Iperide

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(GRC)

« Κράτιστον μέν γε πάντων, οἶμαι, ἐστὶν τὸ νικᾶν, εἰ δ'ἄρα συμβαίνοι, ἁποτυχεῖν τοὺς περὶ τοιούτων ἀγωνιζομένους οἴωνπερ ἡμεῖς. »

(IT)

« Penso che la cosa migliore sia vincere, o, nel caso dovesse accadere, cadere combattendo per una causa come quella per la quale abbiamo combattuto. »

(Iperide, Contro Dionda, 6)
Copia romana (II secolo circa) conservata a Villa Corsini (Firenze) di un busto greco che, secondo Frederik Poulsen, raffigura Iperide

Iperide, figlio di Glaucippo del demo di Collito (in greco antico Ὑπερείδης, traslitterato in Hyperéidēs; Atene, 390/389 o 399/388 a.C.luogo controverso, 9 pianepsione 322 a.C.[1]), è stato un oratore e politico ateniese, uno dei dieci oratori attici inclusi nel Canone alessandrino compilato nel III secolo a.C. da Aristofane di Bisanzio ed Aristarco di Samotracia.

Di famiglia benestante, entrò in politica da giovane, nel 362 a.C., distinguendosi per delle azioni giudiziarie contro uomini politici molto in vista nell'Atene dell'epoca. Assunta una posizione di rilievo nel partito anti-macedone ateniese guidato da Demostene e Licurgo, collaborò con loro nel formare una lega di stati greci contro Filippo II e, dopo la sconfitta subita da questa lega nella battaglia di Cheronea (338 a.C.), promosse un decreto con provvedimenti straordinari per salvare Atene da un eventuale assedio, tra cui la liberazione degli schiavi e dei meteci che si fossero arruolati nell'esercito. Dopo Cheronea Iperide svolse prevalentemente l'attività di logografo, che già aveva intrapreso in precedenza, ma continuò a militare tra gli anti-macedoni. Nel 324 a.C., in occasione dello scandalo di Arpalo, Iperide si schierò contro Demostene, accusandolo di aver agito contro gli interessi di Atene perché corrotto, e ottenne che fosse dichiarato colpevole. Nel 323 a.C., alla morte di Alessandro Magno, Iperide fu, assieme a Leostene, il principale promotore della guerra lamiaca contro i Macedoni. Questo conflitto, dopo un'iniziale avvio favorevole alla lega greca, vide la morte di Leostene e la disfatta della lega stessa: Demostene riuscì a suicidarsi, mentre Iperide, catturato pochi giorni dopo, fu fatto uccidere dal reggente Antipatro.

Definito da Piero Treves come "avvocato abile" e "parlatore elegante", ma "politico molto mediocre", e da Carl Schneider come "primo avvocato in senso stretto della storia", Iperide fu apprezzato più come oratore che come politico. Nell'antichità i pareri sulla sua eloquenza erano divergenti: la scuola di Rodi lo prese come modello; gli oratori romani, in particolare Cicerone, ne ammirarono l'acumen; gli atticisti del II secolo, però, condannarono aspramente la lingua da lui usata, un dialetto attico non puro, contenente alcuni elementi del sermo cotidianus e altri che testimoniavano il passaggio alla koinè ellenistica. Il giudizio di questi ultimi, in particolare di Ermogene di Tarso, pregiudicò la tradizione delle orazioni di Iperide: attualmente delle sue orazioni, sul cui numero, probabilmente 71, le fonti sono comunque discordi, solo 8 sono in buona parte leggibili. Di queste, 6 provengono da papiri egiziani non posteriori al III secolo d.C., mentre le altre 2 sono state rinvenute in un codice bizantino del IX/X secolo, facente parte del Palinsesto di Archimede.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La principale fonte riguardo alla vita di Iperide sono le Vite dei dieci oratori dello Pseudo-Plutarco: le informazioni che esse forniscono sono confermate nella maggior parte dei casi da altre fonti o da iscrizioni.[2]

Formazione e abitudini[modifica | modifica wikitesto]

La data di nascita di Iperide, a lungo controversa, è stata stabilita con buona approssimazione grazie a un'epigrafe: poiché in essa Iperide compare tra i dieteti della tribù Egeide dell'anno 330/329 a.C.,[3] considerato che si diventava dieteti a 59 anni compiuti, durante il sessantesimo anno di età.[4] Nel 1955 David Malcolm Lewis sostenne che Iperide nacque nel 389/388 a.C., e non, come aveva sostenuto Théodore Reinach nel 1892, nel 390/389 a.C.[5][6] Nel 1977 Gianfranco Bartolini sostenne l'opinione di Lewis,[6] mentre Mario Marzi nello stesso anno,[7] e poi ancora David Whitehead nel 2010, quella di Reinach.[8] Non c'è accordo tra i sostenitori delle due ipotesi.

Sebbene la Suda lo indichi, secondo quanto detto da autori classici non precisati, come figlio di Pitocle,[9] è più probabile che suo padre fosse Glaucippo del demo di Collito, figlio di Dioniso, come attestato dallo Pseudo-Plutarco[10] e da alcune iscrizioni.[2][11] Iperide proveniva da una famiglia benestante e, forse, acquistò parte dei suoi cospicui beni grazie agli introiti che percepiva dalla sua attività di logografo:[7] aveva ereditato dal padre una casa[12] e il possesso di una tomba di famiglia,[13][9] ma possedeva anche una casa al Pireo[12] e una vasta tenuta ad Eleusi,[13] aveva in affitto lì vicino dei terreni nella piana di Riaria[14] e, a meno che non si trattasse di un caso d'omonimia,[6] aveva in appalto una miniera d'argento a Besa.[15]

Secondo vari autori antichi Iperide fu allievo di Isocrate[16][17][18][19] e di Platone.[20][10] Iperide derivò da Isocrate qualche tratto stilistico; da Platone, forse, qualche convinzione riguardo all'immortalità dell'anima.[7]

Iperide, sfruttando il patrimonio di famiglia e i suoi introiti da logografo (attività che esercitò[21] per moltissimi anni, dato che l'orazione Contro Atenogene risulta posteriore al 330 a.C.[22]), visse da gaudente: bevitore,[23] amante dei pesci rari e costosi (secondo il commediografo Timocle era tanto goloso da arricchire i pescivendoli;[24] una possibile conferma è ricavabile dalla sua abitudine di recarsi ogni giorno, durante la mattinata, al mercato del pesce[16][25]), giocatore d'azzardo (secondo il commediografo Filetero era un appassionato giocatore di dadi[26]) e soprattutto amante delle donne.[9] Da giovane frequentò Frine,[27][25] mentre da anziano mantenne contemporaneamente tre amanti (Mirrina nella sua casa di Atene, da dove aveva scacciato suo figlio Glaucippo; Aristagora nella sua casa del Pireo; Fila, che lui aveva riscattato per venti mine e aveva nominato sua amministratrice, nella sua tenuta di Eleusi[28][13]). Alcifrone rimproverò ad Iperide di essere stato una sorta di patrono delle etere di Atene.[29]

Sembra che, comunque, Iperide godesse di buona fama tra i suoi concittadini ateniesi: Diodoro Siculo lo definisce come "il primo oratore per eloquenza e per opposizione ai Macedoni"[30] e risulta che gli Ateniesi, nel 307 a.C. (quindici anni dopo la sua morte), gli eressero delle statue.[31]

Attività politica e diplomatica[modifica | modifica wikitesto]

Fino alla pace di Demade[modifica | modifica wikitesto]

