Cimitero della Mojazza

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Coordinate: 45°29′20.76″N 9°11′20.4″E / 45.4891°N 9.189°E45.4891; 9.189

Cimitero della Mojazza
Eugenio Marana, Il Cimitero della Mojazza (olio su tela, 1914).jpg
Eugenio Marana, Il cimitero della Mojazza, 1914 (olio su tela)
Tipo civile
Confessione religiosa cattolico
Stato attuale non più esistente
Ubicazione
Stato Italia Italia
Città Milano
Luogo Isola
Costruzione
Data apertura 1685 (spostato nel 1786)
Data chiusura 22 ottobre 1895

Il cimitero della Mojazza (o della Moiazza), storicamente chiamato cimitero di Porta Comasina, poi di Porta Garibaldi, era uno dei cinque cimiteri cittadini, collocati fuori dalle porte di Milano, soppressi negli anni successivi all'apertura del monumentale e del Cimitero Maggiore. Sorto nel 1685 presso la cascina Mojazza, fuori da porta Comasina, in un'area individuabile oggi fra le vie Jacopo Dal Verme, Cola Montano, Angelo della Pergola e piazza Archinto, venne in seguito trasferito nel 1786 in un'area corrispondente all'attuale piazzale Lagosta. L'intera area cimiteriale faceva capo alla vicina Chiesa di Santa Maria alla Fontana, mentre l'ingresso era vicino alla via Perasto, allora conosciuta come strada della Magna, da cui prese il suo nome l'ampia area incolta a est dell'Isola.

Nel cimitero trovarono sepoltura, nel corso dei secoli, personaggi illustri fra i quali Cesare Beccaria, Giuseppe Parini, Melchiorre Gioia e Francesco Melzi d'Eril.

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

L'appellativo mojazza, che identificava sia il cimitero che la vicina cascina Mojazza, derivava dalla peculiaretà del terreno dell'area, fortemente imbevuto d'acqua piovana ristagnante e che filtrava dai vicini corsi d'acqua; il verbo mojà, in dialetto milanese, significa infatti inzuppare, ammollare o intingere in un liquido, da cui il sostantivo mojàscia che sta per poltiglia, melma, fanghiglia.[1] La particolarità acquitrinosa del terreno determinò poi l'inservibililità del primo cimitero e ne impose la chiusura nel 1786.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Ubicazione dei due cimiteri della Mojazza, con le nuove vie del piano regolatore.

Il primo cimitero (1685-1786)[modifica | modifica wikitesto]

Il primo cimitero della Mojazza era stato aperto nel 1685 a cura dei deputati della Congregazione della veneranda fabbrica della S. Croce, insieme con l'architetto Andrea Biffi. Il cimitero sorse per sopperire alla mancanza di spazio all'interno dei cimiteri cittadini che sorgevano nei pressi delle chiese. Vi vennero pertanto deposti i resti riesumati da quelli. Dopo che l'imperatore d'Austria Giuseppe II nel 1782 abolì la sepoltura dei morti all'interno delle mura cittadine, mentre gli altri cimiteri extraurbani si andarono ad ingrandire per consentire un maggior numero di sepolture, il cimitero della Mojazza - giudicato inservibile dai fisici collegiati conservatori del Tribunale della sanità - rimase pressoché immutato. L'inservibilità del cimitero era già emersa col trasferimento della salma di santa Purissima dall'oratorio di San Giuseppe (interno al cimitero) alla chiesa della Santissima Trinità.

Il 28 gennaio 1788 la corporazione ecclesiastica - proprietaria dei fopponi extramurali - ne faceva formalmente dono alla città. Tuttavia fra questi non era annoverato il vecchio cimitero della Mojazza, alienato due anni prima dalla Confraternita di San Giuseppe, per pagare i debiti. Sull'area sconsacrata andarono a sorgere ben presto diverse abitazioni private; all'interno della vecchia chiesetta della Congregazione si insediò invece l'Osteria del Buongiorno, ancora nota ai più vecchi abitanti del quartiere Isola.

