Musica popolare

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Musica popolare
Origini stilistiche generi musicali locali
Origini culturali La musica popolare trova le sue origini culturali nella diffusione dello spartito, nella diffusione e popolarità di forme musicali accessibili a tutti e nella nascita dell'industria musicale
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Schema riassuntivo della divisione dei generi musicali non religiosi .[1]

Con il termine di musica popolare, alla quale ci si riferisce anche con il termine inglese popular music[2], si intende la musica scritta con il linguaggio del popolo e pensata per il popolo, intesa quindi come "di gradimento generale, diffuso, popolare", includendo comunemente, ma impropriamente, all'interno di questa dicitura anche la musica folclorica, ossia quella musica proveniente dal popolo (inteso non come popolo tutto, ma come gli appartenenti agli strati storicamente più disagiati della società), le cui origini si perdono nella notte dei tempi, generalmente non scritta e di tradizione orale. La nozione di musica popolare è frequentemente legata alla distinzione che se ne fa in musicologia dalla musica colta e dalla musica folclorica (o folklorica), assieme alle quali, secondo Philip Tagg, formano un "triangolo assiomatico".[3][1][4]

Questi concetti devono a loro volta essere distinti da quello di musica pop; sebbene evidentemente "pop" sia un'abbreviazione di popular, "musica pop" indica più specificatamente la musica leggera contemporanea di matrice occidentale. Se quindi è vero che la musica pop è musica popolare, non risulta vero il suo contrario; non tutta la musica popolare coincide con la musica pop. La musica popolare comprende poi, da un lato le forme musicali delle controculture e dell'underground, dall'altro molte delle nuove interpretazioni della musica folclorica o del folk revival come la Contemporary folk music[5]. Non si possono infatti definire folk music le linee melodiche scritte in epoche più o meno recenti, che quindi rientrano nella musica popolare, e gran parte della musica che si confonde con elaborazioni di canti arcaici è invece opera di autore (come ad esempio il celeberrimo canto Signore delle cime di Bepi De Marzi o La Montanara di Toni Ortelli, armonizzata da Luigi Pigarelli), oppure ancora il canto in lingua sarda No potho reposare scritto da Salvatore "Badore" Sini nel 1926; tutti questi esempi si possono definire "canti d'autore di ispirazione folklorica".

Il termine popular music trovò una delle prime applicazioni con riferimento alla musica della statunitense Tin Pan Alley negli anni '80 del XIX secolo[6].

Storia della musica popolare[modifica | modifica sorgente]

Origini e sviluppo della musica popolare[modifica | modifica sorgente]

Libretto dell’Anna Bolena di Gaetano Donizetti. Collezione del maestro Francesco Paolo Frontini

La caratteristica distintiva nell'emergere dell'industria della musica popolare nel XVIII e XIX secolo fu la diffusione degli spartiti[7]. La facile reperibilità di spartiti a basso costo di canzoni e di musiche popolari, rese possibile la diffusione a un vasto pubblico di musicisti a livello amatoriale, che potevano così imparare e suonare le canzoni più popolari a casa propria. A questo si aggiunse poi sul finire del Settecento un notevole aumento di concerti di musica popolare nei "giardini di piacere, sale da ballo, teatri popolari e cancerti da camera"[7]. Con l'ascesa della borghesia i concerti vengono aperti ad un pubblico più ampio, diffondendo in Europa generi di musica da ballo come il valzer, la polka e la mazurca. Questi tre balli furono in quel periodo espressione diretta delle festosità e del divertimento della borghesia europea[8] e fu in seguito alla campagna d'Italia napoleonica che si diffusero anche in Italia quell'aria di modernità libertaria che permise l'introduzione dei balli di coppia cosiddetti "strusciati", che in breve tempo soppiantarono i più castigati balli "staccati" della tradizione folclorica come i saltarelli, le manfrine o i tresconi[8]. Con l'inizio dell'800 i compositori, per utilizzare un termine moderno, sono già dei "liberi professionisti", che producono composizioni anche per "uso domestico". Si era sviluppata infatti un'editoria musicale che stampava spartiti vendibili a un'élite borghese, tutelandone anche i diritti di composizione; esempi di questa tendenza si possono trovare nei lied tedeschi e nelle canzonette per pianoforte di Donizetti, in queste due forme si può spesso ritrovare una struttura comune a molti brani pop moderni. I primi esecutori di musica popolare collaborarono con l'industria dello spartito musicale per diffonderne i prodotti. Sempre più gente si trovò così coinvolta nella musica, partecipando a cori amatoriali, o all'attività delle orchestre.

Negli Stati Uniti invece, una delle prime cantanti che raggiunse una popolarità diffusa, fu la svedese Jenny Lind, anche grazie alle sue numerose esibizioni e touree.

Napoli intorno ai primi dell'Ottocento vide il fiorire di negozi e case editrici musicali come Guglielmo Cottrau, Bernardo Girard, Calcografia Calì, Fratelli Fabbricatore, Fratelli Clausetti e Francesco Azzolino,[9] che diedero l'avvio a quella che oggi viene chiamata l'epoca della Canzone classica napoletana. Nel 1839 nacque così il primo concorso canoro di Piedigrotta. Le canzoni proposte presentavano caratteristiche tipiche della musica popolare partenopea ma in forma di arrangiamenti ed esecuzioni tali da sembrare arie d'opera lirica; le canzoni più di successo venivano stampate su fogli singoli detti copielle, contenenti testo e melodia, spesso diffuse dai "posteggiatori", musici vagabondi che suonavano le canzoni o in luoghi al chiuso o lungo le vie della città[10]. Contemporaneamente, negli Stati Uniti, Stephen Foster, compositore americano di ispirazione musicale europea, in particolare italiana e tedesca, metteva in scena spettacoli goliardici parafrasando la musica folclorica americana nello stile dei neri, adottando un'orchestra di bianchi che facevano uso di strumenti quali violini, banjo e chitarre.