Iperide entrò in politica da giovane, nel 362 a.C., anno in cui promosse una graphe, forse paranomon,[32] contro un personaggio molto influente, Aristofonte di Azenia, da lui accusato di vessazioni ed estorsioni nei confronti degli abitanti di Ceo, isola che faceva parte della seconda lega delio-attica (orazione Contro Aristofonte, andato perduto);[33] Piero Treves vide in quest'azione a sostegno dei diritti degli alleati di Atene un influsso del pensiero di Isocrate.[34] Aristofonte fu assolto per due voti, risultato che procurò una certa fama al giovane accusatore.[35] Poco dopo, probabilmente nel 361 a.C., Iperide partecipò all'accusa contro Autocle (orazione Contro Autocle, andato perduto), accusato di non aver aiutato il principe tracio Miltocite nella sua rivolta contro Cotys I, un'azione che avrebbe potuto consolidare la posizione di Atene nel Chersoneso Tracico.[36]

Dopo questo inizio, durante i primi anni dell'epoca di Eubulo non si hanno notizie di Iperide.[37] Dopo il 349 a.C. (l'anno in cui Demostene pronunciò le sue Olintiache) Iperide ricomparve sulla scena politica di Atene: prima accusò di tradimento un tale Diopite del demo di Sfetto, trierarca nel 349/348 a.C.,[38][39][40] poi promosse un'eisangelia contro il famoso Filocrate, un esponente del partito di Eubulo che nel 346 a.C. aveva concluso con Filippo II di Macedonia una pace svantaggiosa per Atene e che veniva accusato da Demostene e Iperide di essere stato corrotto dal re macedone.[39] In quest'ultimo caso Iperide ebbe la meglio, dato che Filocrate, dopo la condanna preliminare pronunciata dall'Ecclesia, andò volontariamente in esilio senza attendere il verdetto finale.[38] Da questo momento in poi, Iperide ebbe una posizione di rilievo nel partito di Demostene.[38]

Nel 343 a.C. gli abitanti di Delo chiesero che gli Ateniesi restituissero loro l'amministrazione del fiorente santuario di Apollo posto sull'isola, anche se in realtà il loro vero scopo era ridiventare autonomi rispetto ad Atene; la questione, religiosa ma con evidente significato politico, fu demandata al consiglio dell'anfizionia di Delfi, presieduta da Filippo II.[38] L'avvocato dei Delii era Euticrate, che aveva tradito la sua patria Olinto per conto di Filippo II.[38] Il popolo ateniese scelse come proprio avvocato Eschine, gradito a Filippo II, ma l'Areopago rifiutò Eschine e con voto unanime gli sostituì Iperide.[41][42] Iperide, nonostante il tribunale gli fosse ostile, col suo orazione (il Deliaco, andato perduto) ottenne che i privilegi di Atene fossero confermati.[43][44]

Negli anni successivi ci fu una stretta collaborazione tra Demostene e Iperide, volta a creare un'alleanza di stati greci in funzione anti-macedone.[44] Nel 341 a.C. Iperide riconciliò con Atene le isole di Chio (orazione Su Chio, andato perduto) e di Rodi (orazione Rodiaco, andato perduto)[45] e fece da mediatore tra Maronea e Taso, che si contendevano il possesso di Strime (orazione Ai Tasii, andato perduto).[44] Nella primavera del 340 a.C. Iperide inviò Focione in Eubea per liberare l'isola dai tiranni favorevoli a Filippo II e, per questa occasione, fornì 2 triremi a nome suo e di suo figlio Glaucippo e ne allestì altre 38 grazie a delle contribuzioni volontarie.[46][44] In risposta Filippo II assediò Bisanzio, città che Demostene aveva convinto ad allearsi con Atene.[44] Nel 339 a.C. la flotta delle 40 triremi salpò per l'Eubea; Iperide comandò in qualità di trierarco la trireme Andreia, da lui allestita.[47] Nello stesso anno 339 a.C. Iperide, benché fosse esentato da altre liturgie perché aveva già esercitato la trierarchia, decise volontariamente di sobbarcarsi una coregia:[21] dato che lo Pseudo-Plutarco afferma che Iperide ricevette dei sussidi dalla Persia per combattere Filippo II[21] e considerato che forse questa trierarchia e questa coregia furono le uniche liturgie sostenute dalla famiglia di Iperide, è possibile che queste due liturgie siano stato pagate grazie al denaro persiano.[31]

All'inizio del 338 a.C., durante la fase della quarta guerra sacra favorevole ad Atene e ai suoi alleati, Demomele propose assieme ad Iperide (probabilmente uno dei due propose il decreto e l'altro si limitò a modificarlo[48]) che fosse conferita a Demostene una corona d'oro; quando il decreto di Demomele fu attaccato con una graphe paranomon da Dionda, esso fu difeso con successo da Iperide (orazione Contro Dionda), tanto che Dionda non ottenne nemmeno un quinto dei voti.[49][50][51] Il processo si svolse molti anni dopo, tra il 334 e il 333 a.C.;[52] tra il 336 e il 334 a.C., nell'elaborare la sua difesa, Iperide probabilmente collaborò con Demostene, dato che si possono notare notevoli somiglianze tra la Contro Dionda e la Sulla corona.[53]

Nello stesso anno, però, Filippo II inflisse una gravissima sconfitta agli Ateniesi e ai Tebani nella battaglia di Cheronea, alla quale Iperide, in quanto buleuta, non partecipò, restando ad Atene come Licurgo.[54] Dopo questa disfatta Iperide fece approvare un decreto contenente dei provvedimenti che avrebbero dovuto permettere ad Atene di resistere ad un eventuale assedio da parte di Filippo II: le donne, i bambini e gli oggetti sacri furono trasferiti al Pireo; i membri della Boulé furono armati; gli atimoi riottennero i diritti civili; gli esuli furono richiamati ad Atene; i meteci e gli schiavi che si arruolarono nell'esercito ottennero la cittadinanza ateniese (secondo Treves Iperide sperava di sollevare contro Filippo ben 150mila uomini[55][34]).[56][57] Fu anche approvato un decreto riguardante il restauro delle mura del Pireo.[58] A questi provvedimenti, sintomo della ferma volontà di resistere fino all'ultimo al nemico, si sommarono delle richieste d'aiuto rivolte a numerose città e isole: Iperide, ad esempio, si recò come ambasciatore nella piccolissima isola di Citno (orazione Citniaco, andato perduto).[51]

Molti studi si sono concentrati sul valore di questo decreto: secondo alcuni avrebbe potuto avere importanti implicazioni sociali (Treves parlò di "proclamazione di una compiuta e universale libertà"[34] e affermò che anticipava di vari secoli la Constitutio Antoniniana[59]); secondo altri, considerato anche il fatto che probabilmente il decreto fu accantonato subito dopo la fine della guerra,[60] si può affermare soltanto che Iperide temeva di più una resa incondizionata rispetto alla possibilità di turbamenti sociali.[61]

La pace tra Atene e Filippo II fu conclusa nello stesso anno 338 a.C. dall'oratore filomacedone Demade: Atene dovette cedere il Chersoneso Tracico a Filippo II e, all'inizio del 337 a.C., entrare nella lega di Corinto una volta sciolta la seconda lega delio-attica; in compenso, però, acquisì l'Oropia, mantenne la sua autonomia interna e non dovette consegnare la sua flotta da guerra.[62] Poco tempo dopo Aristogitone promosse una graphe paranomon contro Iperide riguardo al suo decreto successivo alla battaglia di Cheronea, che violava varie leggi di Atene, ma Iperide si difese con successo (orazione Contro Aristogitone, andato perduto):[57] stando a un frammento citato da Publio Rutilio Lupo, Iperide affermò che le armi dei Macedoni gli avevano impedito di vedere le leggi che aveva violato e che non era stato lui a proporre il decreto, ma la battaglia di Cheronea.[63][64]

