Pietra Nera

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Vecchia copertura della Pietra Nera.

La Pietra Nera (in arabo: الحجر الأسود‎, al-ḥajar al-aswad) è una roccia nera, grande quasi come un pallone da calcio, incastonata a circa 1,10 m d'altezza nell'angolo est della Kaʿba della Mecca.

Nel loro ṭawāf antiorario intorno alla Kaʿba nel corso del rito del Hajj, i pellegrini sostano brevemente e baciano rapidamente la Pietra Nera, se la calca lo permette, a imitazione di quanto fece il profeta Maometto nel corso del suo secondo pellegrinaggio dopo l'Egira. Se la massa di fedeli non rende ciò possibile, il pellegrino si limita ad additarla nei suoi sette transiti[1], col braccio teso nella sua direzione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso di uno dei tanti restauri della Kaʿba, richiesti dalla fragilità del materiale usato per la sua costruzione, facile a collassare in occasione degli improvvisi per quanto rari rovesci di pioggia, la storia islamica riporta come il giovane profeta Muhammad partecipasse con grande avvedutezza alla collocazione dell'oggetto nell'angolo dell'edificio, coinvolgendo tutti i principali clan della sua tribù dei Quraysh nel suo trasporto, riservando a sé stesso il solo onore della sistemazione fisica della Pietra Nera.

Tradizione[modifica | modifica wikitesto]

Relitto forse di un antico culto, che alcuni studiosi hanno pensato fosse ricordo di un passato preislamico litolatrico, la Pietra Nera è considerata dai musulmani l'ultimo reperto della "Casa Antica" (al-Bayt al-ʿatīq), fatta calare da Allah direttamente dal Paradiso sulla Terra, andata interamente distrutta dal Diluvio Universale. Per l'Islam, la Pietra Nera fu messa in salvo da Noè - profeta noto all'Islam arabo col nome di Nūḥ - all'interno di una caverna nei pressi di La Mecca e da lì l'oggetto sarebbe stato recuperato da Abramo (profeta anch'egli, chiamato Ibrāhīm) nel momento in cui questi, con l'aiuto del figlio Ismāʿīl (Ismaele), avrebbe dato inizio ai lavori della nuova Kaʿba.

Secondo una diffusa tradizione popolare islamica, la Pietra Nera è invece l'occhio di un angelo incaricato di prender nota dei pellegrini che adempiono all'obbligo canonico, per chi se lo possa permettere, di effettuare una volta almeno nella vita il Hajj alla Mecca e nei suoi immediati dintorni.

Secondo un'altra tradizione, la Pietra Nera sarebbe un meteorite bianco che, caduto sulla terra, avrebbe assorbito tutti i peccati dell'uomo, assumendo l'attuale emblematico colore.

Danneggiamenti e profanazione[modifica | modifica wikitesto]

La sacralità dell'oggetto non ha impedito che esso fosse oggetto di violenze fisiche. La prima violenza si registrò in occasione dell'incendio, partito dalle file dei soldati di ʿAbd Allāh ibn al-Zubayr in occasione dell'assedio portato nel 683 contro la città della Mecca dalle truppe omayyadi di al-Ḥuṣayn ibn Numayr al-Sakūnī, generale del califfo ʿAbd al-Malik ibn Marwān. L'incendio spaccò col suo fortissimo calore la Pietra Nera in tre pezzi, che furono quindi tenuti assemblati da un apposito castone d'argento, tuttora visibile, che fa assumere alla Pietra Nera le sembianze della pupilla di un occhio.

L'altra violenza subita dalla Pietra Nera fu la sottrazione operata con la forza ai suoi danni dagli ismailiti Carmati, che giudicavano la devozione riservatale una forma di inaccettabile e superstizioso culto per un oggetto, a detrimento del puro culto riservato al solo Dio.

In una sanguinosa incursione avvenuta nel 929 d.C., la Pietra Nera fu divelta dalla malta in cui era alloggiata e per 22 anni (caratterizzati da un fortissimo indebolimento dell'autorità califfale abbaside) essa rimase in mano ai Carmati del Bahrein e del tutto inutili furono i tentativi di recuperarla. La Pietra Nera fu restituita non già ai Fatimidi (cui i Carmati erano ideologicamente assai vicini) bensì, in cambio d'un fortissimo riscatto, agli sciiti duodecimani Buwayhidi, la cui "tutela" era stata forzatamente accettata dal califfo sunnita di Baghdad.

Ritratta a metà dell'Ottocento. Vista frontale e laterale.

Nell'XI secolo, un uomo presumibilmente inviato dal califfo dei Fatimidi al-Hakim bi-Amr Allah tentò di distruggere la Pietra Nera ma fu ucciso sul posto, riuscendo a causare solo danni lievi. Nel 1674, secondo quanto riportato da Johann Ludwig Burckhardt, qualcuno cosparse di escrementi la Pietra Nera così che "chiunque la baciasse si ritraesse con la barba insudiciata". Duodecimani provenienti dall'Iran sciita furono sospettati dell'atto sacrilego e divennero il bersaglio delle maledizioni degli altri musulmani per secoli, sebbene l'esploratore Sir Richard Francis Burton espresse dei dubbi circa il fatto che essi fossero i veri colpevoli; egli riteneva più probabile che l'atto fosse stato compiuto da "qualche ebreo o greco, che rischiò la propria vita per gratificare un bigottismo furioso".[2]

L'ipotesi meteorite[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni studiosi[3] ipotizzano che la Pietra Nera sia un meteorite divenuto una divinità. Altri studiosi parlano invece di un possibile passato litolatrico. Una risposta sicura non esiste, essendo impossibile un suo esame condotto con moderni strumenti d'indagine scientifica. Se fosse un aerolito, comunque, ciò giustificherebbe la convinzione dei musulmani che, lo indicano appunto, come "disceso dal Cielo".

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Saudi Arabia Information Resource, The Holy City of Makkah, su saudinf.com. URL consultato il 12 agosto 2006.
  2. ^ Burton, Sir Richard Francis (1856). Personal Narrative of a Pilgrimage to El-Medinah and Meccah. Longman, Brown, Green, Longmans, and Roberts. pag. 394
  3. ^ John G. Burke, Cosmic Debris: Meteorites in History, University of California Press, 1991, pp. 221-223. ISBN 978-0-520-07396-8.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (AR) al-Azraqī, Akhbār Makka (Le notizie di Mecca), rist. dell'ediz. orig. del 1934 curata da Rushdī al-Ṣāliḥ Malḥas, 2 voll., Beirut, Dār al-Andalus, 1986 (trad. parziale di R. Tottoli, Trieste. SITI, 1992).
  • (AR) Ibn Ishāq/Ibn Hishām (Abū Muhammad ʿAbd al-Malik), al-Sīrat al-nabawiyya (La vita del Profeta), Muṣṭafà al-Saqqā, Ibrāhīm al-Abyārī e ʿAbd al-Ḥāfiẓ Shiblī (edd.), Il Cairo, Muṣṭafà al-Bābī al-Halabī, 1955, 2 voll., II ed. (trad. inglese The Life of Muhammad, a cura di A. Guillaume, Oxford, Oxford University Press, 1955).

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