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Lebna Denghèl

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Lebna Denghèl
Imperatore dell'Etiopia
In carica13 agosto 1507 
2 settembre 1540
Incoronazione13 maggio 1508
PredecessoreNa'od
Eredeimperatrice Elena (o Eleni)
SuccessoreClaudio
Nome completoLebna Denghel, Uanag Sagad, Dawit II
NascitaDebre Damo, 1496
MorteDebre Damo, 2 settembre 1540
Luogo di sepolturaChiesa di Endà Abuna Araguì, Debrà Damò
Casa realeDinastia salomonide
Dinastia
Salomonide
PadreNa'od
Madreuoizerò Atitegeb Uondbeuossen
ConiugeSabla Vanghel

Lebna Denghèl (Incenso della Vergine; Debrà Damò, 1496Debrà Damò, 2 settembre 1540) fu re d'Etiopia con i nomi di Uanàg Sagad ("il Leone lo venera"), di Dawit II, Dauit II o Davide II e di Lebna Denghèl dal 1508 al 1540.

Avendo solo otto anni alla morte del padre Naod, Lebna Denghèl fu cresciuto dalla nonna Eleni, che esercitò la reggenza durante la sua minore età. Quest’ultima, figlia di un principe musulmano, grazie ai consigli del portoghese Pêro da Covilhã, mantenne la pace e favorì i commerci con i paesi islamici tramite la mediazione del sultanato di Adal.

Con lo scopo di allentare la pressione dell’Islam, che controllava le vie di uscita dal regno verso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, la regina Eleni inviò un’ambasciata a Lisbona, guidata dal metropolita della Chiesa ortodossa etiope, l’armeno Mateus. Quest’ultimo riuscì a raggiungere l’India nel 1509 eludendo gli agenti dell’Egitto e facendosi passare per un mercante di pelli, raggiungendo infine il Portogallo dopo quattro anni di navigazione.

Nel 1515 il giovane Davide II, desideroso di liberarsi dalla tutela di Eleni, fondò una nuova capitale a Entotto. L’imperatrice, ancora influente, inviò quindi un’ambasciata a Gerusalemme tramite il Cairo. Tuttavia i rapporti tra cristiani e musulmani peggiorarono a causa della crescente presenza portoghese nell’Oceano Indiano.

Nel 1516 l’emiro di Harar, Mahfouz, con il sostegno di truppe e di uno stendardo proveniente dall’Arabia, lanciò una spedizione contro il Fatigar (o pianura di Fataqar). Dopo aver teso un’imboscata a Davide II lo uccise e devastò l’Adal, distruggendo il palazzo del sultano. In seguito, la flotta portoghese di Lopes Soares penetrò a Zeila e incendiò la città (1517). Alla morte di Davide II il potere passò temporaneamente all’imperatrice Eleni.

Il sultano dell’Adal, Abu Bakr ibn Mohammed, con l’aiuto dell’emiro Aboun-ben-Adash, ristabilì l’ordine nei propri territori. I portoghesi, che progettavano di impadronirsi della Mecca, iniziarono a tessere alleanze con l’imperatore d’Etiopia, inviando un’ambasciata dall’India attraverso il Mar Rosso. Il 10 aprile 1520 Mateus l’Armeno salpò da Massaua con un’ambasciata portoghese guidata da Rodrigo de Lima. Mateus morì durante i primi giorni di viaggio e il gruppo arrivò con difficoltà nello Scioà a Debra Libanòs presso l'Imperatore, passando per Yéha, Aksum, Lalibela e il lago Haic. Davide II non fu felice di ricevere l'ambasciata mentre la regina Eleni, ormai anziana, non era più a corte. Il re intrattenne i delegati che nel 1526 ripartirono per Massaua portando messaggi incoraggianti, ma privi di un vero impegno politico.

Francisco Álvares ci ha lasciato una vivida descrizione dell'imperatore[1]:

«Abbiamo visto il Prete Gianni seduto su una piattaforma di sei gradini riccamente adornata. Aveva in testa un'alta corona d'oro e d'argento, cioè un pezzo d'oro e uno d'argento dall'alto in basso, e una croce d'argento in mano; davanti al viso aveva un pezzo di taffetà azzurro che gli copriva la bocca e la barba, e di tanto in tanto lo abbassavano e gli mostravano tutto il viso, e di nuovo lo sollevavano. Il Prete era vestito con un ricco mantello di broccato d'oro e camicie di seta dalle ampie maniche. Dalle ginocchia in giù aveva un ricco drappo di seta e oro ben disteso come un grembiule vescovile, e sedeva in maestà mentre dipingono Dio Padre sul muro. Per età, carnagione e statura, è un giovane, non molto scuro. La sua carnagione potrebbe essere castana o baio, non molto scura; è un uomo molto colto, di media statura; dicevano che avesse ventitré anni, e così si presenta, il suo viso è rotondo, gli occhi grandi, il naso alto nel mezzo, e la barba sta cominciando a crescere. Nella presenza e nello stato sembra pienamente il gran signore che è.»

Nel 1527, il predicatore musulmano Aḥmad Grāñ b. Ibrāhīm, salito al potere a Harar, rifiutò di versare il tributo all'imperatore etiope Davide II, ponendo fine alla tregua tra i due regni. In seguito a un attacco da parte dell'esercito etiopico guidato dal governatore del Bali, Grāñ riuscì a prevalere e consolidò il proprio dominio. Successivamente riorganizzò le sue truppe con il sostegno dei Somali fanatici e iniziò una guerra santa (jihād) contro l'Etiopia, che durò fino al 1542. A partire dal 1531, le truppe di Grāñ misero a sacco l'Etiopia. Nel 1535 Davide II, braccato senza tregua, si appellò ai Portoghesi inviando João Bermudes (o Giovanni Bermudez), membro dell'ambasciata portoghese dal 1520. Questi intervennero solo sei anni più tardi, nel 1541. Aḥmad Grāñ terminò la conquista dell'Abissinia nel 1536, con l'eccezione di qualche regione montagnosa, ove si rifugiarono Davide II e i suoi armati. Il paese fu devastato a tal punto che gli stessi invasori rimasero vittime della carestia.[2]

Davide II, braccato da Aḥmad Grāñ, morì nel 1540 all'interno del monastero di Debre Damo. Gli successe Claudio d'Etiopia.[3][4][5]

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