Dalla pace di Demade allo scandalo di Arpalo[modifica | modifica wikitesto]

Dopo Cheronea il partito anti-macedone continuò a dominare Atene: Licurgo risanò le finanze dello Stato; Demostene ricostruì arsenali e fortificazioni; Iperide intentò processi contro i filomacedoni.[64] Nel 336 a.C. Iperide promosse due graphai paranomon contro gli avversari politici del suo partito:[64] contro Demade (orazione Contro Demade, andato perduto), che aveva proposto di conferire un titolo onorifico (la prossenia) ad Euticrate di Olinto, che aveva tradito la sua città per conto di Filippo II;[65] contro Filippide (orazione Contro Filippide), che aveva proposto di conferire una corona a dei proedri i quali avevano fatto votare all'Ecclesia dei decreti onorifici in favore di alcuni Macedoni.[66]

Nello stesso anno 336 a.C. Filippo II fu assassinato da Pausania di Orestide e gli succedette il figlio Alessandro III. Quando, nel 335 a.C., si diffuse una diceria secondo la quale Alessandro era morto combattendo in Illiria, Tebe insorse contro la guarnigione macedone presente in città e la assediò.[64] Alessandro, partendo da Pelion, raggiunse velocemente Tebe, la conquistò e la rase al suolo.[67] Poi, dato che Atene aveva promesso a Tebe degli aiuti, Alessandro chiese agli Ateniesi la consegna di alcuni oratori anti-macedoni, sui cui nomi le fonti antiche sono in disaccordo:[68] Arriano ricorda 10 oratori, cioè Demostene, Licurgo, Iperide, Polieucto, Carete, Caridemo, Efialte, Diotimo e Merocle;[69] la Suda arriva a 11 oratori, rispetto ad Arriano toglie Merocle e aggiunge tali Patrocle, Trasibulo e Cassandro;[70] Plutarco nella Vita di Focione parla di Demostene, Licurgo, Iperide, Caridemo "e altri",[71] mentre nella Vita di Demostene elenca 8 oratori, rispetto ad Arriano toglie Carete, Diotimo e Iperide e aggiunge Callistene e Demone; Plutarco stesso ricorda che Idomeneo di Lampsaco e Duride di Samo riportavano una lista di 10 oratori (anche Diodoro Siculo parla di 10 oratori, ma tra questi nomina solo Demostene e Licurgo[72]), ma afferma che lui, basandosi su "fonti più numerose ed accreditate" non meglio specificate, riteneva corretta la sua lista da 8.[73] Di solito gli storici moderni concordano riguardo all'esclusione di Iperide dalla lista;[68][2] Raphael Sealey, invece, propose una lista di 9 oratori comprendente Iperide (Demostene, Licurgo, Polieucto, Efialte, Caridemo, Carete, Iperide, Diotimo, Merocle);[74] anche altri studiosi, come Livia De Martinis, hanno sostenuto che Iperide rientrasse nella lista.[75] Si sa, comunque, che Iperide si oppose alla consegna degli oratori;[21][68] Alessandro, alla fine, rinunciò, non volendo perdere l'appoggio di Atene in vista della sua campagna contro l'impero persiano.[68]

Anche dopo la partenza di Alessandro Demostene e Iperide continuarono ad opporsi ai Macedoni: quando Alessandro chiese un contributo di 20 triremi, entrambi fecero opposizione (orazione Sulle triremi, andato perduto).[76][77] In questi anni, però, Demostene cominciò ad adottare una politica più prudente, non apertamente ostile ai Macedoni, mentre Iperide continuò a sostenere un'opposizione senza riserve, anche coll'uso delle armi.[68] Forse Iperide, a causa del suo estremismo, finì per emarginarsi.[78] Nel 332 a.C. si oppose allo scioglimento dell'esercito mercenario di Carete accampato presso capo Tenaro (orazione Per Carete, sull'esercito mercenario al Tenaro, andato perduto),[21] dato che avrebbe potuto essere utile contro i Macedoni.[79] Inoltre, in questo periodo parlò contro alcune rimostranze della regina madre di Macedonia Olimpiade[80] e cercò di far revocare i privilegi concessi al defunto Eubulo e ai suoi discendenti (orazione Sui privilegi di Eubulo, andato perduto).[81] I successi di Alessandro in Oriente, però, rendevano difficile organizzare un'efficace opposizione ai Macedoni: in questo periodo, infatti, Iperide fu molto attivo come logografo (orazioni Per Licofrone, Per Euxenippo e Contro Atenogene) e nelle sue orazioni si notano delle venature anti-macedoni.[81]

Sembra impossibile, vista la già citata collaborazione tra Iperide e Demostene riguardo alle rispettive difese dalle accuse di Dionda e di Eschine, ipotizzare una frattura nel partito anti-macedone prima del 334 a.C.[82]

Nel 332 a.C. Iperide fu impegnato anche nella difesa dell'atleta Callippo, accusato dagli Elei di aver vinto la gara di pentatlon alle Olimpiadi colla corruzione: la colpevolezza di Callippo era così evidente che Iperide non riuscì a vincere la causa (orazione Per Callippo, contro gli Elei, andato perduto) e gli Ateniesi dovettero pagare una multa; lo Pseudo-Plutarco sostiene che Iperide vinse,[83] ma evidentemente qui ha ragione Pausania il Periegeta, il quale sostiene il contrario.[84][85][86]

Nel 324 a.C. Iperide sostenne la necessità di fondare una colonia all'imbocco del mare Adriatico per migliorare gli approvvigionamenti cerealicoli della città (orazione Sull'avamposto contro gli Etruschi, andato perduto), vittima di una carestia provocata da alcuni anni di cattivi raccolti e dal fatto che il grano del mar Nero era stato requisito dall'esercito di Alessandro.[86]

Scandalo di Arpalo e guerra lamiaca[modifica | modifica wikitesto]

Nel 324 a.C. Arpalo, tesoriere di Alessandro, si rifugiò ad Atene con un immenso tesoro sottratto alle casse del re, con dei mercenari e con delle navi e offrì queste risorse ai politici anti-macedoni della città in cambio della garanzia di non essere consegnato agli inviati di Alessandro.[86] Iperide, come molti altri, sarebbe stato disposto a trattare, pur di ricominciare a combattere i Macedoni, ma Demostene si dichiarò contrario e fece in modo che Arpalo fosse respinto.[86] Quando, qualche mese dopo, Arpalo fu accolto ad Atene come supplice, Demostene lo fece arrestare e fece trasportare il suo oro sull'acropoli, intenzionato a consegnare tutto ciò ad Alessandro.[87] Una notte, misteriosamente, metà dell'oro sequestrato scomparve e Demostene non informò gli Ateniesi di questo furto; poco tempo dopo Arpalo stesso riuscì a fuggire da Atene.[88]

Immediatamente i filomacedoni e gli anti-macedoni si coalizzarono contro Demostene, accusato del furto dell'oro.[88] Demostene chiese un'indagine da parte dell'Areopago: quest'ultimo, dopo mesi di inchiesta, dichiarò colpevoli tutti gli indagati, Demostene compreso.[88] All'inizio del 323 a.C. iniziarono i processi: Iperide (l'unico oratore rimasto incorrotto, secondo lo Pseudo-Plutarco;[50] il commediografo Timocle afferma che fu corrotto anche lui,[89] ma non è una fonte affidabile[2][22]), uno dei dieci pubblici accusatori, si accanì con grande veemenza contro l'ex compagno di partito (orazione Contro Demostene).[90][9][88] Lo Pseudo-Luciano giudicò negativamente questo comportamento di Iperide, l'"odioso adulatore del popolo" che secondo lui calunniò Demostene per sostituirlo a capo degli anti-macedoni.[91] Iperide, invece, sosteneva di attaccare giustamente Demostene, il quale, non sostenendo l'insurrezione di Tebe nel 335 a.C. e quella di Agide III nel 331 a.C. e facendo imprigionare Arpalo, aveva subdolamente favorito gli interessi dei Macedoni, cedendo alla sua insaziabile avidità di denaro.[92] Demostene, non potendo pagare la multa di 50 talenti inflittagli dai giudici, fu incarcerato, ma poco tempo dopo fuggì a Trezene.[93]

