Giancarlo Puecher Passavalli

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Giancarlo Puecher Passavalli

Giancarlo Puecher Passavalli (Milano, 23 agosto 1923Erba, 23 dicembre 1943) è stato un militare e partigiano italiano decorato con la Medaglia d'oro al valor militare.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlio del notaio milanese Giorgio Puecher Passavalli, appartenente a una benestante famiglia di origini triestine, Giancarlo Puecher nacque nella casa di famiglia in via Broletto 39, che andò distrutta nel corso dei bombardamenti aerei del 15 agosto 1943. Giovane dotato sia nello studio sia negli sport, dopo il ginnasio al Parini e il liceo presso i gesuiti dell'Istituto Leone XIII, frequentò la facoltà di Giurisprudenza dell'università di Milano, abbandonando però gli studi per arruolarsi nel luglio 1943 in aviazione come allievo ufficiale pilota. Non riuscì però a completare l'addestramento e a essere incorporato nell'aviazione prima dell'8 settembre e dell'occupazione tedesca.

Il padre, reduce irredentista della Prima Guerra Mondiale, dalle idee liberali in opposizione al totalitarismo fascista, fu per Giancarlo, con il suo esempio, una guida morale a un patriottismo di carattere antifascista. Rimase invece duramente colpito dalla morte dopo una lunga malattia della madre Anna Maria Gianelli, donna molto religiosa che lo educò ai valori cristiani, colei che più comprendeva lo spirito d'azione che animava Giancarlo e punto di riferimento emotivo per l'intera famiglia Puecher.

Con la famiglia era sfollato nella villa di loro proprietà a Lambrugo, nei dintorni di Erba, che divenne centro di aiuto per sbandati in difficoltà, e luogo di confronto sulla situazione dell'Italia. Qui Giancarlo, dopo contatti con l'avvocato Luigi Meda, esponente dei cattolici democratici di Milano, riunì un gruppo di giovani animati da spirito patriottico antitedesco e antifascista che costituiranno il primo nucleo partigiano di Ponte Lambro, in origine dodici: assieme a Giancarlo Puecher, Felice Ballabio, Antonio Porro, Ilo Ratti, Rinaldo Zappa, Carlo Rossini, Felice Gerosa, Elvio Magni, Guido Porro, Dino Meroni, Mario Redaelli, morto nei giorni dell'insurrezione dell'aprile 1945, Grazioso Rigamonti e Alberto Todeschini, deportati e morti a Mauthausen. Agì inoltre a stretto contatto con Franco Fucci, ex alpino in Grecia passato nel fronte antifascista, altro comandante del gruppo di Ponte Lambro. Importante per Giancarlo fu anche la figura di Don Giovanni Strada, parroco di Ponte Lambro e iniziatore della resistenza erbese, che di Puecher è considerato il padre spirituale.

Il gruppo partigiano riunito intorno a Giancarlo Puecher fu il primo nella Resistenza brianzola a passare dalla fase cospirativa alla lotta armata, e trovò la sua attività principale nel rifornire i nuclei partigiani della vicina montagna, rivestendo un ruolo decisivo nello stringere i contatti tra i partigiani in montagna e quelli operanti in pianura. Le prime azioni si indirizzarono nel procurarsi mezzi di trasporto, riuscendo a ottenere un'Augusta, una Fiat, una Topolino rubata ai tedeschi e due camion, oltre che la benzina necessaria, confiscata dallo stesso Puecher ad alcuni "borsineristi". Riuscirono inoltre a recuperare alcuni cavalli e muli, che affidarono ai contadini di Lambrugo, e a rastrellare le armi necessarie al gruppo nella zona tra l'alta Brianza e il nord di Milano[1].

Già nel novembre 1943 il gruppo di Ponte Lambro aveva attuato un salto di qualità verso il combattimento e si segnalano per opera loro il sabotaggio alle linee telefoniche tedesche nella zona di Canzo e Asso, e un'azione di volantinaggio inneggiante alla libertà della patria il 4 novembre al monumento dei caduti di Erba. Attirata l'attenzione dei nascenti comandi partigiani milanesi, il gruppo partigiano di Puecher ricevette anche la visita di Leopoldo Gasparotto e di altri esponenti della resistenza lombarda, con l'intento di coordinare le loro azioni nel contesto generale della Resistenza lecchese.

