Pietro da Eboli

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Pietro da Eboli offre la sua opera all'imperatore Enrico VI

Pietro da Eboli (in lat. Petrus de Ebulo; Eboli, 1170 circa – 1220 circa) è stato un poeta italiano, un cronista e, forse, un chierico, vissuto a cavallo del XII e XIII secolo e vicino alla corte sveva.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

La sua vita è scarsamente documentata. Risulta incerta, ad esempio, la sua identificazione con un certo Pietro Ansolino (o Ansolini) da Eboli, menzionato nel 1221 in un documento della cancelleria federiciana, come già titolare di un mulino poi passato con un lascito ereditario al santuario di Montevergine[1]. Questa identificazione comporterebbe la sua morte prima del 3 luglio 1220, data in cui Federico aveva precedentemente confermato il privilegio ecclesiastico su quel mulino[1].

Sul suo retroterra di cultura classica si innestavano anche competenze mediche, ma è dubbio tuttavia che egli si sia formato presso la celebre Scuola Medica Salernitana[1].

Dalle miniatura che lo raffigurano tonsurato, si potrebbe dedurre che era un chierico[1]. Un'altra miniatura, che lo raffigura coetaneo di Corrado di Querfurt, cancelliere di Enrico VI, potrebbe aleatoriamente suggerirne la nascita negli anni settanta del XII secolo[1].

Le opere[modifica | modifica sorgente]

Liber ad honorem Augusti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Liber ad honorem Augusti.

Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell'Imperatore.

Il pregiato codice miniato (Burgerbibliothek di Berna, ms. 120 II) pubblicato nel 1746 da Samuel Engel, con le miniature e le correzioni forse autografe, denota una cura particolare, probabilmente in vista di un dono da fare all'imperatore, prospettiva che non si sa se effettivamente avvenuta[1].

L'opera, diseguale nel tono, fu composta tra la discesa in Italia di Enrico VI contro Tancredi e il 28 settembre 1197, data della morte dello svevo. Secondo Houben, fu composta nella primavera del 1195[2].

Il De Balneis Puteolanis[modifica | modifica sorgente]

È attribuibile a lui, «con una certa sicurezza»[1], il De Balneis Puteolanis (o il De Balneis Terrae Laboris), un carme in trentacinque epigrammi scritto nell'ultima decade del XII secolo (probabilmente nel 1197), e da lui destinato (come tutte le sue opere) in lode all'imperatore ("Cesaris ad laudem"), cioè, probabilmente, Enrico VI[1].

Il De balneis conobbe una notevole e plurisecolare fortuna: tradotta più volte in volgare, l'opera è tramandata da ben 21 testimoni, ma anche da 12 edizioni a stampa, dal 1457 al 1607[1].

Mira Federici gesta[modifica | modifica sorgente]

Il De balneis ci informa in chiusura dell'esistenza di una terza e precedente opera, per noi perduta, un poema in lode di Federico Barbarossa, di cui si cantavano le gesta[1].

Il mito di Federico II[modifica | modifica sorgente]

Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i presagia che scandiscono la nascita dell'erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull'agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte[1].

Nell'opera sembra presente anche un'allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti[2].

Galleria di immagini[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i j k Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani
  2. ^ a b Hubert Houben, Federico II. Imperatore, uomo, mito, Il Mulino, 2009 (p. 17)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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