Poiché Licurgo era morto nel 324 a.C. e Demostene era fuggito, Iperide acquisì una potenza molto maggiore, divenendo capo del partito anti-macedone.[94] Quando, però, Menesecmo denunciò i figli del Licurgo (in vita Menesecmo e Licurgo erano stati nemici giurati) per un ammanco nell'erario dovuto, secondo lui, al loro defunto padre, la difesa di Iperide (orazione Per i figli di Licurgo, andato perduto) non fu sufficiente per evitare che gli imputati fossero incarcerati; gli Ateniesi, però, revocarono la sentenza dopo che Demostene ebbe inviato loro una lettera di protesta.[95]

La principale preoccupazione di Iperide fu la lotta armata ai Macedoni: in essa fu aiutato da Leostene, che era in contatto coi mercenari di capo Tenaro.[94] Leostene, su mandato del governo ateniese, pagò i mercenari con 50 talenti e li rifornì di armi[96] ed avviò trattative segrete cogli Etoli.[97] Quando, nel giugno del 323 a.C., Alessandro morì improvvisamente a Babilonia, Leostene e Iperide, dopo aver consultato dei testimoni oculari, ottennero il consenso del popolo per una guerra contro la Macedonia (la cosiddetta guerra lamiaca).[94] Leostene procurò vari alleati nella Grecia centrale e settentrionale;[98] Iperide ottenne delle adesioni nel Peloponneso; Demostene sostenne spontaneamente la guerra e, per questo, fu richiamato dall'esilio.[99]

La guerra, inizialmente favorevole ad Atene, subì una svolta negativa quando, durante l'assedio di Lamia, Leostene fu ucciso.[100] In onore dei caduti del primo anno di guerra, in particolare di Leostene, nel 322 a.C. Iperide pronunciò una famosa orazione funebre, che può essere definita "l'ultima voce dell'indipendenza ellenica":[101] senza l'abile guida di Leostene, la guerra lamiaca volse rapidamente a favore dei Macedoni di Antipatro, che nello stesso anno 322 a.C. ricevettero dei rinforzi dall'Asia e sconfissero gli Ateniesi nelle battaglie di Amorgo e di Crannone, ponendo fine alla guerra.[101]

Cattura da parte di Antipatro e morte[modifica | modifica wikitesto]

Atene, abbandonata dai suoi alleati, accettò una resa senza condizioni; gli oratori anti-macedoni di cui Antipatro chiedeva la consegna, già allontanatisi dalla città, furono condannati a morte in contumacia come traditori su proposta di Demade.[101] Antipatro ordinò ad Archia di inseguire i fuggitivi,[102][70] tra cui Demostene, che si avvelenò nel santuario di Poseidone a Calauria, e Iperide, che pochi giorni dopo fu catturato da Archia stesso e poi ucciso (sulle circostanze della sua morte le fonti antiche sono in disaccordo; concordano, compreso lo Pseudo-Luciano,[91] solo sul fatto che Antipatro gli mozzò la lingua, e da questa versione si discosta il primo dei tre resoconti riportati dallo Pseudo-Plutarco).[101]

Lo Pseudo-Plutarco riporta vari resoconti della morte di Iperide: fu catturato in un tempio di Poseidone (evidente equivoco colla vicenda di Demostene[101]) ad Egina mentre si aggrappava alla statua del dio, fu condotto a Corinto da Antipatro, si mangiò la lingua per non rivelare alcun segreto di stato e morì mentre veniva torturato, il 9 pianepsione;[1] oppure, secondo Ermippo di Smirne, fu condotto in Macedonia, fu ucciso e lasciato insepolto, e il suo corpo fu recuperato grazie alla mediazione del medico Filopite dal nipote (o figlio di suo figlio Glaucippo) Alfinoo, che lo cremò e ne riportò le ossa ad Atene nonostante i decreti degli Ateniesi e dei Macedoni, che ne impedivano la sepoltura in patria;[103] oppure, secondo Eliodoro, fu condotto a Cleone, fu ucciso e i suoi famigliari ne seppellirono le ossa nella tomba di famiglia, presso la porta dei Cavalieri.[103] Plutarco afferma che fu catturato nel santuario di Eaco ad Egina, fu ucciso a Cleone e il suo corpo fu recuperato dal figlio Glaucippo, che lo seppellì nella tomba di famiglia.[104][105] La Suda afferma che fu catturato nel tempio di Demetra ad Ermione.[70]

Iconografia[modifica | modifica wikitesto]

Di Iperide non sono rimaste né descrizioni fisiche né statue, ma certamente queste ultime esistettero nell'antichità, dato che restano alcune testimonianze:[106]

  • Una base di statua andata perduta, un tempo conservata alla Villa Celimontana di Roma, riportava l'iscrizione (databile tra l'età ellenistica e l'età imperiale) Ὑπερίδης ῥήτωρ/Ζευξιάδης ἐποίει. Zeussiade, scultore menzionato da Plinio il Vecchio, visse alla fine del IV secolo a.C.
  • Il papiro di Ossirinco 1800 (fram. 8, col. 2) afferma che nel 307 a.C. gli Ateniesi, liberatisi da Demetrio I Poliorcete, eressero delle statue ad Iperide (secondo una possibile interpretazione).

Nel 1913 Frederik Poulsen indicò come ritratto di Iperide un'erma bifronte (un volto maschile e uno femminile) conservata nel Musée Antoine Vivenel di Compiègne (n°3892): il volto femminile, mal conservato, secondo lui poteva essere un ritratto di Frine scolpito da Prassitele.[107] Poulsen individuò delle repliche del volto maschile in tre teste conservate alla Ny Carlsberg Glyptotek di Copenaghen (n°422), al Museo Torlonia di Roma (n°30, attribuita da altri a Lisia) e al Kunsthistorisches Museum di Vienna (attribuita da altri a Platone); nel 1921 Poulsen individuò altre due repliche, conservate al Museo nazionale danese di Copenaghen (inv. 8011) e al Museo archeologico nazionale di Firenze di Firenze (inv. 89041).[108]

Nel 1935 J. F. Crome vide nell'erma di Compiègne Aristippo e sua figlia Arete, mentre nello stesso anno Eduard Schmidt sostenne l'ipotesi di Poulsen.[108] Nel 1970 Eva Minakaran-Hiesgen osservò che l'erma di Compiègne assomigliava molto al ritratto di Isocrate conservato al Villa Albani a Roma (n°951) e a un'erma bifronte conservata al Museo archeologico nazionale di Atene (n°538), avente i tratti di Isocrate e Senofonte: secondo lei l'erma di Compiègne raffigurava Isocrate e una Musa, forse Clio o Polimnia (considerata, talvolta, Musa dell'oratoria).[109]

Eloquenza[modifica | modifica wikitesto]

Nell'antichità i giudizi sull'eloquenza di Iperide furono contrastanti, anche se generalmente positivi.[110][111]

