Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.

«Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (greco: Ἀπόδοτε οὖν τὰ Καίσαρος Καίσαρι καὶ τὰ τοῦ Θεοῦ τῷ Θεῷ; latino: Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo) è un celebre detto attribuito a Gesù e riportato nei vangeli sinottici, in particolare nel Vangelo secondo Matteo 22,21, nel Vangelo secondo Marco 12,17 e nel Vangelo secondo Luca 20,25. È un detto registrato anche al di fuori degli scritti canonici: è presente nel Vangelo di Tommaso (100,2-3) e, rielaborato, nel Vangelo Egerton (3,1-6).

Questo passo è stato interpretato variamente e considerato un insegnamento sul laicismo[1] o sull'obbedienza alle autorità civili.[2]

Versioni[modifica | modifica wikitesto]

Vangelo secondo Luca:[3]

« Postisi in osservazione, mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all'autorità e al potere del governatore. Costoro lo interrogarono: «Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. È lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?». Conoscendo la loro malizia, disse: «Mostratemi un denaro: di chi è l'immagine e l'iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero. »   (Luca 20,20-26)

Vangelo secondo Marco:[3]

« Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui. »   (Marco 12,13-17)

Vangelo secondo Matteo:[3]

« Allora i farisei, ritiratisi, tennero consiglio per vedere di coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque a lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno perché non guardi in faccia ad alcuno. Dicci dunque il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Di chi è questa immagine e l'iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero sorpresi e, lasciatolo, se ne andarono. »   (Matteo 22,15-22)

Vangelo di Tommaso (100):[4]

« Mostrarono a Gesù una moneta d'oro e gli dissero "La gente dell'imperatore romano ci chiede tasse". Egli rispose loro "Date all'imperatore quello che appartiene all'imperatore, date a a Dio quello che appartiene a Dio e date a me ciò che è mio". »

Vangelo Egerton (3,1-6, frammentario):

« Vennero da lui e lo interrogarono per metterlo alla prova. Chiesero "Maestro, Gesù, noi sappiamo che tu sei [da Dio], in quanto le cose che fai ti mettono sopra tutti i profeti. Dicci, allora, va permesso di pagare ai governanti ciò che è loro dovuto? Dobbiamo pagarli o no?" Gesù sapeva cosa stavano facendo, e si indignò. Poi disse loro "Perché mi chiamate maestro, ma non [fate] ciò che dico? Con quanta precisione Isaia profetizzò di voi dicendo «Questa gente mi onora con le labbra, ma i loro cuori restano molto lontani da me; la loro adorazione per me è vuota [in quanto insistono su insegnamenti che sono umani] comandamenti […]»" »

Contesto[modifica | modifica wikitesto]

Secondo le diverse versioni del racconto, alcuni personaggi decisero di mettere in difficoltà Gesù chiedendogli se gli Ebrei dovessero o meno rifiutarsi di pagare le tasse agli occupanti Romani. Nel Vangelo secondo Luca si specifica che, evidentemente attendendosi che Gesù si sarebbe opposto al tributo, essi intendevano «consegnarlo all'autorità e al potere del governatore», che all'epoca era Ponzio Pilato e che era responsabile della raccolta dei tributi. I vangeli sinottici raccontano che gli interlocutori si rivolsero a Gesù lodandone l'integrità, l'imparzialità e l'amore per la verità, poi gli chiesero se fosse o meno giusto per gli Ebrei pagare le tasse richieste da Cesare. Gesù, dopo averli chiamati ipocriti, chiese loro di produrre una moneta buona per il pagamento[5] e poi di chi fossero nome e raffigurazione su di essa; alla risposta che si trattava di Cesare, rispose «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (il Vangelo di Tommaso completa la frase con «e date a me ciò che è mio»). I suoi interlocutori, confusi dalla risposta autorevole e ambigua, si allontanarono contrariati.

Nel Vangelo secondo Marco e in quello secondo Matteo gli interlocutori di Gesù sono farisei ed erodiani; l'autore del Vangelo secondo Luca parla di informatori degli scribi e dei sommi sacerdoti.

Le tasse imposte dai Romani alla Giudea avevano causato in precedenza delle rivolte.[6] Nel 6 fu indetto il censimento di Quirinio allo scopo di determinare le ricchezze da tassare, ma ciò provocò la rivolta di Giuda il Galileo che, sebbene soppressa, portò probabilmente alla nascita del movimento degli Zeloti.[7]

Il tema delle tasse romane e della loro evasione da parte degli Ebrei è ricorrente nel Nuovo Testamento. Durante il processo di Gesù, l'imputato fu accusato di essersi proclamato re dei Giudei, ma nel Vangelo secondo Luca è aggiunta l'accusa di essersi opposto al pagamento delle tasse.[8] Uno degli apostoli di Gesù, Matteo, era stato chiamato proprio mentre stava lavorando,[9] mentre Zaccheo, uno dei principali esattori delle tasse sotto Pilato, era stato convinto da Gesù a pentirsi e abbandonare il proprio lavoro;[10] in diverse occasioni, infine, Gesù parlò male degli esattori,[11] giungendo persino ad accomunarli alle prostitute.[12]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Anthony Gill, Rendering unto Caesar, University of Chicago Press, 1998, ISBN 0-226-29385-8, p. 1 e seguenti; Jerald Finney, God Betrayed, Xulon Press, 2008, ISBN 1-60647-541-X, pp. 169 e seguenti.
  2. ^ David L. Jeffrey, A Dictionary of Biblical Tradition in English literature, Wm. B. Eerdmans Publishing, 1992, ISBN 0-8028-3634-8, p. 659.
  3. ^ a b c Traduzione CEI
  4. ^ A Translation of the Gospel of Thomas
  5. ^ La moneta è stata identificata con un denario di Tiberio, coniato per la prima volta nella zecca di Lugdunum a partire dall'anno 15; si trattava di una moneta che recava il titolo di pontifex maximus, massimo grado della religione romana, assunto da Tiberio proprio nel 15 (Bammel, p. 242-243).
  6. ^ Marshall, I.H. Gospel of Luke: A Commentary on the Greek Text p. 735; Gross, David (ed.) We Won’t Pay!: A Tax Resistance Reader ISBN 1-4348-9825-3 pp. 1-7
  7. ^ Swartley, Willard M. The Christian and the Payment of Taxes Used For War 1980 [1]
  8. ^ Vangelo secondo Luca, 23,2
  9. ^ Vangelo secondo Matteo, 9,9
  10. ^ Vangelo secondo Luca, 19,1-10
  11. ^ Vangelo secondo Matteo, 5,46 e 18,17
  12. ^ Vangelo secondo Matteo, 21,32

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]