Sonnet 19

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Sonnet 19 o Devouring Time, blunt thou the lion's paws è il diciannovesimo dei Sonnets di William Shakespeare.

Il testo del sonetto in lingua originale

Devouring Time, blunt thou the lion's paws,
And make the earth devour her own sweet brood;
Pluck the keen teeth from the fierce tiger's jaws,
And burn the long-liv'd phoenix, in her blood;
Make glad and sorry seasons as thou fleets,
And do whate'er thou wilt, swift-footed Time,
To the wide world and all her fading sweets;
But I forbid thee one most heinous crime:
O! carve not with thy hours my love's fair brow,
Nor draw no lines there with thine antique pen;
Him in thy course untainted do allow
For beauty's pattern to succeeding men.
    Yet, do thy worst old Time: despite thy wrong,
    My love shall in my verse ever live young.

Analisi del testo[modifica | modifica sorgente]

Il sonetto diciannove si divide in tre parti: in modo irregolare rispetto alla struttura metrica, il primo nucleo tematico si svolge nei primi sette versi, lasciando all'ultimo verso della seconda quartina la prima svolta, per mezzo del but; la seconda parte va dal verso 8 a tutta la terza quartina; il distico conclusivo chiude il sonetto coi vv. 13 e 14.

La tematica di questo testo si lega a quella del precedente e più celebre Sonnet 18, ma la materia dell'eternità della poesia, contro il Tempo che cancella ogni cosa, è qui trattata in modo e con toni diversi: l'io lirico si rivolge con veemenza al "Tempo vorace" (devouring Time) e non direttamente al fair youth, la cui bellezza è qui solo l'oggetto dell'azione funesta.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Dario Calimani, William Shakespeare: i sonetti della menzogna, Carocci, 2009, pp. 52–54.
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