  • Aristofane di Bisanzio ed Aristarco di Samotracia inclusero Iperide nel Canone alessandrino dei dieci oratori attici.[112]
  • La scuola di Rodi (II secolo a.C.) fu quella che maggiormente apprezzò e imitò Iperide.[110] Secondo Dionigi di Alicarnasso Iperide fu il modello stilistico degli oratori rodiesi seguaci di Artamene, Aristocle, Filagrio e Apollonio Molone.[113] Dionigi riteneva Iperide migliore di Lisia nella trattazione degli argomenti, anche se inferiore nella scelta dei vocaboli, e apprezzava le sue doti nel presentare i fatti e nel persuadere gli ascoltatori;[114] ricordava, inoltre, che Iperide rifiutava l’amplificatio e non usava toni drammatici, in modo molto simile a Lisia.[115]
  • A Roma Iperide ebbe molti ammiratori.[116] Cicerone, legato alla scuola di Rodi, riconobbe Iperide come il miglior oratore per acumen[117] e lo lodò anche per la sua argutia,[118] ponendolo come modello di oratore attico (per il suo eloquio "composto e vario, urbano e scherzoso"[119]) assieme ad Eschine e a Demostene[120] Nel Satyricon si afferma che nessuno ha più raggiunto la gloria di Tucidide e di Iperide.[121] Quintiliano lo giudica dulcis e acutus, anche se ritiene la sua eloquenza più adatta a cause di importanza minore.[122] Publio Cornelio Tacito pone come primo oratore attico Demostene, ma non molto peggiori di lui Eschine, Iperide, Lisia e Licurgo.[123] Plinio il Giovane cita Demostene, Eschine ed Iperide come esponenti dell'oratoria a pieno titolo, in opposizione alla brevitas di Lisia.[124]
  • Lo Pseudo-Plutarco si limitò a riferire che alcuni sostenevano che Iperide aveva pronunciava le sue orazioni senza declamazione teatrale, limitandosi ad esporre i fatti per non tediare i giudici,[125] che aveva superato tutti gli oratori nell'oratoria politica e che alcuni lo anteponevano a Demostene.[13]
  • L'Anonimo del Sublime ricorda moltissimi pregi di Iperide: aveva tutte le qualità di Demostene (tranne la capacità di comporre ad arte il periodo) e i pregi e la grazia di Lisia; usava uno stile semplice e dolce, non monocorde come quello di Demostene; era dotato di ἀστεϊμός (termine aristotelico traducibile con "concettosità, acutezza, vivacità, arguzia, [...] humour"[126]), di nobili sentimenti, di ironia, di sarcasmo spontaneo, di verve comica, di una grazia "inimitabile"; era abile nel suscitare pietà e nelle narrazioni favolose.[127] L'Anonimo del Sublime riconosce la bellezza dell’Epitaffio e amche di alcune orazioni su argomenti meno impegnativi, come la Per Frine e la Contro Atenogene. Alla fine, però, l'Anonimo stabilisce come indiscutibile la superiorità di Demostene, capace di "veemenza e potenza oratoria per gli altri irraggiungibile": Demostene sa scuotere l'ascoltatore, mentre Iperide non porta alla perfezione nessuno dei suoi pregi ("nessuno prova paura leggendo Iperide").[128]
  • Dione Crisostomo, pur considerando maestri dell'oratoria Demostene e Lisia, apprezzava Iperide ed Eschine per la semplicità delle loro figure retoriche e per la bellezza della loro dizione, non inferiore a quella di Demostene e Lisia.[129]
  • Alessandro figlio di Numenio descrisse come caratteristica di Iperide il διασυρμός (cioè la tendenza "a gonfiare o rimpicciolire a dismisura le tesi dell'avversario fino a vanificarle nel ridicolo").[130][131]
  • Nel II secolo d.C., invece, Iperide fu aspramente criticato dagli atticisti, in particolare per la lingua che usava.[110] Tra i critici si distinsero per virulenza Giulio Polluce, Frinico Arabio e soprattutto Ermogene di Tarso:[132] quest'ultimo, idealizzatore di Demostene, rimproverò a Iperide, oltre al lessico, "un'eccessiva grandiosità, rigida e non diluita", che gli impediva di integrare elementi come le descrizioni dei personaggi (questa critica, oltre a non trovare riscontro negli scrittori precedenti, mal si accorda colle orazioni di Iperide tuttora leggibili).[133]

A partire dal XIX secolo, dopo la scoperta di frammenti delle sue orazioni, anche vari studiosi moderni hanno espresso un parere sull'eloquenza di Iperide.

  • John Frederic Dobson nel 1919 la giudicò positivamente Iperide: era semplice (anche nella lingua usata) e naturale come Lisia, anche se aveva meno felicità di espressione rispetto a lui (difficile giudicare, però, dai pochi frammenti di Iperide pervenuti); faceva uso di periodi brevi, che permettevano agli ascoltatori di capire velocemente il pensiero da lui formulato; era particolarmente abile nell'inserire motti arguti e sarcastici, anche in sezioni serie, volti a ridicolizzare gli avversari, che venivano attaccati anche per questioni estranee al processo; sapeva immedesimarsi nei suoi clienti meglio di qualunque oratore, tranne Demostene (ma anche qui è difficile giudicare, per lo stesso motivo di cui sopra).[134]
  • Pierre Orsini nel 1946 sostenne che Iperide era l'oratore ideale, dal punto di vista dei canoni dell'ateniese medio del IV secolo a.C.: gli antichi, infatti, rimproveravano a Demostene "la prolissità, il gestire ampolloso, le «lacrime facili»";[110] Iperide, invece, era un ateniese tipico e la sua oratoria misurata e regolare gli permise di essere l'oratore di maggior successo del suo tempo.[110][135]
  • Maria Maykowska nel 1951 diede un giudizio entusiastico di Iperide: rifiutava l'enfasi e sdrammatizzava l'atmosfera, sapeva operare una reductio ad minimum dell'argomento discusso, nell'argomentazione si concentrava su pochi punti e, dopo aver messo in crisi l'avversario, manteneva il suo vantaggio col sarcasmo e i motti arguti; quindi Iperide, che ha la sua forza "nella logica argomentativa, nella ironia graffiante e nel rapido rilievo dei particolari",[136] quando nell’Epitaffio si propone scopi celebrativi non sortisce l'effetto sperato.[137][138]
  • Carl Schneider nel 1962 definì Iperide "il primo avvocato in senso stretto della storia", anche se forse non sostituiva in tutto i suoi clienti in tribunale; certamente, comunque, Iperide fu colui che esercitò con maggior continuità la professione di avvocato (da logografo e da sinegoro) tra gli oratori ateniesi con pieno diritto di cittadinanza.[136][139]
  • George Kennedy nel 1963 sottolineò che Iperide, anche secondo i criteri della sua epoca, mancava di senso morale nella scelta dei suoi clienti (a differenza di Lisia e di Demostene) e rimarcava la trivialità di vari casi giudiziari trattati da Iperide; in compenso, però, apprezzava l’Epitaffio.[136][140]
  • Thomas B. Curtis nel 1970 fece notare che Iperide conosceva le teorie retoriche di Aristotele e Anassimene, a lui contemporanei: nella Per Euxenippo applica l'ἐξέτασις (cioè trova delle contraddizioni e delle debolezze nell'accusa per rafforzare la difesa del suo cliente); nella Per Licofrone usa la γνώμη come elemento probante (così prescrivevano, appunto, le teorie retoriche dei due di cui sopra). Iperide, inoltre, anticipò o perlomeno influenzò la retorica tarda: nella Per Euxenippo, ad esempio, fa uso di un ἔφοδος (una parte dell'orazione che prepara l'esposizione dei fatti), che probabilmente costituì un modello originale per gli oratori posteriori. Curtis, alla fine, riconobbe ad Iperide molti pregi: frase semplice, meno ricercata e statica rispetto a Lisia; capacità narrative ed etopeiche; abilità magistrale nell’inventio e nella dispositio; ironia e tatto, usate per indebolire gli avversari. In definitiva, Iperide si dimostra più sicuro ed efficace di Lisia (grazie alle tecniche retoriche del IV secolo a.C. e grazie alle sue doti personali), l'oratore ideale del suo tempo (come aveva sostenuto Orsini).[141][142]
  • A. P. Dorjahn e W. D. Fairchild nel 1972 ipotizzarono che Iperide, ambasciatore in numerose occasioni per conto di Atene, dovesse essere abile nei dibattiti e nelle improvvisazioni; anche in alcune sue orazioni difensive, infatti, si possono trovare dei punti improvvisati.[143][144]
  • Mario Marzi nel 1977 definì Iperide "il più dotato, equilibrato e vario" tra gli oratori attici, secondo solo all'"incomparabile foga e potenza" di Demostene.[145]