L'omicidio di Ugo Pontiggia e di Angelo Pozzoli[modifica | modifica wikitesto]

Ugo Pontiggia, ex segretario fascista di Monza era il padre di Giuseppe e Giampietro Pontiggia[2]

L'11 novembre 1943 due fascisti di Erba furono aggrediti per strada da due individui rimasti sconosciuti[3], che l'ex capo partigiano Emilio Capecchi indica come probabili partigiani gappisti di Lecco[4]. Ugo Pontiggia[2], centurione della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale e reduce della Campagna di Grecia, che, ferito a morte, morì pochi giorni dopo, e un suo amico Angelo Pozzoli che morì sul colpo. Pontiggia prima della morte all'Ospedale di Como così descrisse l'aggressione:

« Mi resi conto di quanto stava accadendo solo quando sentii le canne delle pistole contro la schiena. Mi venne subito ingiunto di tacere e di camminare avanti. Obbedii perché non potevo fare altro. Dopo pochi metri, però, in via Volta, vidi venire verso di noi Angelo Pozzoli, che mi conosceva bene. Pozzoli teneva per mano uno dei suoi bambini. Pensai allora che mi si presentava l'occasione di sfuggire ai due banditi. Chiamai; "Pozzoli, Pozzoli..." e cercai di correre verso di lui. Pozzoli si fermò interdetto senza comprendere, probabilmente, che cosa stesse succedendo. Ma non feci in tempo a raggiungerlo. I due assassini mi spararono alla schiena e, contemporaneamente, tirarono anche su Pozzoli senza curarsi del bambino. »
(Dalla testimonianza di Ugo Pontiggia prima di spirare[5])

A seguito dell'aggressione fu proclamato il coprifuoco e istituiti posti di blocco in tutta la zona[6].

La cattura di Giancarlo Puecher[modifica | modifica wikitesto]

La sera del 12 novembre 1943 Puecher insieme con l'amico Franco Fucci, provenienti da Milano dove erano stati per collegamenti col comando partigiano e per ricevere finanziamenti, si fermarono a Canzo, nella villa dove era sfollato un ex-consigliere nazionale passato all'antifascismo. Ignari dell'agguato ai due fascisti i due ripartirono verso le 22.30 in bicicletta verso Ponte Lambro[7].

Nei pressi di Lezza furono fermati da una pattuglia di tre militi della Repubblica Sociale Italiana. Alla richiesta di documenti i due ammisero di esserne sprovvisti, e fu loro comunicato che sarebbero stati portati in caserma per l'identificazione. Non potendo recarsi in caserma poiché in possesso di armi, dinamite e manifestini di propaganda antifascista, sfuggiti a una sommaria perquisizione, Fucci impugnò la pistola e tentò di esplodere un colpo contro uno dei militi ma l'arma si inceppò[8]. Il miliziano rispose al fuoco, sparando a bruciapelo a Fucci che cadde a terra ferito al ventre. Fucci fu poi ricoverato in ospedale mentre Puecher fu condotto in caserma e arrestato. La stessa sera furono fermati e arrestati altri sette partigiani amici di Puecher, tra cui anche il padre Giorgio Puecher.

Il processo e la condanna[modifica | modifica wikitesto]

Puecher restò in prigione fino alla metà di dicembre quando fu posto sotto processo e condannato a morte nel quadro di una rappresaglia per una serie di uccisioni di fascisti. Il 18 dicembre 1943 a Milano fu infatti ucciso il federale di Milano Aldo Resega che rappresentava la corrente moderata in seno al Partito Fascista Repubblicano. La mattina del 20 dicembre un noto squadrista di Erba, Germano Frigerio, in partenza per Milano per partecipare ai funerali di Rasega, fu ucciso in un bar nel corso di un agguato. I fascisti decisero pertanto di compiere una rappresaglia che prevedeva la fucilazione di trenta antifascisti, dieci per ogni fascista ucciso a Erba (Ugo Pontiggia, Angelo Pozzoli e Germano Frigerio). Non essendo custoditi nelle carceri un numero sufficiente di prigionieri il numero degli ostaggi da giustiziare fu inizialmente ridimensionato a sei.

