Silvestro Lega

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Silvestro Lega, Autoritratto (1853 circa); olio su tavola, 12×9,5 cm, galleria degli Uffizi, Firenze

Silvestro Lega (Modigliana, 8 dicembre 1826Firenze, 21 novembre 1895) è stato un pittore italiano. È considerato, insieme a Giovanni Fattori e a Telemaco Signorini, fra i maggiori esponenti del movimento dei macchiaioli.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Formazione[modifica | modifica wikitesto]

Silvestro Lega nacque l'8 dicembre 1826 a Modigliana, paese della Romagna toscana, da Antonio e Giacoma Mancini. Antonio sposò Giacoma in seconde nozze il 18 giugno 1820, essendo la prima moglie Domenica Nediani morta di parto nel 1812, dopo aver dato alla luce nove figli in dodici anni. Nonostante il trapasso della prima consorte, Antonio continuò ad intrattenere ottimi rapporti con la nobile ed abbiente famiglia di lei, consacrando così l'affermazione sociale propria e della famiglia, che nel 1818 risultava intestataria di vari mulini e particolarmente attiva nell'artigianato tessile e nell'agricoltura. Più modesta era invece l'estrazione sociale di Giacoma Mancini, già serva in casa Lega. Era una donna umile ma di grande intelligenza, tanto che lo stesso figlio l'avrebbe ricordata in questi termini: «Mia madre era amantissima dell'istruzione e della buona educazione della propria famiglia. Fino dai primi anni fummo collocati sotto la tutela degli Scolopi».[1]

Ci sono rimaste scarsissime notizie della fanciullezza di Silvestro Lega, in ogni trascorsa sicuramente in seno alla numerosa famiglia e ai diversi fratelli maggiori. Nel 1838 si iscrisse degli Scolopi di Modigliana, studiando svogliatamente e senza una piena adesione: fu proprio in quegli anni, tuttavia, che esplose precoce e irrefrenabile la sua vocazione pittorica.[1] Lo stesso Lega avrebbe poi affermato:

« Scarabocchiando sempre nei muri, o scartafacci, mi si dava a credere che io avessi genio p[er] la Pittura. Arrivai a un punto che ci credetti sul serio e costrinsi mio padre a strascinarmi a Firenze. Ottenni questo bel beneficio »

(Silvestro Lega[1])

Compiuti nel 1843 i diciassette anni Lega si trasferì a Firenze, attratto dalla prospettiva di studiare in una città di grande interesse artistico e di sottrarsi a un ambiente familiare che soffriva pressanti ristrettezze economiche. Giunto nella città fiorentina all'inizio della primavera del 1843, si insediò nella casa sul Lungarno del fratellastro Giovanni, mediocre copista dei maestri antichi che - in virtù del suo status di «pittore ufficiale» - nel 1845 arrivò persino ad essere menzionato nella Nuova guida storico-artistica di Firenze, al fianco di nomi certamente più illustri, come quelli di Carlo Ademollo, Pietro Benvenuti, Giuseppe Bezzuoli, Tommaso Gazzarrini, Adolf von Stürler e Luigi Mussini.[1]

Iscrittosi all'Accademia di Belle Arti di Firenze il 30 maggio 1845, il Lega vi compiette un brillante ciclo di studi, nonostante gli venisse offerto un insegnamento non eccellente (Benedetto Servolini e Gazzarrini). Arrivò egli stesso a riconoscere che non si accostava più all'arte con spirito da dilettante, bensì con la consapevolezza di conoscere le regole necessarie per applicarla: «sebbene ragazzo capii subito, che dallo scarabocchiare sui muri a disegnare un profilo era molto differente». Dopo questo salto di qualità arrivò tuttavia a ritenere la tradizione accademica del tempo sterile e mortificante: dopo aver maturato questo pensiero arrivò ad abbandonare i corsi dell'Accademia e, contestualmente, a lasciare la casa del fratello, con il quale non aveva mai d'altronde mantenuto buoni rapporti.[1]

Esordi[modifica | modifica wikitesto]