Lingua[modifica | modifica wikitesto]

Nell'antichità anche i giudizi sulla lingua di Iperide furono generalmente positivi:

  • Dionigi di Alicarnasso riteneva che Lisia fosse stato più abile nella scelta delle parole;[114] l'attico di Lisia, però, nell'antichità godeva di altissima considerazione, quindi il giudizio su Iperide non è da considerare negativo.[146]
  • Quintiliano poneva Iperide tra gli autori attici.[147]
  • L'Anonimo del Sublime non accenna al lessico usato da Iperide, quindi si può supporre che non concordasse col giudizio negativo degli atticisti.[146]
  • Dione Crisostomo affermava esplicitamente che Eschine e Iperide non erano inferiori a Lisia e Demostene per l'eleganza del vocabolario.[129]

Gli atticisti del II secolo d.C., però, espressero aspre condanne nei confronti della lingua di Iperide: Ermogene di Tarso giudicò l'eloquenza di Iperide poco curata e il suo lessico stravagante e trascurato; lui, Frinico Arabio, Meride e Giulio Polluce elencarono alcuni termini che giudicavano non attici.[146]

Nel XX secolo, dopo la riscoperta di Iperide nella seconda metà del XIX, alcuni studiosi dedicarono degli studi approfonditi alla lingua usata da Iperide:

  • Simon Kayser nel 1900 e Ludwig Bruner nel 1906 considerarono Iperide un autore attico, affermando che i pochi termini "non attici" presenti nelle orazioni superstiti erano impiegati per effetti stilistici.[148]
  • Daniela Gromska nel 1927 concluse, basandosi sull'analisi di circa 200 forme e vocaboli, che Iperide si era allontanato dall'attico puro per accogliere elementi del sermo cotidianus attico, che in seguito confluirono nella koinè: l'uso di questi termini sarebbe stato intenzionale e avrebbe avuto come fine far apparire le orazioni pronunciate dai clienti di Iperide come naturali, non artificiose.[149]
  • Ulrich Pohle nel 1928 analizzò capillarmente tutti gli aspetti dell'oratoria di Iperide, concludendo che: la fonetica e la morfologia evidenziavano il passaggio dall'attico alla koinè, molto più avanzato rispetto ad altri autori contemporanei; il lessico contiene più di 100 parole rare in attico e altre 200 "nuove o non attiche" (di cui 46 attestate per la prima volta in Iperide), la maggior parte delle quali probabilmente proveniva dalla lingua d'uso o volgare oppure veniva usata da Iperide nell'accezione popolare; la sintassi è ancora di stampo attico, pur con qualche tratto volgare.[150] In definitiva, Iperide è un'importante testimonianza del passaggio dall'attico alla koinè.[151]
  • A Pohle sono state rivolte alcune critiche: nel 1929 Pierre Chantraine osservò che alcuni aspetti fonetici e grammaticali potevano essere stati modernizzati da coloro che avevano compilato i papiri che hanno trasmesso le orazioni;[151] nel 1929 J. Sykutris tentò di minimizzare i dati di Pohle, liquidando gran parte delle presunte forme ellenistiche o come opera degli scribi, o come termini non considerabili ellenistici (in quanto usati anche da Demostene e da Licurgo), o come termini provenienti dalla Umgangssprache attica, o come termini tecnici;[152] nel 1930 Gaston Colin affermò che Pohle non aveva analizzato il rapporto tra la lingua e la natura delle orazioni.[153][151]
  • E. Wolf nel 1956 notò un uso più grossolano dei termini giuridici, usati con minore precisione concettuale e inseriti molto spesso all'inizio e alla fine delle orazioni per impressionare gli ascoltatori.[154]
  • Enrica Salvaneschi nel 1972 ha sottolineato che l'estendersi del significato di alcuni versi e la perdita di funzionalità delle preposizioni che reggevano in precedenza rappresenta una tendenza evolutiva della lingua verso la koinè.[155]

Orazioni[modifica | modifica wikitesto]

Nell'edizione integrale di Iperide da lui curata, Jensen (1917) elencò i titoli di 71 orazioni, di cui 6 conservate in buona parte e una totalmente.[156] Di questi discorsi, 5 (le orazioni IX, XV, XVIII, XXI e XLIV) erano considerati spuri dai grammatici antichi, 3 (le orazioni LII, XV, LXIV) furono pronunciati in organi deliberativi, un altro (l'orazione XIX, nota solo grazie ad una citazione contenuta nella Per Euxenippo[39]) fu letto in un'azione giudiziaria e il LVIII probabilmente non fu mai pronunciato in tribunale, dato che Filocrate andò in esilio prima del processo.[157] La numerazione proposta e i titoli delle orazioni si attengono all'edizione curata da Marzi (1977), che seguì, non senza avanzare qualche critica, la numerazione di Jensen.[158] Al contrario, le fonti antiche non concordano sul numero di orazioni scritte da Iperide: 77, di cui 52 autentiche, secondo lo Pseudo-Plutarco;[13] 56 secondo la Suda,[9] anche se Johannes Meursius e Gottfried Bernhardy ritenevano che il testo fosse corrotto e volevano correggere in 52 per ottenere due dati identici.[156]

