Pala Martinengo

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Pala Martinengo
Lorenzo Lotto 012.jpg
AutoreLorenzo Lotto
Data1513-1516
Tecnicaolio su tavola
Dimensioni520×250 cm
UbicazioneChiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano, Bergamo
Dettaglio

La Pala Martinengo è un dipinto a olio su tavola (520x250 cm) di Lorenzo Lotto, databile al 1513-1516 e conservato nella chiesa dei Santi Bartolomeo e Stefano a Bergamo. L'opera è firmata e datata "Laurentius / Lotus / M.D.XVI".

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 15 maggio 1513 Lorenzo Lotto era a Bergamo per firmare il contratto di allogazione di una grande pala per l'altare maggiore della chiesa di Santo Stefano e Domenico, la pala rappresenta al centro i due santi[1], finanziata da Alessandro Martinengo Colleoni, nipote di Bartolomeo Colleoni[2]. Fu ultimata tre anni dopo, nel 1516, come attesta la firma, e fu pagata la straordinaria somma di 500 ducati. Per il committente si trattava di un'operazione tesa a ribadire il prestigio proprio e familiare, rinnovando la tradizione di alte commissioni artistiche come nel caso della vicina Cappella Colleoni. La scelta di un artista veneziano doveva sottolineare il legame di amicizia di Bergamo con la dominante Venezia, dove Martinengo Colleoni, che aveva sposato la veneziana Bianca Mocenigo, risiedeva abitualmente, trascorrendo solo brevi periodi nel castello di Malpaga.

Difficile sapere come il Lotto fosse venuto a conoscenza della possibile realizzazione di un'opera pubblica in Bergamo, un lavoro sicuramente di prestigio. Un tramite potrebbero essere stati i confratelli domenicani della chiesa nelle Marche, regione in cui Lotto aveva trascorso un periodo. Si potrebbe altresì considerare la presenza dell'artista a Roma dove potrebbe aver conosciuto Domenico Tasso che lavorava al servizio del papa come servizio postale facendo ritorno a Bergamo proprio nel 1512, e che aveva già commissionato ad Ambrogio da Fossano la Pala di Santo Spirito. Anche se era ritenuto per questo motivo filo-milanese, al suo ritorno a Bergamo collaborò attivamente con l'amministrazione cittadina veneziana. Inoltre il fratello di Domenico, Luigi Tasso era stato vescovo a Recanati, città che Lotto ben conosceva[3]. .

Nel 1561 la chiesa venne distrutta per poter fortificare le mura venete, e la pala con altri pochi arredi venne spostata nell'attuale collocazione nella chiesa di San Bartolomeo, nella parte bassa di Bergamo[4].

La pala, la più grande mai dipinta da Lotto, era anticamente corredata da una predella divisa in tre pannelli raffiguranti San Domenico resuscita Napoleone Orsini, Deposizione di Cristo nel sepolcro e Lapidazione di santo Stefano, conservati nella pinacoteca dell'Accademia Carrara, mentre la cimasa è conservata nel museo di Budapest. Il complesso originale fu smembrato durante uno dei trasferimenti che l'opera subì a causa della distruzione della chiesa di Santo Stefano nel 1561.

Durante il primo conflitto mondiale, la tela fu rimossa, conservata in località sicura e riposizionata al termine del conflitto per preservarla dai bombardamenti[5].

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

Il soggetto principale della tavola è la Sacra conversazione, con la Madonna col Bambino seduta su un trono circondata da santi, è il dipinto più grande che l'artista eseguì a Bergamo. Il Lotto era di ritorno da Roma dove aveva presenziato nel 1512, al primo scoprimento della volta della Cappella Sistina, arrivava quindi a Bergamo carico di entusiasmo e di grandiose aspirazioni[6]. La scena è ambientata in una grandiosa architettura sacra di gusto bramantesco, con le figure inserite, contrariamente al solito, verso la fuga di colonne della navata, e non sullo sfondo dell'abside, al limite fra l'ombra e la luce, con una volta a botte cassettonata ravvivata ai lati da colonnati. Al centro si apre un tamburo circolare nel soffitto, dove si troverebbe la cupola, impostata su pennacchi con mosaici degli evangelisti, Marco e Giovanni, dando la sensazione si un ambiente che si amplifichi oltre lo spazio dipinto[7]. Qui la struttura è aperta verso il cielo, da dove piove la luce e si affacciano due angeli da una balaustra, forse riecheggiando la Camera degli Sposi di Mantegna. Essi reggono festoni e imprese, mentre altri due, con le vesti azzurre che cangiano in oro, stanno volando sopra Maria reggendone la corona. La decifrazione dei simboli, della allusioni e delle iscrizioni della parte alta ("Divina Suave") è un'impresa che ha messo alla prova la critica, non pienamente conclusa. Pare che alcuni degli oggetti si ispirino ai simboli criptici della Hypnerotomachia Poliphili, alludendo ai benefici del Regno dei Cieli e del dominio veneziano su Bergamo, di cui il Martinengo era un sostenitore. "Divina" sarebbe infatti la giustizia (il cartiglio è appeso sopra una spada) e "soave" il giogo che penzola, riferito ai Veneziani.