Ubicazione del secondo cimitero della Mojazza (1786-1895)

Il secondo cimitero (1786-1895)[modifica | modifica wikitesto]

L'assoluta necessità di un cimitero in zona, tuttavia, portò il Comune ad acquistare 16 pertiche di terreno dei padri minimi di San Francesco da Paola (della vicina chiesa di Santa Maria alla Fontana) il 17 febbraio 1786 per disporvi il nuovo cimitero che andava così a soppiantare il precedente. Il nuovo cimitero si estendeva principalmente sull'odierna area che copre il piazzale Lagosta, più porzioni delle attuali: viale Zara, via Pola, via Volturno e via Traù; l'entrata sorgeva ad ovest, ovvero consisteva in un vialetto (strada della Magna) accessibile da via Pietro Borsieri.

Nel 1793 venne realizzata la cappelletta del cimitero, con un altare con palio di legno, sul quale era stata dipinta una raffigurazione di anime del Purgatorio, liberate dalle loro pene. Il campo cimiteriale, non troppo vasto, era caratterizzato da due viali che si incrociavano nel centro, laddove s'ergeva una colonna votiva. I morti venivano di volta in volta sotterrati senza una precisa regola, se non a discrezione del capo-sepoltore o delle famiglie dei defunti. Le persone di censo più elevato avevano il privilegio invece di poter essere sepolti lungo il muro di cinta, che andò via via coprendosi di numerose lapidi che ricordavano patrioti, scienziati, legislatori, letterati e artisti. Un ultimo ampliamento del cimitero fu eseguito nel 1817, con l'aggiunta di una zona incolta sul lato orientale, che andò ad aumentarne la capienza. Venne soppresso il 22 ottobre 1895.

La Mojazza dopo la soppressione[modifica | modifica wikitesto]

Ripulito dai resti delle sepolture, fatte poi trasferire al Maggiore, il vecchio cimitero della Mojazza venne ceduto come campo sportivo all'Unione Sportiva Milanese. A partire dagli anni venti si procedette alla sua edificazione, con il grosso caseggiato realizzato dall'Istituto anonimo case popolari, architetto Enrico Agostino Griffini, sorto come civico 1 di piazzale Lagosta. Una parte del muro di cinta del vecchio cimitero sopravvisse e chiude ancora oggi il secondo cortiletto dell'edificio realizzato nel 1925, dove ancora oggi giace affissa al muro stesso la lapide della tomba di Giuseppe Parini. La restante parte di terreno, non rientrando nella lottizzazione dell'isolato, andò a confluire nel vasto piazzale Lagosta, da cui aveva origine il nuovo viale per Monza. Oggi di quello che rimane di questo cimitero sono, inoltre, due colonne in pietra situate all'angolo di via Lario e via Francesco Arese che delimitavano uno degli ingressi.

Dell'esistenza, sotto il tessuto edilizio del quartiere Isola, di questi due vecchi cimiteri al giorno d'oggi s'è quasi completamente persa la memoria. Questa sembra sopravvivere soltanto all'interno del quartiere, dove qualcuno fra gli storici residenti nato e cresciuto fra le via Jacopo Dal Verme, Angelo Della Pergola, Cola Montano e piazzale Archinto (praticamente l'area occupata dal primo cimitero) sostiene di aver visto o sentito in passato dei fantasmi. Tragico e curioso addirittura l'aneddoto spesso riportato secondo cui al suono delle sirene, quando si fuggiva nei rifugi per salvarsi dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale, capitava di vedere proiettate sulle pareti ombre terrorizzate, che sparivano poi al cessato allarme.

Sepolture illustri[modifica | modifica wikitesto]

Diverse erano state nel corso degli anni le varie sepolture illustri che qui trovarono spazio. Dopo la sua soppressione vennero prescritte le esumazioni dei resti di diversi personaggi; tuttavia il disordinato sistema di sepoltura e una più generale approssimazione portarono alla dispersione di resti illustri o addirittura alla confusione con altre ossa anonime, conservate negli ossari comuni. Fra queste, le sepolture di Cesare Beccaria e quella di Giuseppe Parini, caratterizzata quest'ultima da una croce sulla quale la X del Monogramma di Cristo era formata da due J incrociate, in modo da significare con la lettera P «Joseph Parini Jacet».

Ecco un breve prospetto cronologico in cui si ripercorrono le più illustre sepolture che vennero ospitate alla Mojazza.

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

La Mojazza, frammento della Milano Vecchia; impressioni e note di Gaetano Crespi, Milano, 1911[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Francesco Cherubini, Vocabolario Milanese-Italiano, vol. 3, Dall' Imp. Regia Stamperia, 1841, p. 122.
  2. ^ Sac. Luigi Alemanni, Storia di Casalpusterlengo, 1897, pp. 276-282

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]