Una domenica in campagna

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Una domenica in campagna
Una domenica in campagna (film 1984).JPG
Sabine Azéma (Irène)
Titolo originale Un dimanche à la campagne
Paese di produzione Francia
Anno 1984
Durata 90 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Bertrand Tavernier
Soggetto Pierre Bost
Sceneggiatura Bertrand Tavernier e Colo Tavernier
Produttore Alain Sarde, Bertrand Tavernier
Fotografia Bruno de Keyzer
Montaggio Armand Psenny
Scenografia Patrice Mercier e Sylvie Salmon
Interpreti e personaggi
Premi

Una domenica in campagna è un film del 1984 diretto da Bertrand Tavernier.

Presentato in concorso al 37º Festival di Cannes, ha vinto il premio per la miglior regia.[1]


Trama[modifica | modifica wikitesto]

(FR)

« Quand cesseras-tu d'en demander toujours plus à la vie, Irène? »

(IT)

« Quando smetterai, Irène, di chiedere troppo alla vita? »

(Ricordo delle parole della madre)


Una domenica verso la fine dell’estate 1912.

Di mattina, M. Ladmiral, un pittore di buona fama, che, dopo la morte della moglie, vive in una grande casa di campagna con la fedele domestica Mercedes, si sta preparando ad andare ad accogliere in stazione suo figlio Gonzague, la nuora, che preferisce chiamare il marito Édouard, e i tre nipotini, Émile e Lucien, e la più piccola Mireille. È una piacevole passeggiata a piedi lungo un sentiero sterrato che unisce la sua casa alla stazione ma egli sente di non essere svelto come prima e il tempo che impiega a percorrerlo aumenta ogni volta di più. La visita domenicale del figlio è una abitudine affettuosa.

Ladmiral è felice di ritrovare i suoi cari ma è anche un po’ dispiaciuto per la poca ambizione che Gonzague manifesta e per la convenzionalità delle abitudini di lui e della moglie.

La ritualità della domenica è interrotta dall’arrivo inaspettato della figlia minore Irène, una donna emancipata che vive a Parigi e giunge guidando una nuova automobile sportiva. Vivace e dinamica, la sua presenza mette in subbuglio la quiete del pomeriggio. Rovista la soffitta alla ricerca di scialli antichi dimenticati, preziosi, da rivendere nel suo negozio parigino. Accompagna sulla sua macchina Ladmiral a un ritrovo all’aperto sul fiume dove c’è musica e danza con lui.

Il padre, che vede molto raramente la figlia, si illude che si fermi almeno per la cena, ma una telefonata improvvisa, probabilmente di un amante, la decide a partire prima. La sua partenza intristisce Ladmiral, malgrado il conforto del figlio che si trattiene a cenare con lui.

La sera, quando tutti sono ripartiti, si ritrova solo con Mercedes. Ritorna a lavorare. Toglie dal cavalletto il quadro che stava dipingendo, giudicato dalla figlia troppo accademico e lo sostituisce con una nuova tela bianca e medita in silenzio. Sarà forse la sua ultima composizione, la più vera.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Soggetto[modifica | modifica wikitesto]

Adattamento di un romanzo breve pubblicato nel 1945, di Pierre Bost (1901-1975), M. Ladmiral va bientôt mourir.

L'autore del romanzo, aveva firmato con Jean Aurenche, co-sceneggiatore del film, molte sceneggiature del regista Claude Autant-Lara, come La symphonie pastorale (1946), Le diable au corps (1947), La traversée de Paris (1956), altre di René Clément come Jeux interdits (1952), Gervaise (1955) dal romanzo L'Assommoir (L'ammazzatoio) di Émile Zola.

Grande ammiratore del cinema di questi registi, Tavernier si è ispirato ad essi per le sceneggiature dei suoi primi film.

Sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu sceneggiato a quattro mani dal regista e da sua moglie Colo.

