Antonia Barbiano di Belgiojoso

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Antonia Barbiano di Belgiojoso (Milano, 29 giugno 1730Milano, 13 ottobre 1773) è stata una scrittrice e mecenate italiana.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Figlia del principe Antonio Barbiano di Belgiojoso e di sua moglie, la contessa Barbara D'Adda, Antonia nacque a Milano il 29 giugno 1730. Suoi fratelli furono Alberico, successore ai titoli paterni, e Ludovico, cavaliere di Malta.

A soli sedici anni venne fatta sposare col conte Giovanni Maria Cavazzi della Somaglia di cui palesemente non era innamorata, ma col quale da moglie si trasferì nella residenza di Orio, nel lodigiano, pur compiendo di frequente viaggi a Milano dove la sua formazione e il vivace ambiente intellettuale la spinsero ben presto ad interessarsi di letteratura e di illuminismo. Tra gli artisti, pensatori e scrittori che Antonia conobbe a Milano, molti di questi furono poi ospiti della residenza di suo marito e lei ne fu una dei mecenati più generosi, supportando le opere dei fratelli Verri (suoi nipoti), di Cesare Beccaria, del matematico barnabita Paolo Frisi, del musicologo Giovenale Sacchi, dell'abate Alfonso Longo e persino di Carlo Goldoni che addirittura le dedicò una sua opera, La peruviana, rappresentata a Venezia nell'autunno del 1754. Lo scrittore istriano Gian Rinaldo Carli compose proprio presso il salotto Belgiojoso il celebre articolo La Patria degli italiani destinato ad essere pubblicato sulla rivista Il Caffè. Fu proprio grazie ai nipoti Verri (e in particolare a Pietro), che Antonia si legò profondamente all'ambiente de Il Caffé dal 1764 e sino al 1766 prendendo parte attivamente ai convivi organizzati a Milano, assistendo impotente alla tragica rottura tra il Verri e il Beccaria, che la distanziò inesorabilmente dai nipoti. Pietro commentò a tal proposito nel suo carteggio col fratello "[ella ha] un fondo di reale insensibilità ai mali altrui e di pensata apparente beneficenza che ti debbono porre in guardia",[1]

Dopo l'esperienza del Caffè conclusasi così bruscamente, la contessa Antonia continuò comunque a tenere salotto a Milano, abbandonato ormai completamente il marito, convivendo anche con Giovenale Sacchi col quale aveva intrapreso una relazione clandestina, suscitando l'indignazione dell'abate Giulio Arese che inutilmente e a più riprese tentò di sollecitare i sentimenti dell'ormai rassegnato conte di Orio. Malgrado la vita personale movimentata, dai suoi scritti sappiamo che Antonia in questo periodo della sua vita iniziò a sentirsi progressivamente sempre più sola, pur continuando a presenziare agli eventi della società milanese come avvenne nel 1769 quando l'imperatore Giuseppe II, frequentemente a Milano, spesso le recava visita e si mostrava in sua compagnia ad assistere a delle rappresentazioni a La Scala.

Durante gli anni della sua vita, visse assistita perlopiù dall'abate Alfonso Longo (col quale pure forse ebbe una relazione[2]) sino al 13 ottobre 1773 quando, colpita ormai da tempo da un male incurabile, giunse alla morte nel giro di breve tempo, poco dopo aver fatto testamento. Prima di morire diede inoltre ordine che venisse distrutta la sua copiosa corrispondenza con la figlia del duca di Modena Francesco III, Maria Elisabetta d'Este, sua intima amica e morta poi l'anno successivo, lasciando così che si perdesse per sempre un prezioso resoconto del costume e della moda femminile nel XVIII secolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ F. Forte, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, I, 2, Milano, 1923, p. 59
  2. ^ Si veda a tal proposito quando scritto da Pietro Verri nel suo carteggio al fratello Alessandro in F. Forte, Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, III, 1, Milano, 1923, p. 318

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • E. Landry-S. Ravasi, Un milanese a Roma. Lettere di Alfonso Longo agli amici del "Caffè" (1765-1766), in Archivio storico lombardo, XXXVIII (1911), pp. 102 e seguenti
  • A. Giulini, Nuovi documenti relativi all'avventura di Donna Maria Marina d'Este Colonna, ibid., XLVII (1920), Milano, p. 376
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