Collettivo Politico Metropolitano

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Il Collettivo Politico Metropolitano (CPM) è stata una organizzazione di estrema sinistra fondata l'8 settembre del 1969 a Milano[1] e attiva fino al settembre dell'anno successivo. Fra i fondatori, Renato Curcio, Margherita Cagol ("Mara") e altri che diedero poi vita, nel 1970, alle Brigate Rosse (BR), passando per la breve esperienza di Sinistra Proletaria (SP).[2]

Fra i promotori del CPM vi erano molti collettivi operai di Milano, tra i quali il CUB Pirelli, il GdS Sit-Siemens, il GdS IBM, oltre che individualità dell'Alfa Romeo e della Marelli.[3] Appare evidente la forte componente operaia del CPM, cui si affianca il contributo dei collettivi politici studenteschi in egual misura.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il CPM definiva sé stesso, nel bollettino preparato per i militanti all'atto della nascita[2], come strumento per mettere a punto "le strutture di lavoro indispensabili a impugnare in modo non individuale l'esigenza-problema dell'organizzazione rivoluzionaria della metropoli e dei suoi contenuti (ad esempio democrazia diretta, violenza rivoluzionaria ecc.)." Risultava quindi punto aperto il potenziale ricorso alla lotta armata, questione che occupò la discussione all'interno del CPM e di SP fino alla fondazione delle BR.

La matrice operaia si evidenzia esaminando alcune delle principali questioni che vennero dibattute durante la breve vita del CPM, quale ad esempio la "Socializzazione delle lotte". Il CPM la promuoveva al fine di trasferire la "tensione operaia dall'interno delle fabbriche al sociale," terreno sul quale riteneva invece impreparata la "sinistra rivoluzionaria", rappresentata dagli altri gruppi extraparlamentari. Si accentuava la funzione "rivoluzionaria" delle lotte contrattuali nelle fabbriche e il loro ruolo di primo motore nel processo rivoluzionario.[2]

Le componenti meno tendenti alla lotta armata dedicarono, all'interno del CPM, attenzione al concetto di Autonomia Proletaria. Si espressero in quei documenti per la prima volta parole e concetti che sarebbero poi state l'elemento fondante di altre esperienze della sinistra exraparlamentare, quale ad esempio Autonomia Operaia (Aut.Op.). Venne definita dal CPM l'Autonomia Proletaria come il contenuto unificante delle lotte degli studenti, degli operai e dei tecnici verificatesi nel 1968-69, intesa come "movimento di liberazione del proletariato dall'egemonia complessiva della borghesia",[2] movimento che coincide con il processo rivoluzionario. Rifacendosi ad una categoria politica del marxismo rivoluzionario, l'autonomia prendeva le distanze da istituzioni politiche borghesi (Stato, partiti, sindacati, istituti giuridici, ecc.), istituzioni economiche (l'intero apparato produttivo-distributivo capitalistico), istituzioni culturali (l'ideologia dominante in tutte le sue articolazioni), istituzioni normative (il costume, la "morale" borghese). Lo scopo finale era l'abbattimento del sistema globale di sfruttamento e la costruzione di un'organizzazione sociale alternativa, pur senza esplicitamente definire come necessario il ricorrere alla lotta armata quale strumento per ottenerla.

Il CPM continuò la sua azione per buona parte del 1970, divenendo una delle organizzazioni più attive a Milano. I punti di forza furono l'azione nelle fabbriche (appoggiandosi ai CUB e ai GdS fondanti) e nell'università.[senza fonte]

La strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e l'incrudimento del clima sociale che si ebbe all'inizio del 1970 contribuirono alla trasformazione del CPM in una organizzazione più centralizzata, Sinistra Proletaria (SP), dove la componente favorevole alla lotta armata quale strumento della lotta rivoluzionaria e di classe divenne man mano preponderante, dinanzi alla sensazione - percepita non solo nel CPM e SP ma in tutte le componenti della sinistra fino al PCI - di una pesante deriva a destra e involuzione autoritaria dello Stato, con pericoli di colpo di stato.

Nel settembre del 1970, con il Convegno di Pecorile, ebbe termine l'esperienza di SP e immediatamente dopo alcuni suoi componenti, quali Curcio, Cagol e Alberto Franceschini, fondarono le Brigate Rosse (BR), le cui prime azioni si datano alla fine dell'stesso mese di settembre 1970.[senza fonte]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G. Galli, Storia del Partito Armato, Edizioni CDE, Milano, 1986
  • Renato Curcio, Mario Scialoja, A viso aperto, Mondadori, 1993
  • Alberto Franceschini, Mara Renato ed io: storia dei fondatori delle B.R., Mondadori, 1998
  • V. Tessandori, Imputazione: Banda Armata, Garzanti 1977