Intorno agli anni '70 dello stesso secolo, la chiusura di molte orchestre stabili di teatri italiani, anche dovuta al cambio di gusto della classe borghese che iniziava a preferire la nuova musica americana, costrinse quei musicisti a portare la loro musica fuori dai luoghi istituzionali. Nacquero così in Romagna i primi capannoni, antecedenti di quelle che divennero poi le balere di musica da ballo romagnola. Fra questi, uno dei primi fu il Capannone Brighi a Bellaria, che fu aperto con spirito imprenditoriale dal violinista Carlo Brighi[8].

La situazione statunitense tra fine '800 ed inizio'900: la Tin Pan Alley[modifica | modifica sorgente]

Editoriali di Tin Pan Alley nei pressi di Broadway.

Nella seconda metà dell'800, il controllo del copyright sulle melodie non era ancora così stringente, e le case editrici di spartiti, potevano liberamente pubblicare la propria versione dei brani più popolari. Fu con l'emanazione di leggi più rigide sul diritto d'autore che compagnie, autori, compositori e produttori iniziarono a collaborare per il comune interesse, concentrando i loro uffici in quello che diventerà presto il più importante centro industriale dell'editoria musicale, dislocato nella Tin Pan Alley di New York. Altri centri di produzione musicale nacquero a Chicago, New Orleans, St. Louis e Boston. Gli autori che producevano regolarmente canzoni di successo, venivano spesso assunti nello staff delle case di produzione, ed i più conosciuti, come Harry Von Tilzer e Irving Berlin, fondarono anche etichette proprie. La politica sul copyright, che si faceva sempre più vorace, culminò con la formazione della Music Publishers Association of the United States da parte di un gruppo di case di produzione della Tin Pan Alley che l'11 di giugno del 1895 si unirono nel tentativo di fare azione di lobby all'interno del governo federale in favore del Treloar Copyright Bill, che cambiava i termini del diritto d'autore portandone la protezione da 24 a 40 anni, rinnovabili per altri 20 invece che i precedenti 14.

Le industrie della Tin Pan Alley avevano sviluppato, fin dai loro esordi, un metodo di promozione dello spartito musicale basato sulla produzione continua di nuove canzoni. Molti negozi musicali assumevano cantanti e pianisti come dimostratori degli spartiti: tale figura si chiamava "Song pluggers", mentre altri "Song pluggers" venivano spinti a viaggiare dagli editori, per far familiarizzare il pubblico con i loro brani. Fra i song pluggers poi divenuti più noti vi furono George Gershwin e Harry Warren. I brani venivano poi diffusi attraverso innovativi strumenti tecnologici. Uno di questi strumenti fu il pianoforte meccanico che permetteva alla gente di ascoltare le nuove arie per piano, anche senza il suonatore[7]. Con l'ingresso del '900 diventano di gran voga i teatri di commedia musicale e le sale da ballo, oltre all'ultima novità in fatto di tecnologia: Il grammofono, che permise la rapida crescita dell'industria musicale e l'esportazione dei brani americani in tutto il mondo: "nel 1920 c'erano 80 case discografiche in Inghilterra e 200 negli USA"[7]. La diffusione della Radio negli anni '20 portò poi la produzione discografica alle orecchie di un pubblico enorme. Anche l'introduzione del sonoro nel cinema sul finire degli anni '20, contribuì alla diffusione dei brani musicali che venivano ora inseriti nei film sfruttando l'enorme visibilità che il cinema concedeva. Tra gli anni '20 ed i '30, l'industria musicale si stava già consolidando in quel sistema delle major che domineranno poi il mercato[7].

Inizialmente lo stile Tin Pan Alley era specializzato in ballate melodrammatiche e canzoni comiche. In seguito le industrie abbracciarono i nuovi stili popolari del cakewalk e ragtime. Fu sulla metà degli anni '10 che nacque la tendenza ad incorporare il Jazz ed il Blues, orientando però questi generi alla produzione di canzoni orecchiabili che cantanti amatoriali e piccole band di paese potessero eseguire da spartiti e testi stampati. Nacque così quella che oggi ricordiamo come l'età del jazz.

In Italia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Lucio Spaziante, Sociosemiotica del pop, Carocci editore, 2007.
  2. ^ I mondi della musica. Le musiche del mondo di Elisabetta Panis
  3. ^ Philip Tagg, Analysing Popular Music: Theory, Method and Practice, Popular Music 2, 1982.
  4. ^ Kim Ruehl, Folk Music, About.com definition. URL consultato il 18 agosto 2011.
  5. ^ The New Grove Dictionary of Music and Musicians, volume 15}}
  6. ^ a b c d e Richard Middleton and Peter Manuel. "Popular music" in Grove Music Online.
  7. ^ a b c Federico Savini, "La Zèt la vò balé". Miti, paradossi e antropologia del Liscio Romagnolo", Blow Up, N. 188 gennaio 2014, Tuttle Edizioni
  8. ^ Paolo Ruggieri, Canzoni Italiane, Fabbri Editori, 1994, pag.2-12, Dalle origini a Piedrigrotta
  9. ^ Pasquale Scialo, La canzona napoletana, Newton&Compton, 1998, pag.24-28, I posteggiatori

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Umberto Eco, Apocalittici e integrati, Milano: Bompiani, 1964 (ed. modificata, 1977)
  • Paolo Scarnecchia, Musica popolare e musica colta, Jaca Book, 2000
  • Marco Peroni, Il nostro concerto. La storia contemporanea tra musica leggera e canzone popolare., Bruno Mondadori Editore, 2005

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