Caryocar brasiliense

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Pequí
Pequi01.JPG
Classificazione Cronquist
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordine Theales
Famiglia Caryocaraceae
Genere Caryocar
Specie C. brasiliense
Classificazione APG
Regno Plantae
Ordine Malpighiales
Famiglia Caryocaraceae
Nomenclatura binomiale
Caryocar brasiliense
Cambess
Sinonimi

Piqui; Piquiá; Pequiá

ll pequì (Pyqui in Tupi-Guarani, py: pelle, qui: spine, ovvero "pelle con spine"; chiamato anche Piqui, Piquiá o Pequiá) è un albero nativo del cerrado brasiliano, il cui frutto è molto utilizzato nelle preparazioni alimentari della cucina sertaneja.

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Frutti in maturazione

L'albero di pequi cresce fino a 10 m di altezza. Si trova comunemente nel Brasile centrale, nell'habitat del cerrado[1] dal Pará meridionale fino al Paraná e al nord del Paraguay. Le sue foglie sono larghe, coriacee, pelose e palmate, con tre fogliette ciascuna. Diversamente da molte altre specie del cerrado, fiorisce nell'epoca secca, tra luglio e settembre.[1] I fiori bianco-giallastri sono ermafroditi e presentano molti stami; frequentemente si trovano un paio di dozzine di fiori per ogni infiorescenza.[1]

Pollinizzazione[modifica | modifica wikitesto]

La pollinizzazione è effettuata principalmente dai pipistrelli e come di consueto questo significa che i fiori non hanno un odorre piacevole, ma piuttosto che producono copiosamente il nettare. I fiori si aprono di sera e producono il nettare di notte, fino al mattino presto. Ogni notte, il nettare prodotto al mattino è quello che contiene più zuccheri, ma si produce in quantità minori. Le falene, le vespe notturne e le formiche visitano i fiori di notte; le prime due possono avere un ruolo minore nella pollinizzazione. Durante il giorno, i fiori sono visitati dalle api e dalle vespe, che si nutrono con il polline. Dal tramonto fino al termine della produzione del nettare, anche i colibrì visitano i fiori.[1]

Frutti[modifica | modifica wikitesto]

I frutti inizialmente presentano una colorazione violetta scura, che si evolve in verde oliva e infine verde a chiazze. I frutti maturi hanno la dimensione di un arancio e assomigliano al mangosteen (un altro lontano parente membro delle Malpighiales) per il fatto di avere la polpa del pericarpo divisa in 1-4 sezioni. La differenziazione varietale è notevole: le varietà presenti nel cerrado facilmente presentano un solo blocco di polpa con semente, mentre le varietà amazzoniche presentano frutti molto maggiore in dimensioni, che contengono 3-4 noccioli, con colorazione che varia dal giallo al bianco e in alcune piante sono assenti le spine. Sotto la pelle, i frutti hanno la polpa giallo intenso, con un fortissimo sapore e un aroma che ricorda allo stesso momento il dolce, la fruttato e un odore di formaggio; questo è causato dai numero di esteri etilici volatili che contiene. Al'interno del mesocarpo si trova un seme, di colore debole e contenuto in un guscio nerastro coperto di spine legnose e sottili, anche se in natura si trovano alcuni individui senza spine. Sia il mesocarpo, sia il seme, sono commestibili per l'uomo e per molti animali inclusi i carnivori quali il caracarà testagialla (Milvago chimachima).[2]

Uso[modifica | modifica wikitesto]

La polpa e l'olio di pequì ottenuto dal seme sono i prodotti più ricercati per il consumo umano diretto.

Quasi ogni parte della pianta è utilizzabile, sia per usi alimentari, sia per uso medicinale e per la costruzione. Il pequi occupa un posto importante nella cultura delle popolazioni originale del cerrado. Tradizionalmente, gli alberi di pequi sono piantati intorno al villaggio, i semi hanno bisogno di molto tempo per germinare così che le nuove piante devono essere seminate di continuo, per non avere interruzioni nella produzione. La richiesta del frutto è aumentata negli ultimi decenni, mentre l'habitat è sottoposto a uno stress sempre maggiore che minaccia la disponibilità del prodotto. Uno studio locale riporta:"Il pequi è il simbolo più evidente della destrutturazione dell'economia. Il pequi è generalmente consumato dalle popolazioni del cerrado ed è profondamente radicato nella cultura e nella cucina della regione. Per i Mineiros, gli abitanti del cerrado del Minas Gerais, il pequi non appartiene a nessuno, perché di tutti. Quindi, conservano l'abitudine ancestrale di raccoglierne in qualunque posto, sia la terra pubblica o privata, recintata o no, dato che il pequi è sempre stato accessibile a chiunque nella società tradizionale."[3]

Dell'osso di questo frutto viene estratto il 50% di olio vegetale, che ha una composizione chimica adatta per la produzione di biodiesel.[4]

Importanza ecologica[modifica | modifica wikitesto]

Vista l'importanza che hanno queste piante per l'alimentazione dei pipistrelli e il loro ruolo fondamentale nell'impollinazione, la scomparsa delle zone occupate dalla flora originale possono aver degli effetti negativi a lungo termine anche sulla produzione di frutti diversi dalla C. brasiliense. Questo è vero per altri impollinatori indigeni quali la Melipona quadrifasciata e la Scaptotrigona postica, dato che utilizzano le piante di pequi per la costruzione dei nidi nei buchi del tronco.[5][6] Preservare l'habitat dei pollinatori è probabilmente decisivo per garantirsi gli alti rendimenti di frutti ricercati e altri prodotti.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Melo (2001)
  2. ^ Olmos et al. (2006)
  3. ^ Soares dos Santos André et al. (2002)
  4. ^ http://www.agencia.cnptia.embrapa.br/gestor/agroenergia/arvore/CONT000fbl23vmz02wx5eo0sawqe3egcicvo.html
  5. ^ (EN) Yasmine Antonini e Rogério P. Martins, The value of a tree species (Caryocar brasiliense) for a stingless bee Melipona quadrifasciata quadrifasciata, in Journal of Insect Conservation, vol. 7, nº 3, 1º settembre 2003, pp. 167-174, DOI:10.1023/A:1027378306119, ISSN 1366-638X (WC · ACNP).
  6. ^ Y Anotnini e RP Martins, The value of a tree species (Caryocar brasiliense) for a stingless bee Melipona quadrifasciata quadrifasciata, in Journal of Insect Conservation, vol. 7, nº 3, July 2003, pp. 167–174, DOI:10.1023/A:1027378306119.

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