Il tribunale che doveva formalizzare le condanne a morte fu istituito la notte del 20 dicembre nel Municipio di Erba e Puecher fu processato insieme con altri sette prigionieri (Giudici Luigi, Testori Vittorio, Testori Giulio, Grossi Rino, Cereda Giuseppe, Gottardi Ermanno e Gottardi Silvio). Nel corso dell'interrogatorio Puecher rivendicò orgogliosamente le proprie responsabilità: "Appartengo al vero esercito italiano" e ammise di aver partecipato a un'azione partigiana. Il tenente colonnello Biagio Sallusti, che era stato chiamato a presiedere il processo[9], tentò d'intesa con l'avvocato della difesa Beltramini di impedire le condanne a morte con un ultimo contatto con il prefetto[10]. Dopo una notte di trattative tra i diversi membri del tribunale il numero dei condannati a morte fu fissato a uno solo, Giancarlo Puecher. In seguito, nell'estate del 1944, Piero Pisenti, Guardiasigilli dell'RSI, riconobbe la nullità del processo di Erba e l'arbitrarietà delle condanne, facendo liberare gli imputati incarcerati[11].

Puecher fu condannato a morte mediante fucilazione per aver "promosso, organizzato e comandato una banda armata di sbandati dell'ex esercito allo scopo di sovvertire le istituzioni dello stato"[10]. A Puecher fu concesso di scrivere una ultima lettera e di essere confessato. Scrisse ai parenti:

« L'amavo troppo la mia Patria, non la tradite, e voi tutti giovani d'Italia seguite la mia via e avrete compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale. Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non pensano che l'uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia. I martiri convalidano la fede in una vera idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la sua volontà. »

L'esecuzione avvenne la notte del 21 dicembre 1943 nel cimitero nuovo di Erba. Il cappellano presente, il frate cappuccino Fiorentino Bastaroli, raccontò che Puecher abbracciò uno per uno i suoi carnefici del plotone di esecuzione, dicendo loro di averli già perdonati, e morì gridando "viva l'Italia"[12].

Il padre Giorgio Puecher fu inizialmente liberato subito dopo l'esecuzione del figlio, arrestato nuovamente a inizio 1944 con la vaga accusa di opposizione politica e condotto al carcere milanese di San Vittore dove subì torture e vessazioni al pari degli altri detenuti. Trasferito nel campo di prigionia di Fossoli fu in seguito deportato nel campo di concentramento di Mauthausen dove morì di stenti il 7 aprile 1945.

Fucci, dopo il ricovero in ospedale, restò in prigione fino alla Liberazione, prima nel carcere di Como, poi di Vercelli e infine a San Vittore a Milano, da dove sarà liberato alla fine della guerra.

Il maggiore Mario Noseda della Guardia Nazionale Repubblicana che assunse il comando delle operazioni antipartigiane in seguito alle uccisioni dei due fascisti Pontiggia e Pozzoli, così rievocò la figura di Giancarlo Puecher:

« Era un idealista, uno che, ne sono certo, non aveva mai sparato un solo colpo di rivoltella. Non era comunista e non si rendeva conto di avere fatto il gioco dei comunisti. Davanti alla morte si comportò con grande dignità e coraggio. »
(Maggiore Mario Noseda[13])

Di diverso avviso i giornali fascisti dell'RSI che nelle ricostruzioni dopo la fucilazione denigravano Giancarlo Puecher:

« Era un delinquente reo di parecchi gravissimi delitti, che agiva per cosciente spirito antiitaliano, traviato e ridotto a uno stato di aberrante bassezza morale per colpa della pessima educazione ricevuta. Nulla può quindi farne rimpiangere la memoria che, anzi è bene dimenticare. Dimentichiamo il nome di questo giovane scellarato.[14] »

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Al suo nome è stata intitolata la brigata partigiana del CVL operante in Brianza, e il distaccamento della 52ma Brigata Garibaldi "Luigi Clerici" operante nell'Alto Lario, comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle che contribuirà all'arresto di Benito Mussolini a Dongo il 28 aprile 1945.

