Basilica di Saccargia

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Coordinate: 40°40′16.28″N 8°41′21.41″E / 40.671189°N 8.689282°E40.671189; 8.689282

Basilica della Santissima Trinità di Saccargia
Facciata
Facciata
Stato Italia Italia
Regione Sardegna
Località Codrongianos
Religione Cristiana cattolica di rito romano
Titolare Santissima Trinità
Diocesi Arcidiocesi di Sassari
Consacrazione 1116
Stile architettonico Romanico
Inizio costruzione XII secolo
Completamento XX secolo
Veduta laterale
Gli affreschi dell'abside

La basilica della Santissima Trinità di Saccargia è una chiesa in stile romanico situata nel territorio del comune di Codrongianos in provincia di Sassari, una delle realizzazioni più importanti di questo stile in Sardegna.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Fu completata nel 1116 sulle rovine di un monastero preesistente per volontà di Costantino I giudice di Torres che, secondo il "Condaghe di Saccargia", durante un viaggio insieme alla moglie Marcusa Lacon de Gunale fu ospitato dai monaci camaldolesi. I due fecero voto alla Madonna, che ivi si venerava, per avere un figlio. Quando nacque il futuro Gonario II di Torres, la coppia donò una nuova chiesa che fu consacrata il 5 ottobre dello stesso anno. Fu affidata ai monaci Camaldolesi che vi fondarono la loro abbazia. In seguito furono eseguiti, da architetti e maestranze di scuola pisana, lavori di ampliamento databili dal 1118 al 1120: l'allungamento dell'aula, l'innalzamento delle pareti, una nuova facciata e la costruzione dell'altissimo campanile. Il portico sulla facciata fu probabilmente aggiunto in seguito, quando la chiesa era già ultimata, ed è attribuito a maestranze lucchesi. Alla fine del XII secolo l'abside centrale fu affrescata da un ignoto artista proveniente dall'Italia centrale, ancora oggi quest'opera può essere considerata l'unico esempio in Sardegna di pittura murale romanica in ottimo stato di conservazione.

Nel 1219 vi si celebrarono le nozze tra Adelasia di Torres ed Ubaldo Visconti. Il suo nome non deriva, come spesso erroneamente riportato, dall'espressione in lingua sarda logudorese "s'acca argia" (la vacca pezzata), ma dal nome medioevale, contenuto in documenti in lingua latina: "Sacraria".[senza fonte]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

L'impianto è una sala unica con transetto sul quale si affacciano tre absidi. La facciata è preceduta da un portico che ha un tetto a capanna intervallato da sette archi a tutto sesto poggianti sui pilastri, al centro sulle bianche colonne ci sono dei capitelli decorati da quattro figure alate da quattro figure mostruose. A nordovest si erge il campanile quadrangolare comunicante all'interno con il transetto. Nella parte posteriore della chiesa si aprono 3 absidi, fra cui il centrale è il più alto e ampio; inoltre quest’ultimo è interamente decorato da un affresco in cui risalta la figura del Cristo in mandorla (poiché ha l’aureola a forma di mandorla). All'interno della chiesa mediante archi a tutto sesto si accede ai due bracci del transetto, dove si aprono 2 cappelle coperte da volte a crociera. La chiesa ha due fasi costruttive: a quella originaria risale il transetto e buona parte dell'aula coperta con tetto ligneo a capriate. I muri sono costruiti utilizzando conci in calcare bianco e basalto nero, secondo la tecnica propria delle maestranze pisane attive nel giudicato turritano alla fine dell'XI secolo. Alla seconda fase invece appartengono la sopraelevazione dell'aula e il suo prolungamento verso occidente, nonché l'attuale facciata, demolita e poi parzialmente ricostruita agli inizi del Novecento.

Nella parte interna dell'abside è conservato in modo completo un ciclo di affreschi (seconda metà XII sec.), che è l'unico superstite in stile romanico della Sardegna. Le pitture occupano il catino con il Cristo in mandorla con serafini, angeli ed arcangeli, mentre il semicilindro absidale è suddiviso in tre fasce: nella prima si allineano la Madonna orante con santi; quella mediana illustra alcune scene della vita di Cristo (Ultima Cena, Bacio di Giuda, Crocifissione, Sepoltura e Discesa agli Inferi); in quella alla base è rappresentato un finto velario[1]. Per quanto riguarda l'attribuzione dei lavori, il Maltese ha affermato che gli affreschi sono ascrivibili ad una mano pisana, influenzata da modi umbro-romani, come già aveva fatto notare da Pietro Toesca nel san Giovanni della Crocifissione, il cui panneggio è bicolore, quasi fosse composto da due drappi distinti. Probabilmente gli affreschi risalgono al ventennio 1180-1200, contemporanei all'ampliamento della chiesa, quando si fece evidente l'influsso architettonico pisano nella nuova facciata e nel portico antistante; importanti sono anche le connessioni con le pitture dell'ex cattedrale di San Pietro a Galtellì, probabilmente realizzate poco dopo gli affreschi di Saccargia, all'inizio del XIII secolo.

Restauri[modifica | modifica wikitesto]

Verso la fine del XIX secolo furono fatti una prima parte di interventi di restauro; a questi fra il 1903 e il 1906 seguirono una serie di interventi di demolizione e ricostruzione della facciata principale, curati dall'architetto Dionigi Scano

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ernst Gombrich - Dizionario della Pittura e dei Pittori - Einaudi Editore (1997)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Coroneo R., Architettura romanica dalla metà del Mille al primo ‘300, Nuoro, 1993 ISBN 88-85098-24-X
  • Sechi A.L., Ritrovare Saccargia Documento grafico storico della basilica romanica "La SS. Trinità" 1953-57, Cagliari, 1992
  • Serra R., Sardegna Romanica, Milano, 1988 ISBN 88-16-60096-9
  • Delogu R., L 'Architettura del Medioevo in Sardegna, Roma, 1953 (ristampa anastatica, Sassari, 1988)

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