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Kirsty Coventry

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Kirsty Coventry
Kirsty Coventry ai III Giochi olimpici giovanili estivi del 2018

10º Presidente del Comitato Olimpico Internazionale
In carica
Inizio mandato25 giugno 2025
PredecessoreThomas Bach

Ministro della Gioventù, dello Sport, delle Arti e della Ricreazione dello Zimbabwe
Durata mandato10 Settembre 2018 
25 Marzo 2025
PresidenteEmmerson Mnangagwa
PredecessoreKazembe Kazembe
Sithembiso Nyoni

Dati generali
Partito politicoIndipendente
UniversitàUniversità di Auburn
Kirsty Coventry
NazionalitàZimbabwe (bandiera) Zimbabwe
Altezza176 cm
Nuoto
Specialità100 m e 200 m dorso, 200 m e 400 m misti
Palmarès
Competizione Ori Argenti Bronzi
Giochi olimpici 2 4 1
Mondiali 3 5 0
Mondiali in vasca corta 4 0 1
Giochi del Commonwealth 1 0 0
Giochi Panafricani 12 9 1

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Statistiche aggiornate al 15 settembre 2011

Kirsty Coventry (Harare, 16 settembre 1983) è un'ex nuotatrice, dirigente sportiva e politica zimbabwese, dal 2019 ministra della gioventù, dello sport e della ricreazione del proprio paese e dal 2025 presidente del Comitato Olimpico Internazionale.

Nuotatrice specializzata nel dorso, ha vinto tre medaglie (una d'oro, una d'argento e una di bronzo) ai Giochi olimpici di Atene 2004 e quattro (una d'oro e tre d'argento) a quelli di Pechino 2008. Ha detenuto il primato del mondo dei 200 metri dorso in vasca lunga tra il 2008 e il 2012, migliorandolo tre volte. Per la prima volta lo ha stabilito al Missouri Grand Prix nel febbraio 2008, togliendolo dopo quasi diciassette anni a Krisztina Egerszegi.

Durante i Mondiali in vasca corta 2008 a Manchester ha vinto quattro medaglie d'oro e una di bronzo, stabilendo tre record del mondo.

È stata la portabandiera per il suo paese ai Giochi olimpici di Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016.

Si è allenata soprattutto in Europa e negli USA, Paese in cui ha vissuto per alcuni anni a causa della sua opposizione al regime di Robert Mugabe, il quale peraltro l'ha premiata con 100.000 $ per i risultati conseguiti a Pechino.

Dopo il ritiro dallo sport attivo, nel 2012 è stata eletta nella commissione atleti del Comitato Olimpico Internazionale, mantenendo poi l'incarico per 8 anni.[1] Nel 2023 è entrata nel comitato esecutivo del CIO e a settembre 2024 ha annunciato la propria candidatura per subentrare al presidente uscente Thomas Bach.[2] Con l'appoggio di Bach stesso, il 20 marzo 2025 è eletta decima presidente del CIO già al primo scrutinio, diventando così la prima persona africana e la prima donna di sempre ad accedere alla carica,[3] con effetto dal 25 giugno 2025.[4]

In precedenza, si era impegnata in politica nel proprio paese: nel 2019 era stata infatti nominata dal presidente Emmerson Mnangagwa ministra della gioventù, dello sport e della ricreazione. Nel 2023 la carica le era stata riconfermata.[5]

Atene 2004: oro nei 200 m dorso, argento nei 100 m dorso e bronzo nei 200 m misti.
Pechino 2008: oro nei 200 m dorso, argento nei 100 m dorso, nei 200 m misti e nei 400 m misti.
Montréal 2005: oro nei 100 m dorso e nei 200 m dorso, argento nei 200 m misti e nei 400 m misti.
Melbourne 2007: argento nei 200 m dorso e nei 200 m misti.
Roma 2009: oro nei 200 m dorso e argento nei 400 m misti.
Manchester 2008: oro nei 100 m dorso, nei 200 m dorso, nei 200 m misti e nei 400 m misti e bronzo nei 100 m misti.
Manchester 2002: oro nei 200 m misti.
Johannesburg 1999: oro nella 4 × 100 m sl, argento nei 100 m dorso e nei 200 m misti e bronzo nei 50 m sl.
Algeri 2007: oro nei 50 m sl, negli 800 m sl, nei 50 m dorso, nei 100 m dorso, nei 200 m dorso, nei 200 m misti e nei 400 m misti, argento nei 100 m rana, nella 4 × 200 m sl e nella 4 × 100 m misti.
Maputo 2011: oro nei 100 m dorso, nei 200 m dorso, nei 200 m misti e nei 400 m misti, argento nei 100 m delfino, nella 4 × 100 m sl, nella 4 × 200 m sl e nella 4 × 100 m misti.

