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Creativi culturali

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Il binomio creativi culturali (in inglese americano cultural creatives) designa un ampio gruppo socio-culturale che sarebbe all'avanguardia di un cambiamento sociale orientato verso «un'economia più etica, un modello di sviluppo ecosostenibile, uno stile di vita più sano e naturale, una più elevata consapevolezza individuale e collettiva.»[1]

L'espressione creativi culturali è emersa dagli studi del sociologo statunitense Paul Ray e della psicologa americana Sherry Anderson. Ray e Anderson considerano quegli individui aventi in comune l'adozione di una visione globale e "integrale" del mondo, e che condividono un insieme di valori. In particolare, questo gruppo di persone si propone di: rinforzare i tenui rapporti faccia a faccia della società dei consumi; favorire lo sviluppo personale e spirituale; rimettere l'essere umano al cuore della società; rifiutare il degrado ambientale, specificatamente quello indotto dallo sfruttamento delle risorse naturali; cercare delle soluzioni innovative alle questioni personali o sociali (per esempio, trascendendo la falsa contrapposizione fra impegno sociale e vita privata).

Secondo alcune stime effettuate, negli anni sessanta i creativi culturali nordamericani erano meno del 3% della popolazione adulta, per salire al 23.6% (circa 44 milioni) nel 1995, al 26% (circa 50 milioni) nel 1999 e al 34.9% nel 2008 (circa 80 milioni). In Europa occidentale e in Giappone le percentuali oscillerebbero fra il 33% e il 37%; per il Canada sono previste percentuali simili.[2][3] Riguardo all'Italia, una ricerca completata nell'estate 2006 ha rilevato una presenza di creativi culturali pari al 35% della popolazione adulta.[1][2][4]

Negli Stati Uniti

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Il fenomeno in oggetto è possibile altresì indicarlo con l'espressione "creatori di cultura", visto che gli attori coinvolti starebbero inventando una nuova cultura per il XXI secolo. A tal proposito, la giornalista francese Patrice van Eersel sulla rivista Nouvelle Clés associa ai creativi culturali l'emergenza d'una cultura postmoderna.[5]

I creativi culturali integrano simultaneamente quattro poli valoriali, mettendendoli in pratica:

  1. Apertura ai valori femminili (occupandosi, per esempio, della presenza delle donne nell'amministrazione pubblica o del problema della violenza domestica);
  2. Unione dei valori ecologici e dello sviluppo sostenibile (con un interesse per l'alimentazione biologica e la medicina naturale);
  3. Partecipazione (coinvolgimento personale e collettivo nella società);
  4. Sviluppo personale (comprendente la dimensione spirituale, considerando anche nuove forme di spiritualità; l'idea di fondo è: "conosci te stesso se vuoi agire sul mondo").

È altresì possibile distinguere due sottogruppi di creativi culturali:

  • Un nucleo centrale, detto "avanzato", costituito dai cosiddetti "spiritualisti". Questi leader della nuova cultura si occupano, a un tempo, di problematiche ambientali, sociali e psicospirituali;
  • Una "periferia", composta dagli "ecologisti", che non includono realmente la dimensione spirituale nel loro universo. Per gli ecologisti, a differenza degli spiritualisti, il legame tra sviluppo personale, e impegno sociale ed ecologico non è ontologico ma da costruire con cura.

Patrice van Eersel sostiene che i creativi culturali siano i "discendenti" di numerosi movimenti nati negli anni sessanta, come quelli per i diritti civili, quelli femministi, quelli pacifisti, quelli ambientalisti o quelli per lo sviluppo della consapevolezza, solo per citarne alcuni.[5]

Un'altra caratteristica sorprendente di questo gruppo è l'assenza, al momento, della precisa coscienza della propria esistenza. In altre parole, la maggior parte delle persone che rientra nella categoria di "creativi culturali" si sente relativamente isolato. È emerso che i creativi culturali pensano di costituire una parte marginale della popolazione totale, in una percentuale tra l'1% e il 5%. Tuttavia, negli Stati Uniti, loro includono quel 20-25% della popolazione che non si riconosce né nei valori conservatori religiosi né in quelli dei liberali progressisti convinti, i due poli socio-culturali e politici maggiormente riconosciuti negli USA.

