Ulrike Meinhof

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« Spegnete la luce pensava Ulrike / che la foresta più nera è vicina,

ma oggi la luna ha una faccia da strega / e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina. »

(da Incubo numero zero di Claudio Lolli)
Ulrike Meinhof nel 1964, quand'era una giovane giornalista

Ulrike Marie Meinhof (Oldenburg, 7 ottobre 1934Stoccarda, 9 maggio 1976) è stata una giornalista, terrorista e rivoluzionaria tedesca, cofondatrice del gruppo armato tedesco-occidentale di estrema sinistra Rote Armee Fraktion, meglio noto come "R.A.F." e conosciuto dalla stampa anche come Banda Baader-Meinhof.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio fu giornalista militante della sinistra radicale tedesco-occidentale. Ebbe numerosi e fervidi contatti con membri dell'intellighenzia letteraria tedesca: Heinrich Böll - che scrisse un articolo su di lei[1] - Hans Mayer e Marcel Reich-Ranicki. Fu coinvolta anche nel movimento anti-nucleare e fu editrice del giornale radicale konkret.

Nel 1961 sposò Klaus Rainer Röhl, un militante comunista, dal quale ebbe due figlie, le gemelle Bettina e Regine. Nel 1968 divorziò dal marito, e aumentò il proprio impegno politico, venendo coinvolta in gruppi estremisti con base a Berlino Ovest, e maturando un senso sempre maggiore di frustrazione per l'inerzia e la poca forza ribelle dei gruppi radicali e della sinistra. Il 14 maggio 1970 aiutò il terrorista e rapinatore Andreas Baader a evadere dalla prigione. Questa azione venne considerata la sua prima azione e l'inizio della Rote Armee Fraktion (RAF).

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Rote Armee Fraktion.

Dopo la evasione di Baader, Ulrike Meinhof si diede alla clandestinità, insieme ad altri estremisti, dando vita al gruppo che venne ribattezzato come "Banda Baader-Meinhof" dalla stampa tedesca. Le figlie della Meinhof vennero condotte in Sicilia, dove vissero per quattro mesi in una baracca nella Valle del Belice, con alcuni hippies tedeschi, fino a quando Stefan Austs, amico del padre, riuscì a raggiungerle e a riconsegnarle al padre in Germania, poche ore prima che le bimbe venissero trasferite in un campo di guerriglieri del medio oriente.[2]

Unita al gruppo di fuoco della RAF, Ulrike trascorse un periodo in Giordania per essere addestrata all'uso delle armi. Dopo il rientro in Patria, il gruppo effettuò furti e attentati a impianti industriali e basi militari USA, nei quali rimasero uccise varie persone. Durante la clandestinità Ulrike Meinhof elaborò ciò che divenne il documento programmatico della RAF: ella infatti scrisse molti dei trattati e dei manifesti che il gruppo produsse, incluso quello sul concetto di guerriglia urbana, descrivendo quello che chiamava sfruttamento dell'uomo comune da parte dell'imperialismo dei sistemi capitalisti.

(DE)

« Wirft man einen Stein, so ist das eine strafbare Handlung. Werden tausend Steine geworfen, ist das eine politische Aktion. Zündet man ein Auto an, ist das eine strafbare Handlung, werden hundert Autos angezündet, ist das eine politische Aktion. Protest ist, wenn ich sage, das und das paßt mir nicht. Widerstand ist, wenn ich dafür sorge, daß das, was mir nicht paßt, nicht länger geschieht »

(IT)

« Se uno lancia un sasso, il fatto costituisce reato. Se vengono lanciati mille sassi, diventa un’azione politica. Se si dà fuoco a una macchina, il fatto costituisce reato. Se invece si bruciano centinaia di macchine, diventa un’azione politica. La protesta è quando dico che una cosa non mi sta bene. Resistenza è quando faccio in modo che quello che adesso non mi piace non succeda più. »

(Ulrike Marie Meinhof)

Detenzione e morte[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 giugno 1972 venne catturata a Langenhagen, nelle vicinanze di Hannover, e il 29 novembre 1974 fu condannata a 8 anni di prigione per l'attentato con esplosivo alla casa madre della casa editrice Axel Springer Verlag, avvenuto ad Amburgo nel 1972, e che causò il ferimento di 17 persone. Rinchiusa in cella d'isolamento e sempre più disprezzata dal resto dei membri della banda, Ulrike Meinhof venne rinvenuta cadavere il 9 maggio 1976, impiccata alle sbarre della finestra della sua cella. Aveva in corso un altro processo in cui rischiava l'ergastolo.

