Regolamento parlamentare (ordinamento italiano)

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Il regolamento parlamentare, ai sensi degli artt. 64 e 72 della Costituzione, è l'atto che disciplina l'organizzazione e il funzionamento di ciascuna delle due Camere del Parlamento italiano (Camera dei deputati e Senato della Repubblica). I regolamenti parlamentari sono stati varati nel 1971 e modificati nel 1997 (per quanto attiene alla Camera) e nel 1999 (per quanto attiene al Senato)[1].

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

« Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti. »
(Art.64, c.1 Costituzione Italiana)

La prima disposizione vuole garantire l'indipendenza di ciascun ramo del Parlamento nei confronti dell'altro e si spiega storicamente dalla necessità di sottrarre al re e al Senato (vale a dire alla seconda Camera, solitamente non elettiva) la possibilità di modificare le regole di funzionamento e di formazione delle leggi. La seconda vuole, da un lato, indicare (come negli altri casi in cui la Costituzione prevede una maggioranza qualificata) che si tratta di regole che è opportuno siano condivise da un numero di deputati o senatori più ampio di quello che è richiesto per le decisioni ordinarie, dall'altro che, in nessun caso, possano essere decise da una minoranza che si trovi ad essere maggioranza per le altrui assenze.

Nel rispetto di quanto direttamente disposto dalla Costituzione, organizzazione e funzionamento di ciascuna Camera sono oggetto[2] di una vera e propria riserva di regolamento parlamentare (forza passiva peculiare), nel senso che si tratta di materie[3] che non possono essere disciplinate da altra fonte di rango sub-costituzionale ma solamente da legge costituzionale e/o da regolamento parlamentare successivo[4].

Sindacabilità da parte della Corte Costituzionale[modifica | modifica wikitesto]

Con la sentenza 154/1985, la Corte Costituzionale ha negato di poter giudicare la legittimità costituzionale dei regolamenti parlamentari, in quanto non rientrano nella categoria di "Leggi e atti con forza di legge", su cui la corte ai sensi dell'art.134 della Costituzione è chiamata a pronunciarsi. La corte costituzionale ha ritenuto quindi che la potestà regolamentare di cui le due camere sono dotate, garantisca un'indipendenza dei regolamenti parlamentari anche dalla corte costituzionale e dai suoi giudizi di legittimità.

Questo può essere considerato retaggio di un principio antico, secondo il quale, per tutelare nel modo più completo l'indipendenza del potere legislativo, ciò che accadeva all'interno delle camere era assoggettato al particolare regime degli Interna corporis, e non poteva dunque essere sindacato dall'esterno.

Sebbene abbia escluso in via generale la possibilità di sindacare la legittimità costituzionale dei regolamenti parlamentari[5], la Corte ha d'altra parte ammesso come questi possano costituire oggetto di conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni (sent. 14/1965) e conflitto di attribuzioni tra i poteri dello Stato (impedendo, per esempio, alle minoranze di esercitare la loro funzione).

Inoltre, le norme costituzionali relative al procedimento di formazione delle leggi non potranno essere derogate dai regolamenti parlamentari, e le Camere non potranno opporre che si tratti di questioni interne all'organo (sent. 9/1959), Questo vuol dire che i regolamenti parlamentari sono liberi di disciplinare l'organizzazione e il funzionamento della camere, ma non possono derogare alle disposizioni costituzionali che dispongano previsioni in materia. In definitiva, la prevalenza gerarchica della costituzione sui regolamenti (che appartengono alla categoria delle fonti primarie) dovrà essere comunque garantita dalla Corte.

Questa ha recentemente rivendicato anche la potestà di salvaguardare la natura funzionale del riparto di competenza tra legge e regolamento parlamentare: la sentenza della Corte costituzionale n. 120 del 2014 sull'autodichìa comporta infatti che l'esorbitanza di un regolamento - che disciplinasse ambiti esterni[6] alla regolamentazione della procedura legislativa o comunque politica - può essere all'origine di un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.

Prassi ed interpretazione[modifica | modifica wikitesto]

Il testo scritto delle norme regolamentari si arricchisce di una serie di letture offerte dalla prassi parlamentare, che spesso ne consolida alcune interpretazioni tra le molte astrattamente possibili[7]; in caso di alcune delicate decisioni, come quella di procedere o meno a voto segreto, la dottrina si è divisa[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giampiero Buonomo, Le modifiche del febbraio e del luglio 1999 al Regolamento del Senato, in Nuovi studi politici, XXVIII, n. 2, p. 89-101.
  2. ^ Floridia G.G., Il regolamento parlamentare nel sistema delle fonti, Milano, 1986.
  3. ^ Nasi Claudia, L'art. 96-bis del regolamento della Camera ed il procedimento di conversione dei decreti legge, Rass. parlamentare, 2001, pag. 456.
  4. ^ Semeraro Francesco, Prime riflessioni sull'attuazione della riforma del regolamento della Camera dei deputati, Rass. parlamentare, 2001, pag. 200.
  5. ^ V. anche Brunelli Giuditta, Accesso e potere censorio della commissione parlamentare di vigilanza: questione di costituzionalità o disapplicazione di regolamento? (nota a sent. Corte cost. 25 maggio 1987 n. 194, Centro iniziativa giuridica Piero Calamandrei c. Rai-Tv e altro), in Foro it., 1988, pag. 1071.
  6. ^ Giupponi T., La Corte e la «sindacabilità indiretta» dei regolamenti parlamentari: il caso dell'autodichia, Società editrice il Mulino; 2014.
  7. ^ Gambale Piero, Spunti ricostruttivi sul ruolo delle giunte per il regolamento nella formazione e interpretazione del diritto parlamentare italiano, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 8; Piccione Daniele, Le ombre della dottrina del precedente conforme e i dualismi dell'odierno parlamentarismo, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 5; Filippetta Giuseppe, La raccolta dei precedenti parlamentari tra archivistica, codicistica e ermeneutica, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 10; Ibrido Renato, L'uso dei precedenti da parte dei presidenti d'assemblea: il metodo storico-casistico di interpretazione del diritto parlamentare, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 21; Bergonzini Chiara, I precedenti nel sistema delle fonti parlamentari: un problema di metodo?, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 17; Cerreto Roberto, La sindacabilità del diritto parlamentare non scritto, in Osservatorio sulle fonti, 2012 fasc. 2, p. 13; Ibrido Renato, Il principio di pubblicità del precedente tra diritto parlamentare regionale e diritto parlamentare comparato, in Rassegna Parlamentare, 2012 fasc. 2, pp. 293 - 316.
  8. ^ Ivalù Pampalone Erika, Voto palese o segreto: una scelta "ad personam"?, in GiustAmm.it, 2014 fasc. 1, p. 5.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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