La parte inferiore ha uno schema più tradizionale, con la Madonna sull'alto trono con la base zoomorfa, intagliata con branchie leonine che si ricollegano al leone di san Marco che si affaccia dietro a sinistra, vicino all'evangelista. Dieci santi sono disposti a semicerchio, a partire, a sinistra, da sant'Alessandro, eponimo del committente, che è ritratto in una sfolgorante armatura, ricca di riflessi metallici, nel cui volto venne forse inserito il ritratto di Alessandro Martinengo; accanto a lui si trova probabilmente il ritratto della moglie Barbara, raffigurata come la santa[8].

Segue Giacomo maggiore, col bastone di pellegrino, san Domenico in posizione preminente a lato del trono, in quanto titolare della chiesa, e san Marco. Dall'altro lato si vedono Caterina d'Alessandria, con la ruota dentata rotta e la palma del martirio, santo Stefano, l'altro titolare della chiesa, sant'Agostino, il vescovo, san Giovanni Battista, ruotato di spalle, e san Sebastiano, con le frecce. In quest'ultimo santo si vede bene la nuova concezione luminosa cinquecentesca, che in nome di un più accurato realismo ed effetti più scenografici non esita a lasciare parzialmente in ombra uno dei protagonisti della pala.

In basso, ai piedi del trono, si vedono due angioletti che Lotto, con la sua consueta ironia, dipinse mentre giocosamente stanno cercando di distendere un telo.

Altri scomparti[modifica | modifica wikitesto]

Alla Pala Martinengo vengono di solito riferiti anche questi scomparti:

Altre immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Bergamo e Lorenzo Lotto, Comune di Bergamo. URL consultato il 10 luglio 2016.
    «In posizione centrale, ai lati del trono, vi sono i due titolari dell'antico convento: Santo Stefano, caratterizzato dalla pietra che fu strumento del suo martirio e San Domenico, riconoscibile dell'abito dell'ordine.».
  2. ^ Martinengo Colleoni, Lombardia beni culturali. URL consultato il 10 marzo 2017.
    «Non avendo eredi maschi, il capitano impone a Orsina, terza delle sue figlie e sposa di Gherardo Martinengo, di aggiungere, per i nipoti, al cognome del marito quello dei Colleoni».
  3. ^ Antonia Abbatista Finocchiaro, La pittura bergamasca nella prima decina del cinquecento, La Rivista di Bergamo, 2001.
  4. ^ Convento padri domenicani di Bergamo, Frati dell'ordine dei predicatori di Bergamo. URL consultato il 10 luglio 2016 (archiviato dall'url originale il 17 aprile 2016).
  5. ^ autore:AA.VV. Federico Brofferio, PROVVEDIMENTI DI TUTELA CONTRO I PERICOLI DELLA GUERRA ATI'UATI A CURA DELLA R. SOVRAINTENDENZA ALLE GALLERIE E ALLE RACCOLTE D'ARTE DELLE PROVINCIE LOMBARDE, Ettore Modigliani, 3 marzo 1918.
  6. ^ Pala Martinengo, Bergamopost. URL consultato il 25 gennaio 2016.
  7. ^ La Rivista di Bergamo
  8. ^ Un pittore itineranteːLorenzo Lotto, La scatola delle idee. URL consultato il 10 luglio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Andreina Franco Loiri Locatelli, La Rivista di Bergamo, 1998, p. 61-63.
  • Antonia Abbatista Finocchiaro, La pittura bergamasca nella prima decina del cinquecento, La Rivista di Bergamo, 2001.
  • Carlo Pirovano, Lotto, Milano, Electa, 2002, ISBN 88-435-7550-3.
  • Roberta D'Adda, Lotto, Milano, Skira, 2004.
  • Mauro Zanchi, Lotto. I simboli, Firenze, Giunti, 2011, ISBN 88-09-76478-1.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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