Fotografia di Silvestro Lega

Fu così che nel 1845 o forse nel 1846 Lega passò alla scuola privata del purista Luigi Mussini, in seno alla quale eseguì, come saggio di secondo anno, La musica sacra: fu una tela particolarmente apprezzata, specialmente da coloro che volevano recuperare la pittura quattrocentesca e del primo Cinquecento. Nel frattempo, il fermento rivoluzionario che andava crescendo in Toscana dopo l'ascesa al soglio pontificio di Pio IX colse anche il Lega che, con entusiasmo e allegria giovanili, si arruolò volontario. Il suo coinvolgimento nelle vicende belliche risorgimentali segnò una battuta d'arresto della sua carriera da pittore che, comunque, riprese a coltivare con assiduità dopo il ritorno dal fronte. Dopo il «generoso e poetico movimento del '48», fallito «nei vortici sollevati dalle sette e dagli arruffapopoli audaci e ambiziosi», Lega passò nello studio di Antonio Ciseri, insegnante oggetto della sua più grande venerazione («questo nuovo maestro m'inebriò»). Finite le campagne militari iniziò anche a frequentare i turbolenti incontri del caffè Michelangelo, noto ritrovo di artisti e patrioti. Ben presto, tuttavia, Lega si allontanò dal cenacolo degli artisti che si riuniva in quel posto, siccome riteneva inappropriato sia il loro atteggiamento goliardico che le loro rivendicazioni di libertà creative, ritenute dall'artista eccessivamente astratte e, pertanto, inutili.[1] Telemaco Signorini ci dà un'immagine assai vivida dell'idiosincrasia che Lega provava per quel contesto:

« La sua serietà non gli faceva ammettere gli scherzi di nessun genere, tanto che non fu possibile di portarlo quasi mai al nostro Caffè Michelangelo, in quell'agape fraterna di bohémiens […]; che là non voleva farci il buffone, come sempre ci rimproverava di farci noi ogni sera, colle nostre eterne burle e chiassate »

(Telemaco Signorini[1])

A questi anni risale anche il primo dipinto significativo di Lega, L'incredulità di san Tommaso. La frizione con il «movimento della macchia» del caffè Michelangelo, tuttavia, gli procurò un grande disagio creativo, a tal punto che affermò: «Allora praticavo artisti che viaggiavano; vedevo in loro più idee nuove, di quelle che non avevo io. Mi pareva d'esser vecchio senza anni». Complice la lontananza del Ciseri e l'irrisolto confronto con i macchiaioli, Lega si trasferì a Modigliana, dove operò in completa solitudine eseguendo «molti ritratti» che «sebbene non primi mi aprirono la mente, mi fecero più sicuro delle idee nuove». A questi anni risalgono il Ritratto del fratello Ettore fanciullo e la commissione di quattro lunette per il sacello della chiesa della Madonna del Cantone, sempre a Modigliana.[1]

Maturità[modifica | modifica wikitesto]

Attivo nella seconda guerra d'indipendenza nell'aprile del 1859 in qualità di artigliere, dopo esser rientrato a Firenze Lega iniziò a mostrarsi più amichevole verso i giovani colleghi del caffè Michelangelo, e prese persino a partecipare ai loro festosi incontri. Questa ritrovata disinvoltura corrispose a un nuovo salto di qualità nella sua arte. Testimonianza di questo nuovo vigore pittorico sono le quattro tele raffiguranti episodi militari del Risorgimento che Lega eseguì per il concorso bandito dal Ricasoli sulla fine del 1859. Il primo quadro fruttò una cospicua somma in denaro al Lega che, pertanto, poté trovarsi una nuova sistemazione in via Santa Caterina, in un quartiere dove vivevano numerosi altri artisti, come Giovanni Fattori. Sono tuttavia gli altri tre quadri della serie - nella fattispecie il Ritorno di bersaglieri italiani da una ricognizione, la perduta Ricognizione di cacciatori nelle Alpi e Un'imboscata di bersaglieri italiani in Lombardia - ad essere i più esemplificativi dell'indipendenza creativa appena conquistata dal Lega, che qui per la prima volta dà prova di un grande equilibrio compositivo, il «distacco assoluto dalle diverse scuole avute». Riferendosi all'Imboscata, egli stesso avrebbe riconosciuto che «lì ero io; che cominciava a fare come sentiva, come voleva e come sapeva».[1]

