Andocide

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Andocide (in greco antico: Ἀνδοκίδης, Andokídēs; Atene, metà V secolo a.C.390 a.C. circa) è stato un oratore ateniese.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato in una delle più nobili famiglie ateniesi attorno alla metà del V secolo a.C., nel demo di Cidateneo, da ragazzo frequentò i circoli oligarchici e fece parte della jeunesse dorée che aveva in Alcibiade il suo principale esponente[1].

Nel 415 a.C., alla vigilia della spedizione ateniese in Sicilia, venne coinvolto nello scandalo delle erme. Andocide riuscì ad evitare la condanna a morte denunciando quattro presunti colpevoli, ma la sua vita ne fu segnata per sempre: tradire i compagni di eteria era considerato dagli aristocratici il più infame dei crimini. Venne comunque costretto all'esilio a Cipro, dove si dedicò con profitto al commercio[2].

Tentò più volte di tornare in patria: nel 411 a.C., durante il regime oligarchico dei Quattrocento; nel 407 a.C., riuscendo a pronunciare il discorso Sul suo ritorno senza però riuscire a convincere l'assemblea; infine nel 402 a.C., quando riuscì a tornare approfittando dell'amnistia generale imposta dal re di Sparta Pausania agli Ateniesi dopo la fine della guerra del Peloponneso[3].

Tre anni più tardi, nel 399 a.C., venne accusato di aver violato i misteri eleusini, accusa pretestuosa che in realtà mirava a far riemergere la passata compromissione di Andocide con i gruppi legati ad Alcibiade, i quali erano soliti praticare oscene parodie dei misteri. Andocide scelse di difendersi da solo e a viso aperto ottenendo l'assoluzione con l'orazione Sui Misteri. La sua reintegrazione nella polis sembrava quasi fatta, ma così non era: durante la guerra di Corinto venne inviato come ambasciatore a Sparta con l'incarico di trattare la pace (392-391 a.C.); avendo però rinunciato alle colonie d'Asia, una volta tornato in patria venne accusato di corruzione e favoreggiamento. Provò a difendersi con l'orazione Sulla pace, senza ottenere nulla: venne esiliato e, a partire dal 390 a.C., non si sa più nulla di lui; anche data e luogo di morte sono sconosciuti.

Lo stile[modifica | modifica wikitesto]

Non essendo Andocide un oratore di professione, il suo stile è poco sorvegliato, spesso prolisso e ripetitivo, a volte sintatticamente involuto, ma non proprio privo di spontaneità e di vivacità, che gli derivano (soprattutto nella Sui Misteri) dalla passione che mette nel difendersi dalle calunnie dei suoi avversari, ed è privo di elaborati artifici retorici.

Andocide fu inserito nel Canone alessandrino al decimo posto fra i dieci principali oratori attici; Quintiliano ed Ermogene di Tarso gli riservarono invece giudizi negativi[4]. L'orazione Sul ritorno è influenzata da Antifonte, mentre la Sui misteri richiama la produzione di Lisia.

Un aspetto tipico della sua produzione è l'abilità nella narrazione, che si sviluppa soprattutto facendo attenzione ai piccoli particolari; le varie testimonianze sono, poi, poste in ordine cronologico. La sua importanza risiede soprattutto nell'eccezionalità della sua testimonianza, trattandosi di un protagonista della vicenda della mutilazione delle Erme, di cui conosce e denuncia nella Sui Misteri i veri responsabili, e testimone oculare di molte vicende dei gruppi segreti aristocratici di quel periodo.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Περὶ τῆς ἑαυτοῦ καθόδου (De Reditu, Sul suo ritorno)
  • Περὶ τῶν μυστηρίων (De Mysteriis, Sui misteri)
  • Περὶ τῆς πρὸς Λακεδαιμονίους εἰρήνης (De Pace, Sulla pace con gli Spartani)
  • Κατὰ Ἀλκιβιάδου (Contra Alcibiadem, Contro Alcibiade), in genere giudicato apocrifo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Plutarco, Alcibiade, 21.
  2. ^ Andocide, Sul ritorno, 25.
  3. ^ Andocide, Sul ritorno, 11-12.
  4. ^ Una summa dell'atteggiamento dei critici antichi verso Andocide è in Dionys. Hal., De Lys., 2.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • M. Marzi (a cura di), Oratori attici minori: Antifonte, Andocide, Dinarco, Demade, Torino, UTET, 1977.

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