Rosa fresca aulentissima

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Rosa fresca aulentissima è un componimento poetico di Cielo d'Alcamo, uno degli esponenti più rappresentativi della poesia popolare giullaresca della scuola siciliana, scritto nella prima metà del XIII secolo.

Cielo d'Alcamo scrisse il Contrasto, unica opera pervenutaci, in volgare a base siciliana ma con evidenti influenze continentali, a partire dal titolo Rosa fresca aulentissima, vero esempio di mimo giullaresco, destinato alla rappresentazione scenica.

Lingua e stile[modifica | modifica wikitesto]

Il linguaggio è in sostanza una versione parodica della lingua letteraria dei Siciliani, i poeti della Magna Curia di Federico II, di cui Cielo evidenzia una conoscenza molto approfondita: la sua erudizione non comune, si prende volentieri gioco dei topoi e degli stilemi della poesia cortese.

Datazione[modifica | modifica wikitesto]

La data di composizione deve certamente essere posta tra il 1231 e il 1250, nel periodo che va dalla promulgazione delle Costituzioni Melfitane all'anno di morte di Federico II [1]. Questa data si desume dai riferimenti fatti nei versi 21-25 di Rosa fresca aulentissima:

"Se i tuoi parenti trova[n]mi,       e che mi pozzon fare?
Una difensa mèt[t]oci       di dumili' agostari;
non mi toc[c]ara pàdreto       per quanto avere ha 'n Bari.
Viva lo 'mperadore, graz[i'] a Deo!
intendi, bella, quel che ti dico io?"

Il riferimento agli "agostari" permette una datazione congetturale; si parla infatti di una multa altissima che Federico II aveva emesso in favore dei nobili. La "difensa", o "defensa", a protezione dell'aggressore con le Costituzioni Melfitane del 1231, grazie alla quale, uno stupratore che avesse pagato sul momento una grossa somma di denaro e avesse gridato "viva l'imperatore" non poteva essere né accusato di stupro né tanto meno aggredito, pena per gli eventuali aggressori l'impiccagione sul posto. Quindi il contrasto era una forma di protesta a questa legge sopracitata.

Rapporti col mondo cortese[modifica | modifica wikitesto]

Il contrasto nell'insieme riprende il genere cortese della pastorella (dialogo tra un signore innamorato e una pastorella). Si coglie l'eco più o meno diretta di molti altri testi cortesi dell'epoca, incluso probabilmente il Roman de la Rose, vera e propria bibbia dell'amor cortese. Rosa fresca aulentissima è dunque l'opera di uno scrittore tutt'altro che incolto e dotato di notevoli qualità artistiche.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Pur essendosi ingannato sull'origine popolare, Francesco De Sanctis fu uno dei primi a vedere in questo componimento una freschezza e originalità non comuni, sia nell'uso del dialetto che nell'erotismo astratto da qualsiasi convenzione feudale. Il tutto si unisce a un raro talento comico che avvicina Cielo alla tradizione giullaresca e alla poesia satirica toscana degli anni immediatamente successivi, ma lo rende anche più vicino alla poesia moderna.

Il contenuto del componimento è quello tipico nella rimeria giullaresca: si tratta di un dialogo tra una ragazza del popolo e un giullare sfacciato che le offre con enfasi il suo amore, a tratti con parole svenevoli, a tratti con parole da trivio. La ragazza dapprima rifiuta motteggiando e infine finisce con il capitolare.

Si tratta evidentemente di un mimo giullaresco, secondo alcuni destinato ad essere recitato e accompagnato dalla musica, dove la rappresentazione dei caratteri è arguta e pur essendo comica non è caricaturale. Essa si pone in controcorrente con la poesia siciliana della Magna Curia, che aveva bandito proprio i giullari da tutto il regno, staccando da quel momento poesia alta italiana dall'accompagnamento musicale.

Analisi del testo[modifica | modifica wikitesto]

Il testo è formato da 32 strofe di cinque versi, di tre alessandrini monorimi con primo emistichio sdrucciolo e secondo emistichio piano, seguiti da un distico di endecasillabi a rima baciata [2], per uno schema AAA BB.

Il dialogo ha come protagonisti un uomo innamorato e la donna da lui corteggiata, che prima rifiuta sprezzantemente l'amante per poi infine cedersi alle sue lusinghe. Sia dal punto di vista stilistico che tematico, il Contrasto offre una vera e propria parodia della tradizione provenzale: all'elegante ed altisonante linguaggio dei trovatori vengono alternati tratti dialettali e popolareschi, ed all'idealizzazione lirica dell'erotismo, propria del trobar clus, vengono messi in relazione maliziosi realismi popolareschi.

Nella prima strofa l'amante si rivolge alla sua donna con un linguaggio aulico e formale, chiamandola “rosa fresca aulentissima”, intendendo per rosa la metafora della femminilità e dell'amore, che tutte le donne desiderano, e “madonna mia”, con netto richiamo alla connotazione religiosa dell'esperienza amorosa propria della tradizione provenzale; agli eleganti versi della strofa fa da contrasto solo il terzo, “ tragemi d'este focora, se t'este a bolontate”, chiaro esempio di lingua siciliana non illustre, come messo in evidenzia anche da Dante nel suo De vulgari eloquentia.

A quanto detto dall'amante, la donna risponde con toni altezzosi e superbi, e per esprimere il proprio rifiuto dice che, piuttosto che concedersi alle sue attenzioni, preferirebbe tagliarsi i capelli, e cioè diventare monaca (adynaton al v. 10).

