituzionale n. 1 del 1989).

Pertanto, il compito, inconsueto e singolare, che suole definirsi proprio di giustizia politica, assolto dalla Corte costituzionale, al giorno d'oggi si limita al caso in cui viene investita del giudizio sui reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione del solo Presidente della repubblica.

Diritto civile[modifica | modifica wikitesto]

Il termine è utilizzato anche per quelle forme di esercizio della giurisdizione civile da parte di soggetti politici: il più rimarchevole è il giudizio elettorale sui titoli di ammissione e di permanenza nella carica dei parlamentari, previsto dall'articolo 66 della Costituzione italiana nell'ambito della verifica dei poteri da parte dell'organo stesso che viene eletto, nei confronti dei propri componenti (funzione solitamente compresa nel più ampio concetto di "autodichia", ovvero, giurisdizione domestica).

«Innegabilmente si tratta di una funzione giurisdizionale, da intendersi non in senso stretto, attesa la natura affatto speciale dell'organo cui è demandata (per cui in dottrina vi è chi ha parlato al riguardo di "controllo costituzionale di legittimità" o anche, icasticamente, di "giustizia politica"). Lo si desume anche dai lavori dell'Assemblea costituente in cui furono scartate opzioni volte a prevedere forme di controllo giurisdizionale in senso stretto, affidate a tribunali a composizione mista (giudici e parlamentari) o alla Corte di cassazione in composizione speciale, e prevalse invece l'intento di assicurare in massimo grado l'autonomia e l'indipendenza del Parlamento rispetto al rischio di possibile interferenza di altri poteri: sicché si preferì confermare in proposito l’impostazione dello Statuto albertino

(Cassazione – Sezioni unite civili – sentenza 8 aprile 2008, n. 9151)

L'istituto della giustizia politica, "pur avendo con l'autodichia in senso stretto la riserva rispetto alla giurisdizione comune, se ne differenzia per un tratto essenziale: esso è direttamente previsto a livello costituzionale dall'art. 66, come ambito proprio dell'autonomia dell'organo. Rappresenta, quindi, una di quelle eccezioni espresse alla operatività della regola generale di tutela giurisdizionale delle situazioni giuridiche, che ben potrebbero essere previste dalla Carta costituzionale. L'autodichia in senso proprio, invece, non ha alcun fondamento costituzionale diretto e, inoltre, implicherebbe un'estensione della riserva ben al di là delle funzioni primarie assegnate a livello costituzionale (anche implicitamente) all'organo, con conseguente violazione dei diritti delle persone (fisiche, ma anche giuridiche) che subiscono gli effetti delle decisioni dell'organo"[7].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bearzot, Cinzia. “Come si abbatte una democrazia.” Editori Laterza, 2013: lo fu "fin dai tempi dei processi contro Cimone e i membri del consiglio dell’Areopago che, alla fine degli anni ’60 del V secolo, avevano preparato la riforma democratica di Efialte. Ma, soprattutto, il metodo giudiziario era già stato usato con successo nel 406/5 con il processo agli strateghi delle Arginuse, orchestrato da Teramene” (p. 135); ma lo era stato anche dopo il caso della decapitazione delle Erme del Pireo, quando "l’atteggiamento degli zetetai determinò un clima di giustizialismo che creò grande agitazione in Atene: racconta Andocide che, quando la boule si riuniva, tutti fuggivano dall’agora, temendo di essere arrestati (I, 36). Sempre da Andocide apprendiamo che, col susseguirsi delle denunce che avevano rivelato l’esistenza di parodie dei Misteri e avevano coinvolto molti autorevoli personaggi, Pisandro si alzò durante una riunione della boulé, della quale probabilmente faceva parte, e «propose l’abrogazione del decreto varato sotto l’arcontato di Scamandrio e la tortura per gli imputati al fine di conoscere i nomi di tutti i colpevoli prima di notte» (I, 43). La boulé approvò all’unanimità la proposta, di carattere estremamente grave, in quanto sospendeva i diritti costituzionali: Pisandro si rivela qui animato da una forma di giustizialismo che tende ad esasperare una situazione già molto tesa e, soprattutto, si mostra capace di creare consenso intorno alla sua pur discutibile posizione” (p. 28). La continuità dei Trenta tiranni con questi precedenti "si coglie anche nel metodo di condotta, che abbina il ricorso all’azione giudiziaria all’uso di manovre demagogiche, con l’intento di sfruttare a proprio vantaggio la ben nota passione «giustizialista» del popolo" (p. 136).
  2. ^ Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 41, 2.
  3. ^ Crimes against the State and the Intersection of Fascism and Democracy in the 1920s-30s: Vilification, Seditious Libel and the Limits of Legality, by Stephen Skinner, in Oxford J Legal Studies 2016 36: 482-504.
  4. ^ Amnesty International Archiviato il 27 novembre 2016 in Internet Archive. ha ricordato, in proposito, le seguenti parole di Fidel Castro: "La giustizia rivoluzionaria non si basa su precetti legali ma su convincimenti morali".
  5. ^ SCHMITT, Il concetto di 'politico', Il Mulino, 1963, p. 146.
  6. ^ Per i profili di interferenza con i diritti assicurati dalla CEDU, v. Renato Ibrido, INTORNO ALL’“EQUO PROCESSO COSTITUZIONALE”: IL PROBLEMA DELLA OPERATIVITÀ DELL’ART. 6 CEDU NEI GIUDIZI DINANZI AI TRIBUNALI COSTITUZIONALI Rivista AIC N°: 1/2016, 18/03/2016, paragrafo 3.4. La “giustizia penale costituzionale”.
  7. ^ Antonello Lo Calzo, L'AUTODICHIA DEGLI ORGANI COSTITUZIONALI: IL DIFFICILE PERCORSO DALLA SOVRANITÀ ISTITUZIONALE DELL'ORGANO ALLA GARANZIA DELLA FUNZIONE, pagina 1, nota 2 Archiviato il 12 maggio 2016 in Internet Archive.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Otfried Höffe, Giustizia politica. Fondamenti di una filosofia critica del diritto e dello Stato, Bologna, Il Mulino, 1995, stampa 1994, ISBN 8815046631.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]