Casa Ipat'ev

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Fotografia di Casa Ipatiev scattata nel 1928

Casa Ipat'ev, in russo: Дом Ипатьева? era la casa di Nikolaj Ipat'ev, un mercante di Ekaterinburg, dove l'ex zar Nicola II di Russia e numerosi membri della sua famiglia furono giustiziati a seguito della Rivoluzione Bolscevica. Curiosamente il suo nome è identico a quello del Monastero Ipat'ev a Kostroma, da dove i Romanov salirono al trono.

Negli anni 1880 Ivan Redikortsev, un ufficiale con partecipazioni nell'industria mineraria, commissionò una casa a due piani da costruirsi sul pendio di una collina. La lunghezza della facciata misurava 31 metri. Nel 1898 la villa passò a Šaravev, un commerciante in oro dalla scarsa reputazione. Dieci anni più tardi la casa venne acquistata da Nikolaj Nikolaevič Ipat'ev, un ingegnere militare, che trasformò il piano terra nel suo ufficio. Sembra che sia stato sulla base di informazioni fornite da Pëtr Vojkov, un diplomatico sovietico, che Ipat'ev venne convocato alla fine di aprile del 1918 nell'ufficio del Soviet degli Urali e gli venne ordinato di liberare quella che ben presto sarebbe stata chiamata "La casa dello scopo speciale".

La famiglia Romanov fu trasferita a Casa Ipat'ev il 30 aprile e vi soggiornò 78 giorni. L'Imperatore, la moglie, le loro quattro figlie (Ol'ga, Tat'jana, Marija e Anastasija), il figlio Aleksej, il dottore Eugene Botkin, la cameriera Anna Demidova, il cuoco Ivan Charitonov ed il valletto Aleksej Trupp vennero tutti assassinati da un commando della polizia segreta bolscevica agli ordini del capo della Čeka Jakov Jurovskij tra il 16 ed il 17 luglio 1918. L'aiuto cuoco Leonid Sednev venne fatto allontanare da Casa Ipat'ev alcune ore prima e venne quindi risparmiato dall'esecuzione.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi La fine dei Romanov.

Lo squadrone d'esecuzione comprendeva quattro bolscevichi russi e sette soldati. Questi militari erano ungheresi, prigionieri di guerra che non parlavano russo; in quanto comunisti essi si erano uniti al Primo reggimento fucilieri Kamyshov dell'Armata Rossa. Vennero scelti perché la Čeka locale temeva che dei soldati russi non avrebbero sparato allo Zar ed alla sua famiglia, particolarmente alle figlie. Uno di essi si chiamava Imre Nagy; alcuni ritengono che si trattasse del politico Imre Nagy[1] che in seguito divenne primo ministro dell'Ungheria e che venne giustiziato dall'Armata Rossa dopo il fallimento della rivoluzione antisovietica del 1956. Questa teoria è avvalorata da numerosi storici russi, ma è invece generalmente rifiutata dagli esperti ungheresi. Benché Imre Nagy nel 1918 vivesse in Siberia, il nome è molto comune in Ungheria.[2]

Già nel 1923 fotografie della casa recintata vennero sparse dalla stampa sovietica con la didascalia «l'ultimo palazzo dell'ultimo zar». Nel 1927 la casa venne trasformata in una sede distaccata del museo della rivoluzione negli Urali; divenne poi un istituto agrario prima di cambiare vita nuovamente nel 1938 come museo antireligioso. Durante questo periodo era piuttosto comune che gruppi di apparatčik arrivassero con gite organizzate e posassero davanti al muro danneggiato dai proiettili della cantina dove lo Zar e la sua famiglia vennero uccisi. Nel 1946 il suo controllo venne preso dal partito comunista. Nel 1974 venne formalmente iscritta tra i monumenti storico-rivoluzionari, ma, creando imbarazzo per il governo, essa divenne sempre più una meta di pellegrinaggio per coloro che intendevano onorare la memoria della famiglia reale.

Nel 1978, avvicinandosi il sessantesimo anniversario dell'esecuzione, il Politburo decise di agire, dichiarando che la casa non aveva un'importanza storica sufficiente, e ne ordinò la demolizione. Il compito venne affidato a Boris El'cin, presidente del partito locale, che distrusse la casa nel luglio 1977.[3] In seguito egli scrisse nelle sue memorie, pubblicate nel 1990, che «prima o poi ci vergogneremo di questo atto di barbarie.» Ma, nonostante quest'azione, i pellegrini continuavano ad arrivare, spesso segretamente di notte, lasciando oggetti commemorativi sul luogo. Dopo la caduta dell'Unione Sovietica la Chiesa sul sangue venne costruita sul sito, ora una grande meta di pellegrinaggio.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Elisabeth Heresch. Nikolaus II. Feigheit, Lüge und Verrat, F.A.Herbig Verlagsbuchhandlung, München 1992
  2. ^ A cári család kivégzésének magyar vonatkozásai - A Hét
  3. ^ >Cronologia

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