Le autorità carcerarie affermarono che si fosse suicidata, ma all'autopsia ufficiale non furono ammessi testimoni e la commissione indipendente che eseguì la seconda autopsia poté solo appurare che la morte sopraggiunse effettivamente per impiccagione o strangolamento, per effetto apparente di soffocamento (tuttavia mancavano alcuni segni tipici della morte per impiccagione, come la cianosi e i segni di tumefazione dovuti alla corda sul collo) e non di rottura delle vertebre cervicali. I membri della RAF sostennero tuttavia che fosse stata uccisa, senza portare però alcuna prova. L'anno successivo, il 18 ottobre 1977, ebbero lo stesso destino alcuni suoi compagni tra cui Andreas Baader. Anche la Commissione d'inchiesta internazionale, composta di vari esperti, sostenne inizialmente la tesi dell'omicidio, portando anche alcuni dati medici che facevano pensare ad atti di violenza subiti. Rilevò inoltre che i segni clinici post-mortem rivelavano piuttosto un decesso per compressione del nervo vago, ossia per pressione sulla carotide che può provocare un arresto cardiaco riflesso, che porta direttamente alla morte senza anossia. L'analisi dei vestiti e del corpo della Meinhof rivelò anche possibili segni di violenza sessuale come ecchimosi ed escoriazioni, anche se non fu possibile affermarlo con certezza.[3] Alla fine, però, tutti i rapporti archiviarono il caso come suicidio:

« La posizione del corpo appeso alla cella, la disposizione e la lunghezza del mezzo servito all’impiccagione, nonché l’analisi degli elementi rilevati sul luogo e dei risultati medici dell’autopsia, corrispondono inequivocabilmente ad una impiccagione che si è svolta nel seguente modo: la signora Meinhof è salita sulla sedia che aveva disposto sotto la finestra su un materasso; ha fatto passare la striscia ritagliata dall’asciugamano attraverso le maglie del reticolato della finestra, poi, dopo essersi addossata al muro sotto la finestra, ha annodato due volte la striscia sotto al mento e ha lasciato la sedia, facendo un passo nel vuoto. Pendendo liberamente al reticolato della finestra, ha presto perso conoscenza ed è morta per asfissia.[3] »
La tomba di Ulrike Meinhof

Il cervello di Ulrike fu trafugato dal neuropatologo Jürgen Pfeiffer e inviato all'Istituto di psichiatria e medicina psicosomatica dell'Università di Magdeburgo, dove fu analizzato dallo scienziato Bernhard Bogerts, il quale ipotizzò un evidente stato di pazzia, dovuto a un fallito intervento chirurgico al cervello per l'asportazione di un tumore benigno, subito dalla Meinhof nel 1962.[4]

Il referto del professore Bogerts, venne tenuto segreto perché implicitamente contestava la legittimità della condanna subita dalla Meinhof, a causa della sua presumibile incapacità di intendere e volere.[5]

Dopo lunghe indagini, la figlia Bettina ha scoperto che il cervello della madre era da 25 anni giacente nel magazzino dell'università di Magdeburgo e ne ha pretesa la ricongiunzione con i resti sepolti nel cimitero evangelico di Mariendorf, avvenuta il 19 dicembre 2002.[6]

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Heinrich Böll, Will Ulrike Gnade oder freies Geleit?, Der Spiegel, 10 gennaio 1972
  2. ^ Paolo Valentino, Bettina, un incubo per il ministro, Corriere della Sera, 10 gennaio 2001, pag.12
  3. ^ a b 9 maggio. Ulrike Meinhof. Rapporto della commissione internazionale d’inchiesta sulla sua morte
  4. ^ Paolo Valentino, Il giallo del cervello rubato di Ulrike Meinhof, Corriere della Sera, 10 novembre 2002, pag.15
  5. ^ Jürgen Dahlkamp, Das Gehirn des Terrors, Spiegel Online, 8 novembre 2002 [1]
  6. ^ Jürgen Dahlkamp, Gehirn von Ulrike Meinhof in aller Stille beigesetzt, Spiegel Online, 20 dicembre 2002 [2]
  7. ^ Intervista a Demetrio Stratos del 1974 [3]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alois Prinz, Disoccupate le strade dai sogni. La vita di Ulrike Meinhof, Marotta, 2007
  • Agnese Grieco, Anatomia di una rivolta. Andreas Baader, Ulrike Meinhof, Gudrun Ensslin. Un racconto a più voci, Il Saggiatore, 2010

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