Usucapio

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'usucapione nel diritto civile italiano, vedi Usucapione.

L'usucapio (usucapione in italiano) nel diritto romano è un modo di acquisto della proprietà di diritto civile[1] e, secondo la moderna dogmatica, a titolo originario.

Proprio del ius Quiritium, questo istituto fu previsto a partire almeno dalle XII tavole, dove si stabiliva che chi avesse mantenuto l'usus su un bene per un anno se mobile o per due se immobile ne avrebbe acquisito il dominium;[2] è interessante notare come questo periodo coincida con quello dopo il quale cessa l'auctoritas dell'alienante, cioè la garanzia che egli doveva prestare all'acquirente contro l'evizione.[3] In origine, tale modo di acquisto della proprietà doveva essere stato introdotto per evitare che vi potesse essere per molto tempo un'incertezza sulla appartenenza delle res[4] e per sanzionare la riprovevole inerzia del titolare. Tuttavia, già nell'ultimo periodo repubblicano l'interpretatio giurisprudenziale si espresse richiedendo ulteriori requisiti (bona fides e iusta causa), il che rese l'usucapio un meccanismo sanante dei vizi sorti nel trasferimento delle res, piuttosto che un mezzo per salvaguardare la titolarità dei rapporti giuridici.

Beni non usucapibili[modifica | modifica wikitesto]

Invero, fin dai tempi più risalenti, vennero poste delle limitazioni alla possibilità di usucapire un bene. In particolare ne erano escluse:

  • le res furtivae: in virtù di un divieto risalente alle XII tavole, il terzo, seppure di buona fede, e tantomeno il ladro non possono usucapire i beni di provenienza furtiva;[5] in base alla lex Atinia (II sec a.C.), l'alienante della res furtiva è tenuto all'auctoritas sul bene finché esso non ritorna al legittimo proprietario.[6]
  • le res vi possessae: le leggi Plautia e Iulia de vi (I sec. a.C.) stabilirono l'altrettanta impossibilità di usucapire i beni sottratti mediante atti di violenza.
  • le res extra commercium.
  • le res incorporales, fatta eccezione per l'hereditas.[7]
  • le res mancipi alienate da una donna sotto la tutela degli agnati e senza l'assistenza del tutore.[8]
  • gli uomini liberi.[9]

Requisiti per l'usucapione classico[modifica | modifica wikitesto]

Come si è già accennato, perché si ottenga l'usucapione durante il periodo classico occorrono:

  • Res habilis: il bene non deve rientrare tra gli anzidetti non usucapibili.
  • Titulus (o iusta causa): si tratta di un titolo, spesso coincidente con la iusta causa traditionis, idoneo a giustificare il possesso del bene.
  • Fides: la buona fede, in quanto il possessore deve ignorare di non essere legittimato ad vere presso di sé il bene (mala fides superveniens non nocet).
  • Possessio, che dev'essere proprio nomine.
  • Tempus: un anno per i mobili e due per gli immobili.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gaio, Istituzioni, II, 65.
  2. ^ Gaio, Istituzioni, II, 42.
  3. ^ Cicerone, Topica, 23.
  4. ^ Gaio, Istituzioni, II, 44.
  5. ^ Gaio, Istituzioni, II, 45.
  6. ^ Gellio, Notti Attiche, XVII, 7, 1 = Digesto, XLI, 3, 4, 6.
  7. ^ Gaio, Istituzioni, II, 52 sgg.
  8. ^ Gaio, Istituzioni, II, 47.
  9. ^ Gaio, Istituzioni, II, 48.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Pugliese (con la collaborazione di Francesco Sitzia e Letizia Vacca), Istituzioni di diritto romano. Sintesi, Torino, G. Giappichelli Editore, 1998, ISBN 9788834871775.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]