Orazioni in gran parte integre
Titoli di orazioni frammentarie o totalmente perdute
  • I. Contro Atenogene (secondo discorso)
  • II. Per Academo
  • III. Contro Antia, discorso per un pupillo
  • IV. Contro Apelleo, sul tesoro
  • V. Contro Aristagora, per aprostasia (primo discorso)
  • VI. Contro Aristagora, per aprostasia (secondo discorso)
  • VII. Contro Aristogitone
  • VIII. Contro Aristofonte, per proposta illegale
  • IX. Per Arpalo
  • X. Contro Archestratide
  • XI. Contro Autocle, per tradimento
  • XII. Contro Damippo
  • XIII. Deliaco
  • XIV. Contro Demade, per proposta illegale
  • XV. Contro Demea, per usurpazione del diritto di cittadinanza
  • XVI. Contro Demea
  • XVII. Contro Demetria, per apostasia
  • XVIII. Per il cittadino ascitizio
  • XIX. Contro Diopite
  • XX. Contro Dionda[Nota 2]
  • XXI. Contro Doroteo
  • XXII. Contro Epicle, su una casa
  • XXIII. Sui privilegi di Eubulo
  • XXIV. Ai Tasii
  • XXV. Sull'eredità di Ippeo (primo discorso)
  • XXVI. Sull'eredità di Ippeo (secondo discorso)
  • XXVII. Per Callippo, contro gli Elei
  • XXVIII. Contro Conone
  • XXIX. Per Cratino
  • XXX. Citniaco
  • XXXI. Per i figli di Licurgo
  • XXXII. Contro Lisidemo
  • XXXIII. Contro Mantiteo, per vie di fatto
  • XXXIV. Contro Midia, per proposta illegale
  • XXXV. Per Mica
  • XXXVI. Per Senippo
  • XXXVII. Per Senofilo (primo discorso)
  • XXXVIII. Per Senofilo (secondo discorso)
  • XXXIX. Sui confini
  • XL. Su un acquedotto
  • XLI. Contro Pancalo
  • XLII. Contro Pasicle
  • XLIII. Contro Pasicle, su un'antidosi
  • XLIV. Contro Patrocle[, per lenocinio]
  • XLV. Plataico
  • XLVI. Contro Polieucto, sul registro
  • XLVII. Sulla nomina a stratego di Polieucto
  • XLVIII. Contro Polieucto
  • XLIX. Sull'eredità di Pirrandro (?)[Nota 3]
  • L. Rodiaco
  • LI. Per Simmia, contro Pitea e Licurgo
  • LII. Sugli strateghi (?)[Nota 4]
  • LIII. Discorso sul sinegoro
  • LIV. Contro Timandra[Nota 2][Nota 5]
  • LV. Sulle triremi (?)[Nota 3]
  • LVI. Sull'avamposto contro gli Etruschi
  • LVII. Contro Igienonte
  • LVIII. Contro Filocrate. Eisangelia (?)[Nota 6]
  • LIX. Per Formisio
  • LX. Per Frine
  • LXI. Per Cherefilo, sul pesce salato (primo discorso)
  • LXII. Per Cherefilo, sul pesce salato (secondo discorso)
  • LXIII. Contro Carete, discorso di tutela
  • LXIV. Per Carete, sull'esercito mercenario al Tenaro
  • LXV. Discorso di Chio (?)[Nota 7]

Tradizione di Iperide[modifica | modifica wikitesto]

Tradizione diretta di Iperide[modifica | modifica wikitesto]

Papiri di Iperide[modifica | modifica wikitesto]

Colonne IX-X del papiro Londiniensis (P. Lit. Lond. 134)

I rotoli papiracei che nella seconda metà del XIX secolo hanno restituito la maggior parte del corpus Hyperidicum tramandato per tradizione diretta sono:[159][160][161]

  • Ardenianus (P. Lit. Lond. 132 = Brit. Mus. inv. 108+115 = n°1233 Pack[162]) o rotolo Harris-Arden, datato da Friedrich Blass (in base alla corsiva dell'indice) al II secolo d.C., da Frederic George Kenyon (in base al fatto che l'indice poteva essere un'aggiunta posteriore) alla seconda metà del I secolo d.C.; Colin Henderson Roberts, in base al confronto della maiuscola con un documento del 125 d.C. circa, ha confermato l'ipotesi di Blass; fu ritrovato a Gournou, in Egitto, e portato a Londra in più pezzi da Joseph Arden (che acquistò la seconda parte del rotolo da alcuni scavatori arabi) nel gennaio del 1847 e da Anthony Charles Harris (che acquistò 32 frammenti della prima parte dal mercante italiano Castellari) più tardi durante lo stesso anno; è stato conservato al British Museum a partire dalla morte dei proprietari (1872 e 1879): contiene frammenti della Contro Demostene, frammenti e parte finale (15 colonne) della Per Licofrone, testo integrale della Per Euxenippo. Parti minori sono state rinvenute successivamente: gli 8 frammenti Babington, ora perduti; i 13 frammenti Egger, conservati al Museo del Louvre (inv. 7169); i 5 frammenti Tancok, conservati alla Rossall School; i 6 frammenti Raphael, conservati al British Museum (inv. 108, 13); P. Jand 80, acquistato nel 1926 a Fayyum e conservato all'Università di Gießen (inv. 213), contenente frammenti (2 colonne) della Contro Demostene, che con buona probabilità faceva parte dell’Ardesianus, anche se alcune annotazioni sul verso hanno creato dei dubbi. Il papiro è scritto in modo elegante e chiaro ed è stato rivisto da un correttore, presenta pochi errori.[163][164][165]
  • Stobartianus (P. Lit. Lond. 133 = Brit. Mus. inv. 98 = n°1236 Pack[162]) o papiro Stobart, certamente posteriore al 95 d.C. e forse databile al II secolo d.C.; fu ritrovato in Egitto e portato a Londra da Anthony Charles Harris, a cui era stato venduto dal reverendo H. Stobart (che lo aveva acquistato dal medesimo mercante Castellari) nel 1856; è conservato al British Museum: contiene gran parte (13 colonne) dell’Epitaffio (manca il finale). Il papiro è scritto in modo ineguale e serrato e non è stato rivisto da un correttore, presenta alcuni errori grossolani che secondo Frederic George Kenyon potevano far pensare ad un "esercizio scolastico di trascrizione sotto dettatura".[166][167][161]
  • Londiniensis (P. Lit. Lond. 134 = Brit. Mus. inv. 134 = n°1234 Pack[162]) o rotolo Londinese, datato tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.; fu pubblicato da Frederic George Kenyon nel 1889; è conservato al British Museum: contiene frammenti e parte finale (9 colonne) della Contro Filippide. Il papiro è stato scritto in modo elegante ed accurato ed è stato rivisto da un correttore, presenta pochi errori.[168][169][170]
  • Parisianus (Mus. Louvre 9331 e 10438 = n°1235 Pack[162]) o papiro Revillout, del II secolo a.C.; fu ritrovato a Panopoli, in Egitto, e portato a Parigi in più pezzi da Eugène Revillout tra il 1888 e il 1890; è conservato al Louvre: contiene 17 colonne della Contro Atenogene. Il papiro è stato scritto in modo largo e chiaro ed è stato rivisto da un correttore, presenta pochissimi errori.[171][172][170]

Ipotesi di sopravvivenza in Ungheria[modifica | modifica wikitesto]

Gli studiosi hanno notato che tutti questi papiri furono scritti in Egitto tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C.[173] Non si sa, però, quanti rotoli di Iperide siano stati copiati in codici di pergamena tra il II e il IV secolo d.C.: infatti non restano pergamene contenente suoi testi e il fatto che tali pergamene siano esistite è oggetto di discussione.[173]

Ci sono quattro testimonianze riguardanti l'esistenza di codici di Iperide: nel IX secolo il patriarca Fozio di Costantinopoli affermò di aver letto numerose orazioni di tutti gli autori che aveva incluso nella sua Biblioteca, Iperide compreso;[173] nel XVI secolo l'umanista Johann Alexander Brassicanus sostenne, nella sua introduzione al De vero iudicio et providentia dei di Salviano di Marsiglia, di aver visto nel 1525 nella Biblioteca del re d'Ungheria Mattia Corvino a Buda un codice di Iperide con ricchi scoli ("vidimus integrum Hyperidem cum locupletissimis scholiis, librum multis etiam censibus redimendum"), codice scomparso dopo l'occupazione turca del 1526;[174][173][175] nello stesso secolo due edizioni postume della Bibliotheca Universalis (1574 e 1583) di Conrad Gessner riportarono, alla voce "Hyperides", l'esistenza di frammenti delle sue orazioni presso Paul Bornemissza, vescovo di Weissenburg e di altre località dell'Ungheria ("Hyperidis fragmenta quaedam orationum extant apud Paulum Bornemiza Episcopum in Hungaria");[176][165] nel 1748 John Taylor, nella sua prefazione ad un'edizione di Demostene, scrisse di aver visto un manoscritto con alcune orazioni di Iperide.[165][175]

Sulla veridicità dell'affermazione di Fozio ci sono fondati dubbi.[173] Per quanto riguarda quella del Brassicanus, Nigel Guy Wilson sostenne che era inverosimile l'esistenza di ricchi scoli per un autore come Iperide, il quale, molto probabilmente, non era studiato nelle scuole di retorica bizantine;[174] Martin Hose, seguito da altri studiosi, ipotizzò che Brassicanus avesse confuso Iperide con Imerio.[173] John Hogg ipotizzò che Taylor avesse visto lo stesso manoscritto del Brassicanus,[175] mentre altri studiosi hanno pensato ad un errore di Taylor.[165]

Palinsesto di Archimede[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Palinsesto di Archimede.