Silvestro Lega, Il canto dello stornello (1867); olio su tela, 158×98 cm, Galleria d’Arte Moderna, Palazzo Pitti, Firenze

Questo fu uno dei periodi più felici per l'artista, che proprio in quegli anni aveva scoperto le bellezze della pittura en plein air, che attese con la massima diligenza. Questa ritrovata serenità fu dovuta anche a motivi d'ordine personale: fu infatti proprio durante una sessione di pittura all'aperto, presso «gli orti e le case coloniche di quella campagna umile e modesta che fiancheggiava l'Arno, detta Pargentina», che Lega si imbatté con la famiglia Batelli, con la quale stabilì un'intesa immediata. I Batelli, in effetti, furono ben felici di accogliere Lega presso la loro dimora dopo che quest'ultimo iniziò a patire progressive incertezze economiche. Lega, in particolare, si invaghì perdutamente di Virginia, donna ventiseienne che era andata ad abitare con i genitori dopo la sfortunata vicenda matrimoniale con un tal Giuseppe Puccinelli, dal quale si era appena separata. La simpatia con Virginia si trasformò ben presto in intimità, e i due intrecciarono una relazione sentimentale che non mancò di essere approvata dai vari esponenti della famiglia Batelli.[1] Dopo il fidanzamento con Virginia Lega, animato da uno straordinario vigore creativo, lavorò alacremente e produsse una notevole mole di dipinti. Speciale menzione meritano L'elemosina, La nonna, L'indovina, La ucitrice, La lettrice, Gli sposi novelli, La curiosità e, soprattutto, Il canto dello stornello, La visita, e Il pergolato. La quiete domestica su cui Lega aveva instaurato il proprio regime di vita quotidiana, tuttavia, si frantumò a partire dagli anni trenta, allorché lo colpirono i primi lutti famigliari: la morte del fratello Dante e, soprattutto, dell'amata Virginia, stroncata dalla tisi nel giugno del 1870. Da allora in poi Lega, benché seguitasse a lavorare alacremente, vincendo persino la medaglia d'argento all'Esposizione nazionale di Parma del 1870, fu funestato da una profonda prostrazione. Fu l'inizio di una grave crisi che, resa ancora più penetrante dopo le critiche che l'amico Telemaco Signorini sferzò contro la sua pittura, toccò il suo culmine con l'insorgere di una grave malattia agli occhi che a lungo andare gli avrebbe impedito di dipingere.[1]

Silvestro Lega, Il pittore Tommasi che dipinge (1867); olio su tavola, 37×27 cm

Lega, tuttavia, riuscì a lasciarsi dietro questa profonda crisi interiore e a ritrovare la serenità, anche grazie alle affettuose premure degli amici (in particolare Martelli e Matilde Gioli). Dopo aver finalmente voltato pagina Lega ritornò ad essere particolarmente attivo, sia dal punto di vista sociale che sotto il profilo artistico. Espose, infatti, nello studio Gioli di via Orti Oricellari (1879) e all'Esposizione internazionale della Società Donatello (primavera del 1880). Si occupò, inoltre, di recuperare vecchie amicizie, e di intrecciarne di nuove: speciale menzione merita il sodalizio con il pittore svizzero Arnold Böcklin, da lui omaggiato con un ritratto. Sempre in questi anni, inoltre, Lega si recò assiduamente a Gabbro, nell'entroterra livornese, dove «ebbe la fortuna di conoscere il Conte Roselmini Odoardo che con sua signora abitava, quasi costantemente, la bella villa di Poggiopiano; e fu questa occasione che gli permise, negli ultimi anni di fermarsi a lungo in questo paese, bellissimo e forte». La padrona di questa villa, Clementina Fiorini, era una donna energica e operosa che apprezzava molto l'attitudine «randagia e brontolona» di Lega. Potendo contare su quest'amicizia, Lega aveva la sicurezza di non essere dimenticato né solo, e trascorse pertanto un'anzianità serena e dignitosa. Morì, infine, il 21 settembre 1895 nell'ospedale di San Giovanni di Dio, a Firenze:

« "Chi è quest'oscuro?" domanderanno "Egli è di quelli che vissero di pensiero, che al pensiero accoppiarono l'azione ed a questa congiunsero la coscienza intemerata e l'affetto costante; che vissero poveri e che morirono all'ospedale" »

(Martelli, Corriere italiano, necrologio[1])

Stile[modifica | modifica wikitesto]

Silvestro Lega, Il pergolato (o Un dopo pranzo), 1868. Olio su tela, 75×93,5 cm, pinacoteca di Brera, Milano

Pur risentendo inizialmente della maniera dei suoi maestri, quando Lega si unì al gruppo dei Macchiaioli si era già emancipato dalla disciplina accademica e dai soggetti storici di stampo neoclassico da essa privilegiati, e iniziò pertanto a produrre opere caratterizzate da un disegno nitido e preciso, un apparato cromatico limpido e puro e da composizioni geometricamente chiare e definite.

L'evoluzione dello stile artistico di Lega, tuttavia, è caratterizzata da uno sviluppo notevolmente lento. Inizialmente si inserì nella tradizione purista, occupandosi prevalentemente di «osservare il vero con più semplicità e con un maggior senso della realtà, apprendendo non solo a esercitarsi in una tecnica disegnativa sicura e sciolta, ma anche a organizzare il quadro in tutte quelle componenti tramite le quali il soggetto assume la verità di una narrazione». Dopo l'esperienza militare del 1848 iniziò a prediligere soggetti tratti dalla vita militare: la sua conversione alla pittura macchiaiola avverrà solo nel 1861, quando si orientò verso la ricerca di uno stile di 'impressione' basato sull'impiego di macchie di colore e di volumi definiti con il contrasto tra luci e ombre. Egli, tuttavia, si distinse dagli altri macchiaioli per la sua maniera pacata, così detta perché pervasa da un sentimento soave e tranquillo e da una poetica di sereni sentimenti quotidiani. Molti dei quadri di Lega, infatti, si occupano di descrivere con un'ingenuità primitiva e delicata e con grande lirismo poetico l'intimità di situazioni quotidiane generalmente ritenute insignificanti (le contrade suburbane di Firenze immerse dal sole, un interno domestico ...). Ed è proprio impegnandosi nei temi di soggetto quotidiano che Lega ci traduce in immagini i travagli sofferti nell'Ottocento dall'Italia, paese ancora sostanzialmente rurale che si apprestava timorosamente ad accogliere i fermenti dell'industrializzazione.[2]

A questa fase pacata, in cui il mondo è visto ottimisticamente, segue, specchio delle difficoltà della sua esistenza, una fase concitata, più veemente e drammatica, dove «la pennellata si frange, si strappa, diventa sempre più febbrile e fremente, così da sembrare a volte malcerta e tremante [...] i contorni grafici si sfrangono; la materia cromatica straripa» (Tinti).[3] Generalmente, questa fase artistica leghiana è contraddistinta da «contrasti più accentuati di luce e ombra, presentazione più rapida e sintetica delle immagini, espressione più diretta e immediata di stati d'animo» (Treccani).[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Matteo Lafranconi, LEGA, Silvestro, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 64, Roma, Treccani, 2005, SBN IT\ICCU\IEI\0233783.
  • Mario Tinti, LEGA, Silvestro, in Enciclopedia Italiana, Roma, Treccani, 1933.
  • Léga, Silvestro, in Enciclopedie on line, Treccani. URL consultato il 29 dicembre 2016.
  • Giorgio Cricco, Francesco Di Teodoro, Il Cricco Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Dal Barocco al Postimpressionismo, Versione gialla, Bologna, Zanichelli, 2012.

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