Riconoscimenti

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Nel marzo 2026, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha annunciato l’introduzione di test genetici obbligatori per l’accesso alle competizioni femminili a partire dai Giochi olimpici di Los Angeles 2028, stabilendo che l’idoneità sarà determinata attraverso un test cromosomico volto a identificare la presenza del gene SRY, associato allo sviluppo sessuale maschile.[6] La misura, che non avrà effetto retroattivo, sostituisce le linee guida del 2021 che lasciavano maggiore autonomia alle federazioni internazionali, e comporta l’esclusione delle atlete transgender e di parte delle atlete con variazioni dello sviluppo sessuale dalla categoria femminile.[6]

Esperti e organizzazioni per i diritti umani hanno criticato la politica definendola “una risposta grossolana e discriminatoria che non è supportata dalla scienza e viola il diritto internazionale dei diritti umani”, avvertendo inoltre che i test genetici obbligatori “violano diritti umani fondamentali e universali … inclusi il diritto all’uguaglianza, alla non discriminazione, alla dignità, alla privacy e all’autonomia corporea”.[7] La comunità medica aveva già sostenuto l’abolizione dei test di sesso alle Olimpiadi di Sydney del 2000, descrivendo tali test come “difficili, costosi e potenzialmente inaccurati” e osservando che potevano essere discriminatori e avere “conseguenze devastanti” per gli atleti coinvolti.[8]

I critici hanno inoltre inserito questi sviluppi in una più ampia storia di controlli razzializzati nello sport, sottolineando come le atlete di colore siano state colpite in modo sproporzionato da verifiche del sesso, controlli di genere e accuse infondate di essere uomini o persone transgender, soprattutto quando non conformi agli ideali occidentali di femminilità.[9]

Gurchaten Sandhu, Direttrice dei Programmi di ILGA World, ha dichiarato che la reintroduzione dei test di sesso rappresenta un ritorno a politiche abbandonate decenni fa, già considerate scientificamente inconcludenti e dannose per gli atleti.[10] La ricerca accademica ha inoltre evidenziato che i test obbligatori di sesso furono abbandonati negli anni ’90 a seguito di diffuse obiezioni scientifiche, legali ed etiche, e che la loro reintroduzione è stata descritta come un ritorno a pratiche controverse nello sport d’élite.[11]

  1. (EN) Results of the IOC Athletes' Commission Election, su aroundtherings.com. URL consultato il 7 febbraio 2017 (archiviato dall'url originale il 29 agosto 2015).
  2. (EN) Seven candidates announced for IOC presidency, su olympics.com. URL consultato il 16 settembre 2024.
  3. (EN) Aleks Klosok e Ben Morse, Kirsty Coventry elected new IOC president, becomes first woman and African in the role, su CNN, 20 marzo 2025. URL consultato il 20 marzo 2025.
  4. Kirsty Coventry eletta Presidente del Comitato Olimpico Internazionale. Prima donna e prima africana, su Rai News, 20 marzo 2025. URL consultato il 21 marzo 2025.
  5. (EN) Olympic swimmer Coventry new minister of sport in Zimbabwe, in AP News, 7 settembre 2018.
  6. 1 2 Cosimo Cito, Il Cio introduce test genetici nelle gare femminili alle Olimpiadi, in la Repubblica, 26 marzo 2026. URL consultato il 30 marzo 2026.
  7. Samantha Lewis, Human rights experts raise concerns over Olympics transgender women athlete ban, in The Guardian, 27 marzo 2026. URL consultato il 30 marzo 2026.
  8. Decision to Abolish Gender Testing at Sydney Olympics Supported By Yale Physician, su Yale School of Medicine, 29 settembre 2000. URL consultato il 30 marzo 2026.
  9. Noreen Nasir, For women athletes of color, outsized scrutiny over gender is nothing new, historians say, in PBS NewsHour, 4 agosto 2024. URL consultato il 30 marzo 2026.
  10. Daniele Paletta, The International Olympic Committee polices women and girls and fails them, su ILGA World, 26 marzo 2026. URL consultato il 30 marzo 2026.
  11. Silvia Camporesi, Mazzucco, Marcus, Martínez Patiño, Maria José, Ospina-Betancurt, Jonathan e Teetzel, Sarah, Sex testing in women’s sport: historical harms, contemporary risks, and World Athletics’ 2025 policy shift, in Frontiers in Sports and Active Living, vol. 7, 2026, pp. 1723127, DOI:10.3389/fspor.2025.1723127. URL consultato il 30 marzo 2026.

Voci correlate

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Altri progetti

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Collegamenti esterni

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