Fino al 2004 Iperide è stato considerato "figlio dell'Egitto", dato che tutti i suoi testi conservati per tradizione diretta provenivano dall'Egitto.[177] Tra le orazioni dei dieci oratori attici del Canone alessandrino, quelle di Iperide erano le uniche a non essere state tramandate da manoscritti medievali.[178] L'ultima attestazione conosciuta risaliva al II/III secolo d.C.: questa è la datazione del P. Oxy. 47 3360 (LDAB 2428 = MP3 1236.01), che contiene titolo e incipit di alcune orazioni di Iperide e, quindi, attesta la sopravvivenza di forse 64 orazioni fino a quest'epoca.[179]

In quell'anno Natalie Tchernetska ha annunciato di aver rinvenuto nel Palinsesto di Archimede (codice bizantino del 1229 composto da bifogli provenienti da più di sei manoscritti), tra i numerosi bifogli contenenti testi del matematico Archimede, cinque bifogli (135/138, 136/137, 144/145, 173/176, 174/175) con ampie sezioni delle orazioni di Iperide Contro Dionda e Contro Timandro.[180] Questa scoperta ha incrementato il corpus Hyperidicum del 20%.[181]

In base ad alcuni esami paleografici, i bifogli di Iperide possono essere datati tra il X e l'XI secolo;[182] essi, inoltre, sembrano essere i meno antichi di tutto il palinsesto.[183] La loro provenienza è più difficile da stabilire: le ipotesi riguardanti l'Italia Meridionale[184] e la Palestina non hanno prove a loro sostegno,[185] quindi la tesi più probabile resta quella di Costantinopoli, supportata dal fatto che il formato del manoscritto (32 righe per pagina, disposte su un'unica colonna) era stato sviluppato in questa città tra X e XI secolo.[186]

Il manoscritto in questione poteva contenere un corpus pressoché completo delle orazioni di Iperide oppure, ben più verosimilmente, un'antologia retorica composta da una selezione di orazioni di più autori:[187] come nel caso di altri oratori, solo alcune orazioni di Iperide sarebbero stati selezionati per essere copiati, dato che essi erano scarsamente richiesti.[188] Infatti si può affermare che, dopo il III/IV secolo d.C., solo due commentatori di Ermogene di Tarso ebbero la possibilità di leggere direttamente Iperide.[189] Per questo e per altri motivi non si può stabilire alcun legame certo tra i bifogli del Palinsesto di Archimede e l'affermazione di Fozio di aver letto delle orazioni di Iperide.[190]

Tradizione indiretta di Iperide[modifica | modifica wikitesto]

Gran parte dei frammenti di Iperide giunti per tradizione indiretta, circa 280 nell'edizione di Jensen (1917), provengono dai grammatici e dai lessicografi (principalmente Arpocrazione e Giulio Polluce), che citano singole parole o espressioni idiomatiche.[191][192] Brani più ampi, solitamente proverbi, sentenze o esempi di figure retoriche, sono stati tramandati da Apsine, da Publio Rutilio Lupo (che tradusse in latino lo Σχῆμα Διονοίας καὶ Λέξεως di Gorgia, il quale appunto citava Iperide) e da alcuni scrittori cristiani.[191][192]

Il fatto che un autore bizantino come Giovanni Diacono e Logoteta (che visse forse nell'XI secolo) citi un brano di Iperide (il fr. 76 Jensen) ha indotto alcuni studiosi a pensare che nell'XI secolo le orazioni di Iperide circolassero negli ambienti bizantini, come potrebbe far pensare anche la scoperta dei bifogli contenuti nel Palinsesto di Archimede.[193] Questa ipotesi, però, è stata smentita: Giovanni riprese in modo quasi letterale un brano del Περὶ στάσεων di Giorgio di Cappadocia, retore del V secolo d.C.[194] Risulta possibile, ma non certo, che Giorgio avesse a disposizione un manoscritto in minuscola contenente orazioni o perlomeno estratti di Iperide; altrimenti si può sostenere che Giorgio citasse Iperide liberamente, in modo non letterale.[195]

Allo stesso modo, anche se alcuni hanno sostenuto che Massimo Planude potesse leggere direttamente il Deliaco (fr. 67-71 Jensen).[196] In questo caso, però, Massimo Planude attinse a Siriano, filosofo del V secolo d.C.[197] Per Siriano vale la stessa motivazione che viene addotta per Giorgio di Cappadocia: forse poteva ancora leggere orazioni di Iperide, forse solo degli estratti.[198]

Allo stato attuale non ci sono prove della sopravvivenza di Iperide, al di fuori delle antologie retoriche, oltre il V secolo d.C. (Giorgio e Siriano); questo dato, assieme all'assenza di lessici o commentari papiracei, può essere indizio di una scarsa circolazione dei testi di Iperide, influenzata negativamente dai giudizi poco benevoli degli atticisti del II/III secolo, in particolare di Ermogene, che ebbe un ruolo cruciale nelle scuole di retorica bizantine.[199] Il Palinsesto di Archimede viene giudicato da Giuseppe Ucciardello come un caso isolato, improduttivo dal punto di vista letterario: non dimostra che i testi di Iperide circolassero correntemente nell'impero bizantino.[200]

Edizioni generali moderne di Iperide[modifica | modifica wikitesto]

Le edizioni generali di Iperide precedenti la scoperta del palinsesto di Archimede sono:[201][202]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni
  1. ^ Unica orazione totalmente integra.
  2. ^ a b c d Ritrovata nel palinsesto di Archimede dopo l'edizione di Marzi.
  3. ^ a b L'attribuzione a Iperide non è certa.
  4. ^ Forse non fu mai messa per iscritto.
  5. ^ In realtà il titolo è Contro Timandro.
  6. ^ Forse non fu mai pronunciata.
  7. ^ Il titolo non è certo.
Fonti
  1. ^ a b Plutarco, 849 B.
  2. ^ a b c d Bartolini, p. 145.
  3. ^ IG II2 1924, 11.
  4. ^ Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, LIII, 4.
  5. ^ Théodore Reinach, Revue des études grecques, 1892, p. 250.
  6. ^ a b c Bartolini, p. 146.
  7. ^ a b c Marzi, p. 10.
  8. ^ Whitehead, p. 1.
  9. ^ a b c d e Suda, Ὑπερείδης.
  10. ^ a b Pseudo-Plutarco, 848 D.
  11. ^ Jensen, p. XXV (numeri delle iscrizioni).
  12. ^ a b Ateneo, XIII, 590 C.
  13. ^ a b c d e Pseudo-Plutarco, 849 D.
  14. ^ IG II2 1672, 252-253.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Le orazioni di Iperide hanno i paragrafi numerati secondo l'edizione di Marzi.

Fonti secondarie

Per un elenco di gran parte delle pubblicazioni in inglese, italiano, francese, greco, latino e tedesco riguardanti Iperide negli anni 1854-1975 vedi Bartolini, pp. 13-27.

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