Diamante Hope

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il diamante Hope nel 1974.

Il diamante Hope, noto anche come blu di Francia, è un celebre diamante di un insolito e profondo colore blu, del peso di 45,52 carati (9,1 grammi), attualmente custodito presso lo Smithsonian Museum di Washington.

Deve la sua notorietà non soltanto alla sua eccezionale bellezza (anche se per dimensioni è ampiamente superato da altri diamanti famosi) ma anche alla sua lunga storia e alla fama di portasfortuna d'eccezione: salvo pochi proprietari - che comunque si trovarono in guai d'ogni sorta - gran parte di coloro che ne hanno potuto vantare il possesso sono morti entro breve tempo per omicidio, suicidio o malattie.

Storia e leggenda[modifica | modifica wikitesto]

Qui di seguito è riportata la storia del diamante e l'elenco dei suoi possessori.

Proveniente dalle miniere di Golconda in India, fu acquistato nel 1688 da un mercante francese, Jean-Baptiste Tavernier. Secondo alcuni fu lui stesso a disincastonarlo dall'occhio della statua di un idolo indiano, Rama-Sitra, scatenando l'ira della divinità, che maledisse la pietra e tutti coloro che l'avessero posseduta.

Subito dopo esserne entrato in possesso - comunque ci fosse riuscito - Tavernier fece bancarotta e tentò di ricostituire la sua fortuna partendo per l'India, ma non giunse mai a destinazione perché morì durante il viaggio.[1]

Il successivo proprietario, il re di Francia Luigi XIV, lo fece tagliare a forma di cuore, riducendone le dimensioni dagli originari 112 a 67,5 carati. Sia lui che il suo successore, Luigi XV, lo sfoggiarono in numerose occasioni ma, pur avendo avuto vita abbastanza lunga (rispettivamente 77 e 64 anni), morirono entrambi tra sofferenze atroci: Luigi XIV per gangrena a un piede e Luigi XV per un vaiolo di tale virulenza da causare l'inizio della decomposizione mentre il sovrano era ancora vivo.

Fu donato a Maria Antonietta, che lo unì ad altre pietre preziose a formare una collana, ma sia lei che il marito (Luigi XVI), finirono decapitati durante la Rivoluzione Francese ed il diamante fu rubato insieme ad altri gioielli ed oggetti preziosi. Passò poi nelle mani di un gioielliere che morì di infarto non appena la pietra gli fu rubata (secondo altri quando scoprì che il ladro non era altri che suo figlio). Il figlio del gioielliere, autore del furto, non appena seppe di essere la causa della morte del padre, si suicidò. Un suo amico, che aveva trovato il diamante tra i beni lasciati incustoditi, morì dopo pochissimo tempo.

La gemma passò rapidamente di mano in mano e giunse a Londra nel 1830, dove fu nuovamente tagliata, raggiungendo la forma ed il peso attuale di 45,5 carati. Il nobile inglese Lord Francis Hope, VIII duca di Newcastle, pagò una cifra esorbitante per assicurarsi la gemma e battezzarla con il suo nome, ma - se si vuol dare credito alla presunta maledizione dell'idolo indiano - mal gliene incolse, perché quasi subito dopo aver ricevuto la pietra i rapporti con sua moglie si deteriorarono e la coppia si divise. La donna, Mary Yohé, un'attrice e cantante americana di Musical, cadde in miseria, mentre il banchiere si affrettò a liberarsi del diamante.

Il proprietario successivo, Jacques Colot, impazzì e si suicidò dopo averlo venduto al principe Kanitowskij, che a sua volta morì atrocemente, linciato dai rivoluzionari russi. Neanche la ballerina alla quale il principe aveva regalato il diamante si salvò: fu uccisa dallo stesso principe in un raptus di gelosia.

Ne entrò in possesso un gioielliere greco, Simon Matharides, che si sfracellò in un burrone prima ancora di ricevere materialmente la pietra.

Il successivo proprietario fu il sultano turco Abdul Hamid II, che lo acquistò per 400.000 dollari, ma un anno dopo averlo acquistato fu deposto e impazzì.[2]

Nel 1910 Il gioielliere francese Pierre Cartier acquistò la pietra dal successore del sultano e la vendette a Edward Beale McLean, proprietario del Washington Post, che la donò alla moglie. Ne seguì di lì a poco un autentico bollettino di guerra: nell'ordine morirono la madre di McLean, due cameriere ed il figlio primogenito di appena 10 anni (investito da un'auto), mentre i coniugi McLean divorziarono. Seguì l'alcoolismo del marito che - unito a uno scandalo - lo distrusse definitivamente. La moglie Evelyn decise di sfidare la sfortuna e tenne il diamante per sé, continuando a indossarlo finché la figlia non si suicidò nel 1946 con i barbiturici (da notare che nel giorno del suo matrimonio aveva indossato il gioiello della madre).

L'ultimo proprietario privato che abbia avuto tra le mani il diamante Hope è stato il gioielliere statunitense Harry Winston, che nel 1958 donò la pietra allo Smithsonian Institute di Washington, dove è custodita tuttora, esposta al pubblico in una teca dotata di tutti i più moderni sistemi di sicurezza.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Marian Fowler, Hope. Adventures of a Diamond, Ballatine Books, New York, 2002, ISBN 0-345-44486-8.
  • Janet Hubbard-Brown, The Curse of the Hope Diamond, Avon Camelot Books, New York, 1991, ISBN 0-380-76222-6.
  • Richard Kurin, Hope Diamond. The Legendary History of a Cursed Gem, HarperCollins & Smithsonian Press, New York, 2006, ISBN 0-06-087351-5.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Tavernier, Later Travels and Peter the Great
  2. ^ Hope Diamond Sold in Paris for $400,000 (New York Times del 5-05-1910)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]