Il 26 ottobre 1945 gli è stata conferita la medaglia d'oro al valore militare alla memoria.

  • Milano gli ha intitolato un centro culturale, il Centro Comunitario Puecher, una via e una scuola secondaria di I grado, in via Castellino da Castello 9, sotto il Ponte della Ghisolfa, parte dell'I.C. Rinnovata Pizzigoni.
  • A Erba gli è stata intitolata la scuola media statale.[15]
  • A Ponte Lambro gli è stata conferita il 21 marzo 2014 la "Cittadinanza Onoraria" e gli è stata intitolata la piazza principale.
  • A Lambrugo è stata conferita il 2 giugno 2014 la "Cittadinanza Onoraria" a lui e a suo padre Giorgio.[16]
  • L'Università degli Studi di Milano gli ha conferito nel 1946 la laurea honoris causa alla memoria.[17]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro al valor militare
«Patriota di elevatissime idealità, scelse con ferma coscienza dal primo istante la via del rischio e del sacrificio. Subito dopo l’armistizio attrasse, organizzò, guidò un gruppo di giovani iniziando nella zona di Lambrugo, Ponte Lambro, il movimento clandestino di liberazione ed offrendo la sua casa come luogo di convegno. Con lo esempio personale fortificò nei compagni la fede nell’azione che essi dovevano più tardi proseguire in suo nome. Presente e primo in ogni impresa gettò nella lotta tutto se stesso prodigandovi le risorse di una mente evoluta e di un forte fisico, ed associando all’audacia un particolare spirito cavalleresco. Braccato dagli sgherri fascisti, insidiata la sicurezza della sua famiglia, non desistette. Incarcerato con numerosi suoi compagni e poi col padre, d’accordo con questi rifiutò la evasione per non allontanarsi dai compagni di fede e di sventura. Condannato a morte dopo sommario processo, volle essere animatore sino all’estremo, lasciando scritti di ardente amor patrio e di incitamento alla continuazione dell’opera intrapresa. Trasportato al luogo del supplizio, chiese di conoscere il nome dei suoi esecutori per ricordarli nelle preghiere di quell’aldilà in cui fermamente credeva, e tutti i presenti abbracciò e baciò, ad ognuno lasciando in memoria un oggetto personale, pronunciando parole nobilissime di perdono e rincuorando coloro che esitavano di fronte al delitto da compiere. Cadde a vent’anni da apostolo e da soldato, sublimando nella morte la multiforme e consapevole spiritualità che aveva contraddistinto la sua azione partigiana.»
— Erba, 9 settembre - 23 dicembre 1943[18][19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Pietro Arienti, La Resistenza in Brianza: 1943-1945, Missaglia, Bellavite, 2006, pp. 44-45, ISBN 88-7511-062-X.
  2. ^ a b http://www.ilgiornale.it/news/cultura/cos-i-partigiani-ammazzarono-pap-dei-fratelli-pontiggia-925049.html
  3. ^ Gianfranco Bianchi, Giancarlo Puecher a vent'anni, per la libertà, prefazione di Ferruccio Parri, Milano, Mondadori, 1965, pp. 84-86.: "Risulta che a Erba non agiva un'organizzazione comunista sotto la forma tipica delle cellule o dei GAP. Invece l'atteggiamento dei singoli esponenti, anche minori, del neofascismo locale, per la tracotanza con cui si esprimeva, diffondeva un senso di avversione. Si trattava, nell'RSI locale, di cascami del fascismo, verso i quali era prevalente l'antipatia personale suscitata, piuttosto che il sistema politico del quale, oltretutto, erano figure secondarie".