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Scrive il critico Tullio Kezich[2]:

« L'irruente Sabine Azéma fa un’Irène adorabile e vulnerabile; il compassato Michel Aumont, Gonzague: un vecchio ragazzo che nasconde irrisolte turbe adolescenziali dietro un eccesso di rispettabilità; ma soprattutto Louis Ducreux stupendo eroe borghese di una vita d'artista culminata in una silenziosa guerra dei sentimenti, presenza centrale di un evento dove la realtà si impadronisce dell'invenzione cineletteraria e ne fa qualcosa che ci tocca, oltre la finzione dello spettacolo. Ducreux era sparito dai repertori e dagli almanacchi, pur essendo un attore con una lunga vicenda di commediografo, canzonettista e collezionista d'arte (alcuni dei quadri che si vedono nel film provengono dalla sua collezione). La sua apparizione sullo schermo vale quella di Victor Sjostrom in Il posto delle fragole è uno dei, rari casi in cui l'interprete diventa il film e dietro il personaggio di fantasia fa indovinare nei gesti negli sguardi e nelle intonazioni il frammentario disegno di una confessione a livello psicoanalitico affidata alla simpatia di chi guarda. »
(Tullio Kezich, La Repubblica, 25 ottobre 1984.)

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu girato in circa trenta giorni durante l'autunno del 1983. Sulla scelta dei luoghi per le riprese, racconta lo stesso regista Bernard Tavernier, in un'intervista concessa a Villarceaux, in occasione di una proiezione all'aperto del film e riportata in data 31 maggio 2003, sul sito on line Le parisien[3]:

(FR)

« Tourner dans le Vexin était naturel puisque je cherchais une région où un certain nombre de peintres habitent. En faisant les repérages, je suis tombé amoureux de cette maison à côté de Wy-dit-Joli-Village, elle avait un charme fou et le jardin, surtout, correspondait tout à fait à la description de Pierre Bost, jusque dans les moindres détails. »

(IT)

« Girare nel Vexin era naturale perché cercavo una regione abitata da un certo numero di pittori. Durante i sopralluoghi mi sono innamorato di questa casa nei pressi di Wy-dit-Joli-Village, essa aveva un fascino strano e il giardino, soprattutto, corrispondeva in tutto alla descrizione di Pierre Brost, persino nei minimi dettagli. »

(Bernard Tavernier)

Fotografia[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nella stessa intervista citata, il regista racconta, a proposito della fotografia:

(FR)

« La lumière était magnifique. Mais je ne voulais surtout pas copier la peinture. Je voulais reconstituer les premiers autochromes des frères Lumière, pour m'éloigner du naturalisme. »

(IT)

« La luce era magnifica. Ma io non volevo copiare la pittura. Volevo ricostituire i primi autochromes dei fratelli Lumière, per allontanarmi dal naturalismo. »

(Bernard Tavernier)

Il film ha ottenuto un César per la miglior fotografia di Bruno de Keyzer.

Musica[modifica | modifica wikitesto]

Nella colonna sonora di Gabriel Fauré si riconoscono alcune musiche classiche per pianoforte[4]:

La polka che Monsieur Ladmiral balla con la figlia è stata scritta dall'attore-musicista che interpreta il protagonista, Louis Ducreux.[5]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Scrive il critico Giovanni Grazzini[6]:

« Siamo nel solco, così confortante quando il seme fruttifica in penombra, di quel cinema francese intimista che coglie i brividi sotterranei della realtà quotidiana, il retroterra delle parole, e li mette a paragone con una natura autunnale fasciata di malinconia. Non per ciò Tavernier è un autore crepuscolare. E' piuttosto un realista imbronciato per gli inganni del Tempo, e tuttavia soccorso dalla certezza che la vita degli affetti può vincerli. L'attenzione con cui li assaggia e ispeziona, l'occhio con cui ne visita le sfumature, la fluidità della rappresentazione sono i meriti maggiori di un film che, appunto senza alcuna zona morta, inventa un universo limpido e sereno, nel quale ogni momento ha la giusta cadenza, ogni carattere il suo segno immediato. »
(Giovanni Grazzini,Corriere della sera.)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Awards 1984, festival-cannes.fr. URL consultato il 22 giugno 2011.
  2. ^ {0} - la Repubblica.it
  3. ^ Archives
  4. ^ Tullio Kezich, articolo citato.
  5. ^ Giovanni Grazzini, articolo citato.
  6. ^ Una domenica in campagna - citazione theMOVIEconnection

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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