Chiesa di Sant'Antonio Abate (Matera)

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Chiesa di Sant'Antonio Abate
StatoItalia Italia
RegioneBasilicata
LocalitàMatera
TitolareSant'Antonio abate

La chiesa Sant'Antonio Abate fa parte del complesso delle chiese rupestri di Matera.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La chiesa, dedicata a Sant'Antonio abate, presenta un impianto longitudinale. L'ingresso, preannunciato da un piccolo pronao è caratterizzato da una rilevata cornice.[1]. L'interno è a pianta rettangolare e si articola in tre navate suddivise da quattro pilastri.

La navata centrale offre alte e modellate nicchie sui pilastri; lo stesso avviene per la navata di sinistra. Questa si articola in tre settori: il primo ha una finestrella contenuta in una cornice; il secondo ha tre nicchie minori affiancate; il terzo oggi è diroccato per l'apertura di un ingresso secondario.

La chiesa presenta un soffitto ben modellato. La navata di destra e quella centrale hanno il soffitto a tenda; quello della navata di sinistra, invece, è più arcuato. In passato le nicchie della navata centrale contenevano svariate pitture murali; oggi, invece, ritroviamo al loro interno solo poche immagini. La più importante è quella del Santo Monaco Antonio Abate, che ottiene movimento dalla fluente barba bianca. In un'altra nicchia vi è l'immagine barocca di un S. Sebastiano, di alcuna espressione.[2]. Sulla parete di fondo della navata di sinistra appare un riquadro dedicato alla Madonna orante che assiste il lavoro nei campi.[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'architrave contiene una mattonella di ceramica su cui vi sono due chiavi incrociate, con in nero le lettere S.P.C.(San Pietro Caveoso).
  2. ^ L'autore di questo affresco sembra lo stesso della Crocifissione dipinta nella chiesa della Madonna delle Virtù a causa della decorazione del fondo.
  3. ^ Cfr. Chiese e asceteri rupestri di Matera, p. 146.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Chiese e asceteri rupestri di Matera, Roma, De Luca, 1995. (p. 146).
  • Le Chiese rupestri di Matera, Roma, De Luca, 1966. (pp. 285–286).

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]