Secondo Ray e Anderson, il fenomeno non è proprio di una categoria socio-professionale, né di un'etnia o di una classe d'età, ma la totalità della popolazione ne è omogeneamente coinvolta, salvo una leggera predominanza delle classi più istruite/agiate. Tutto ciò spinge a concepire i creativi culturali come rappresentanti di un cambiamento fondamentale, non come una moda passeggera alla stregua del movimento hippy, che ha interessato per lo più giovani adulti. Inoltre, i creativi culturali sarebbero distintinguibili dai cosiddetti bobos (contrazione di bourgeois-bohème), termine coniato nel 2000 dal giornalista David Brooks per designare gli intellettuali trendy[6], tecnologicamente aggiornati, con fatui intenti ecologisti e artistici.[7]

Seconda fase di studi

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Dopo il primo studio condotto da Ray e Anderson, si è costituita un'équipe internazionale — col patrocinio del Club of Budapest, fondato e diretto dal filosofo della scienza ungherese Ervin László — per realizzare delle ricerche in diversi paesi: Francia, Germania, Ungheria, Paesi Bassi, Norvegia, Italia e Giappone.[8] Nel 2008, il sociologo Paul Ray ha compiuto un nuovo sondaggio nazionale negli Stati Uniti con l'obiettivo di aggiornare i dati raccolti in precedenza; è così emerso che i creativi culturali presenti negli USA nel 2008 erano il 34.9% della popolazione adulta (cfr. supra).

Una ricerca indagante la presenza di creativi culturali in Francia è iniziata alla fine del 2005 e i risultati sono stati pubblicati un anno dopo; il gruppo in questione costituirebbe il 17% della popolazione, e la maggioranza sarebbero donne (2/3).[9] Questo vasto studio è stato organizzato e condotto dall'Association pour la Biodiversité Culturelle, che ha costituito un gruppo di ricerca operante per quattro anni sotto la direzione scientifica del sociologo Jean-Pierre Worms.

Il primo incontro nazionale del movimento francese dei creativi culturali è avvenuto presso le Cevenne il 31 maggio e il primo giugno 2008.[10]

In Belgio, il movimento si è riunito due volte su scala nazionale. Il primo incontro, al quale hanno partecipato circa 450 persone, ha avuto luogo il 29 agosto 2009 a Ottignies-Louvain-la-Neuve; il secondo, invece, è avvenuto il 25 settembre 2010 presso l'abbazia di Floreffe con una partecipazione simile.[11]

  1. 1 2 Valentina Aversano, I Creativi Culturali: Intervista a Enrico Cheli, su crescita-personale.it. URL consultato il 17 gennaio 2012.
  2. 1 2 (EN) Cultural Creatives and the Emerging Wisdom Culture, su wisdomuniversity.org. URL consultato il 17 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 14 agosto 2012).
  3. (EN) Paul H. Ray, The Potential for a New, Emerging Culture in the U.S., 2008 (DOC), su worldshiftnetwork.org. URL consultato il 17 gennaio 2012.
  4. I creativi culturali: uniti, cambieranno il mondo?[collegamento interrotto] (PDF), su energos.it. URL consultato il 17 gennaio 2012.
  5. 1 2 (FR) Patrice van Eersel, Les créatifs culturels: Émergence d'une nouvelle culture, Nouvelle Clés, su nouvellescles.com. URL consultato il 17 gennaio 2012.
  6. Trattasi di un anglicismo, significa "di moda, che fa tendenza" (fonte).
  7. David Brooks: i nuovi trend arrivano dalla Francia, su waytrend.net. URL consultato il 17 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  8. (FR) Association Demain Maintenant, Résultats de l'enquête nationale sur les Créatifs Culturels, 2007 (PDF), su demain-maintenant.fr. URL consultato il 17 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 27 marzo 2012).
  9. Association pour la Biodiversité Culturelle, p. 131.
  10. (FR) La rencontre, su cedricia.maugars.free.fr. URL consultato il 17 gennaio 2012.
  11. (FR) Créatifs Culturels en Belgique, su creatifsculturels.be. URL consultato il 17 gennaio 2012.

Voci correlate

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Collegamenti esterni

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