  4. ^ Testimonianza dell'ex capo partigiano Emilio Capecchi in Giorgio Pisanò, "Storia della guerra civile in Italia" 1943-1945 volume I (quinta ed. Eco Edizioni, Melegnano, 1999 - prima ed. Edizioni FPE, Milano, 1965 pag. 204:"Pochi giorni dopo, però, l'11 novembre, si verificò un episodio che doveva spezzare il clima di calma relativa in cui era vissuta la zona di Erba-Canzo fino a quel momento. Due partigiani, che non appartenevano alla mia formazione, ma facenti parte, molto probabilmente, del GAP di Lecco, spararono ai fascisti Angelo Pozzoli e Ugo Pontiggia di Erba. Il primo morì sul colpo e il secondo sei giorni più tardi".
  5. ^ Testimonianza in Giorgio Pisanò, "Storia della guerra civile in Italia" 1943-1945 volume I° (quinta ed. Eco Edizioni, Melegnano, 1999 - prima ed. Edizioni FPE, Milano, 1965 pagg. 205-206
  6. ^ Giacomo de Antonellis, "Puecher, prima medaglia d'oro della Lombardia", su Storia illustrata n° 313, Dicembre 1983 pag. 63:Di qui l'improvvisa istituzione dei posti del coprifuoco e dei posti di blocco.
  7. ^ Pietro Arienti, La Resistenza in Brianza: 1943-1945, Missaglia, Bellavite, 2006, pp. 45-46, ISBN 88-7511-062-X.
  8. ^ Giacomo de Antonellis, "Puecher, prima medaglia d'oro della Lombardia", su Storia illustrata n° 313, Dicembre 1983 pag. 61: Alle prime case di Erba, uno dei fermati faceva scivolare la mano sotto il maglione estraendone una pistola. L'arma però non rispondeva all'impulso del grilletto
  9. ^ Giacomo de Antonellis, "Puecher, prima medaglia d'oro della Lombardia", su Storia illustrata n° 313, Dicembre 1983 pag. 64: "A presiedere il tribunale militare straordinario il prefetto metteva il comandante del Distretto, tenente col. Biagio Sallusti; altri sei militari completavano i ranghi".
  10. ^ a b Giacomo de Antonellis, "Puecher, prima medaglia d'oro della Lombardia", su Storia illustrata n° 313, Dicembre 1983 pag. 64
  11. ^ Gianfranco Bianchi, Giancarlo Puecher a vent'anni, per la libertà, prefazione di Ferruccio Parri, Milano, Mondadori, 1965, p. 125.
  12. ^ Gianfranco Bianchi (a cura di), Dalla Resistenza, Provincia di Milano, 1975, p. 252, ISBN non esistente.
  13. ^ Testimonianza del Mario Noseda della Guardia Nazionale Repubblicana in Giorgio Pisanò, "Storia della guerra civile in Italia" 1943-1945 volume I° (quinta ed. Eco Edizioni, Melegnano, 1999 - prima ed. Edizioni FPE, Milano, 1965 pagg. 206-207
  14. ^ Corsivo anonimo pubblicato l'8 dicembre 1944 sul quotidiano La Provincia di Como in Gianfranco Bianchi, Giancarlo Puecher a vent'anni, per la libertà, prefazione di Ferruccio Parri, Milano, Mondadori, 1965, p. 132.
  15. ^ Sito della scuola G. Puecher di Erba
  16. ^ Anche il ministro Rognoni a Lambrugo per la cittadinanza ai Puecher | Erbanotizie: il quotidiano on line dell'Erbese, su www.erbanotizie.com. URL consultato il 05 gennaio 2016.
  17. ^ Gianfranco Bianchi (a cura di), Dalla Resistenza, Provincia di Milano, 1975, p. 254, ISBN non esistente.: "Il 17 novembre 1946, presso l'Università degli studi di Milano all'inaugurazione dell'Anno Accademico 1946-47, il Magnifico Rettore, prof. Felice Perussia, nel corso della sua relazione, ha proclamato dottori "honoris causa" gli studenti qui vitam, fato debitam, legibus, libertati, dignitatique Patriae reddiderunt. Tra essi, nella facoltà di lettere e filosofia, Casati Alfonso di Alessandro (medaglia d'oro alla memoria) e nella facoltà di giurisprudenza, Greppi Mario di Antonio (medaglia d'oro alla memoria) e Puecher Passavalli Giancarlo fu Giorgio (medaglia d'oro alla memoria)".
  18. ^ dal sito della Presidenza della Repubblica
  19. ^ Sito ANPI - scheda

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]