Nella strofa che segue l'innamorato continua colle sue lusinghe e adulazioni, a cui fa da contrapposto con la esplicita richiesta che la donna s'unisca in amore con lui (al v. 15). Quindi, nella quarta strofa, anche l'amata porta avanti il suo fermo ed imperturbabile rifiuto, intimando all'uomo di andarsene per il possibile arrivo dei suoi parenti (vv. 17-18).

Nella quinta strofa l'innamorato si difende dicendo che, pure nel caso i parenti di lei lo aggredissero, potrebbe assegnar loro una multa di duemila augustali; in forza alla Costituzioni di Melfi costituite da Federico II, infatti, all'aggredito veniva concesso fare il nome dell'imperatore e stabilire una multa per il suo aggressore. Abbiamo qui un chiaro richiamo alla politica dell'imperatore, esaltata al v. 24 con una vera e propria esclamazione: “ Viva lo ‘mperatore, graz a Deo!” Infine l'amante comincia a passar ad un tono anch'esso arrogante, rivolgendosi alla sua donna con “bella”, anziché con “rosa” o “madonna”, come aveva fatto nella prima strofa.

Ma all'allusione del costo della multa, la donna non si spaurisce vantando le proprie ricchezze nella strofa seguente, e confermando quindi il suo rifiuto.

Allora l'innamorato le si rivolge borioso e sfrontato, asserendo che le donne, seppur testarde, vengono alla fine convinte dalle parole persuadenti dell'amante, e ch'esse, per natura, non possono fare a meno di un uomo che le domini. Quindi, con toni puramente provocatori, intimidisce la donna che non si debba un giorno pentire del suo rifiuto. È in questa settima strofa che viene messo in luce il massimo contrasto del brano: i toni eleganti e gentili dei primi versi vengono ora soppiantati da un linguaggio volgare e plebeo, dai toni sfacciati e villani.

Ma la donna insiste nel suo rigetto e fa ancora una volta ricorso all'adynaton (davanti foss'io aucisa, v. 36) per esprimerlo e dimostrare che, su di lei, le sue lusinghe non fanno effetto. Quindi però l'amata, come primo segno di cedimento, dice che, se cedesse, tutte le donne risentirebbero in fama e credibilità per il suo comportamento.

Nelle strofe che seguono l'innamorato riprende, dunque, a farle la corte, ricominciando a chiamarla “rosa invidiata” (v. 44) e, ad una vera e propria richiesta di dichiarazione della donna, che, ormai sul punto di cedere definitivamente, al v. 60 gli dice che potrebbe trovare una donna più bella di lei, risponde, naturalmente, che donna più bella di lei i suoi occhi non l'hanno vista mai.

A seguire avviene il primo esplicito cedimento della donna che, “dato il fatto che l'innamorato s'è dato tanta pena per lei”, dice che “obbedirà ai suoi desideri” (v. 70), purché e dopo che – beninteso - lui la chieda in sposa al padre e alla madre e quindi, attraverso le vie ufficiali, la sposi pubblicamente in chiesa.

Ma le condizioni della donna son destinate a rimandarsi: l'innamorato, difatti, dice di non voler assolutamente andare via prima ch'ella compia il suo desiderio (“arcompli mi' talento”, v. 144), altrimenti sarà lei stessa a sgozzarlo (adynaton al v. 142).

Nella terz'ultima strofa, quindi, la donna dice di comprendere il suo dolore (“Ben sazzo l'arma doleti”, v. 146), per questa ragione riduce le sue richieste ad una soltanto: non importa che la sposi prima; perché gli si conceda basta che l'amante giuri sul Vangelo. E lui l'accontenta, dicendo che si trova il libro sacro proprio in tasca, dopo averlo rubato in chiesa, approfittando dell'assenza del prete; quindi giura, tenendo, buffonamente, sempre il libro in tasca e quindi non facendolo vedere (vv. 151 – 155). Ma alla donna non sembra importare del dettaglio, in realtà tutt'altro che insignificante, e quindi, convinta dal giuramento dell'uomo, fatto - si noti bene - su un libro esplicitamente rubato in un posto sacro, si dichiara sua disposta e lo invita ad unirsi in amore con lei, dato che questo “è il loro destino” (v. 160).

La poesia di Cielo d'Alcamo rappresenta un chiaro capovolgimento dei canoni propri della poesia provenzale: come su visto, infatti, il poeta, che si personifica nell'io lirico parlante, si esprime dapprima con un termini ed espressioni molto altisonanti, tipici provenzali, per poi passare, a poco a poco, ad un linguaggio sempre più umile e basso; tale passaggio va in concomitanza con il cedersi della donna, che dapprima rifiuta fermamente, poi si offre addirittura spontaneamente.

Evidente dunque anche il capovolgimento parodico della tradizione cortese, che interdiva alla donna d'offrire le proprie grazie all'uomo se questi non fosse animato da sentimenti puramente gentili e cortesi. Il testo presenta, di conseguenza, diversi punti in contatto con la produzione giullaresca, distaccandosi, al tempo stesso, nettamente dalla tradizione dei poeti Siciliani, che tendono ad una visione più astratta e rarefatta dell'amore, qui invece vicinissimo alla concretezza delle situazioni reali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Antonino Pagliaro, Il contrasto di Cielo d'Alcamo e poesia popolare, 1953, Palermo, Mori e C.
  • Nicolò Mineo, Il "contrasto" di Cielo d'Alcamo tra ritualìtà e realismo, in "La rassegna della letteratura italiana", s. VIII, XCV11 (1993), n. 3, settembre dicembre
  • Francesco A. Ugolini, Problemi della "Scuola poetica siciliana". Nuove ricerche sul "Contrasto di Cielo d'Alcamo", in Giornale storico della Letteratura Italiana, vol. CXV (1940), fasc. 3, pp. 1–28.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]