76/40 Mod. 1916 R.M.

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76/40 Mod. 1916 R.M.
76-40 R.M. Navale.jpg
Un 76/40 R.M. imbarcato.
Tipo Cannone contraerei navale/terrestre
Origine Regno Unito Regno Unito
Impiego
Utilizzatori ItaliaRegia Marina
ItaliaRegio Esercito
ItaliaMVSN
Spagna Spagna
Romania Romania
Conflitti Prima guerra mondiale
Seconda guerra mondiale
Produzione
Progettista Eslwick Works
Data progettazione 1893
Costruttore Ansaldo
Entrata in servizio 1916
Ritiro dal servizio 1943
Varianti 76/30 R.M.
Descrizione
Peso 1 676 kg
Lunghezza 3 139 mm
Lunghezza canna 3 048 mm
Rigatura 16 righe sinistrorse costanti
Calibro 76,2 mm
Tipo munizioni cartoccio-granata
Peso proiettile 6,016-6,820 kg
Cadenza di tiro 12-15 tiri/min
Velocità alla volata 690 m/s
Tiro utile 5 500 m
Gittata massima 6 000 m
Elevazione -5°/+75°
Angolo di tiro 360°
Corsa di rinculo 270 mm
Sviluppata da Armstrong QF 12 pounder 12 cwt
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Il 76/40 Mod. 1916 R.M. (Regia Marina) fu un cannone italiano, utilizzato principalmente nella prima guerra mondiale ed anche nella seconda guerra mondiale. Fu uno dei principali calibri minori dell'artiglieria italiana, diffuso prevalentemente a supporto delle unità navali leggere.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Un 76/40 R.M. in installazione antiaerea terrestre.

Il pezzo deriva dal cannone Armstrong QF 12 pounder 12 cwt, Armstrong 76/40 Mod. 1897 secondo la nomenclatura italiana, prodotto sul licenza dalla Ansaldo ed impiegato dalla Regia Marina come pezzo antinave imbarcato sulla maggior parte del suo naviglio sottile dagli anni dieci fino alla seconda guerra mondiale. Equipaggiò dalle navi da battaglia classe Caio Duilio agli incrociatori corazzati della fortunata classe "Giuseppe Garibaldi"; agli incrociatori classe Pisa e San Giorgio fino ai dragamine ed al naviglio minore. Durante la Grande Guerra furono installati anche su pianali ferroviari che garantivano, insieme alle mitragliatrici Colt-Browning M1895, la difesa antiaerea ai treni armati della Regia Marina. Su pontoni armati operati da personale sia del Regio Esercito che della Regia Marina, fu impiegato nella difesa di Venezia.

Dal 1933 venne destinato alle opere fisse di difesa antiaerea del territorio nazionale, nelle batterie dal Regio Esercito e soprattutto della MDICAT, e delle coste ed infrastrutture portuali nelle batterie della MILMART. Alcuni di questi cannoni furono anche utilizzati nelle opere del Vallo Alpino. Allo scoppio della seconda guerra mondiale risulta ancora in servizio sia sulle unità di seconda linea della marina che, in 492 bocche da fuoco,[2] con le batterie antiearee territoriali.

Il cannone, vista la carenza dei moderni 75/46 C.A. Mod. 1934 e 90/53 Mod. 1939, rimase in servizio nelle batterie fisse, insieme ai pezzi da 76/45 Mod. 1911, 75/27 C.K. e 75/27 A.V., per tutta la seconda guerra mondiale.

La maggior parte di questi cannoni era progettata per svolgere una funzione antiaerea o antinave.[1] Nonostante la sua grande diffusione, le capacità operative di questo cannone non erano delle migliori, soprattutto in funzione antiaerea, data la sua relativamente ridotta gittata massima.[1]

Di progettazioni italiana invece era la versione con canna accorciata, il cannone da 76/30 R.M. o Mod. 1915, utilizzato sui cacciatorpediniere classe Rosolino Pilo e La Masa, sui sommergibili classe F,[3] W e Pacinotti, su rimorchiatori e dragamine.[4] in postazione fissa in patria e nelle colonie e soprattutto per armare gli autocannoni da 76/30 R.M.

Tecnica[modifica | modifica wikitesto]

La canna, in acciaio, con l'otturatore a vitone tronco-conico, pesa 660 kg e scorre su una culla a manicotto con due cilindri elastici idraulici e recuperatore a molla, incavalcata su un affustino a forcella. Gli affusti variano a seconda dell'impiego:[5]

  • Mod. 1915: affusto a piedistallo in acciaio, poteva essere inchiavardato al ponte delle navi o a basi di calcestruzzo e a piattaforme di legno negli impianti costieri; peso completo dell'installazione: 1790 kg; elevazione: -10°/+42°.
  • RM Mod. 1916: affusto navale a piedistallo c.a. da 76/40; peso completo dell'installazione: 1790 kg; elevazione: -10°/+65°.
  • Ansaldo Mod. 1917: affusto navale; peso dell'installazione: 2676 kg; elevazione: -10°/+75°.

Il pezzo richiedeva 7 serventi, che potevano garantire una cadenza di tiro da 12 a 15 colpi al minuto. Il brandeggio, sia sul 76/40 che sul 76/45, era unicamente manuale: questo limitava le prestazioni dell'arma in quanto non permetteva l'asservimento alla Centrale di tiro Mod. 1937 "Gala" di cui erano munite le batterie, per cui i dati di tiro dovevano essere comunicati dal tavolo previsore ai singoli pezzi via telefono, compromettendo la rapidità e la precisione del tiro.

Il munizionamento, a cartoccio proietto, era basato sulla Granata da 76/40 c.a., in acciaio, pesante 6,016 kg e caricata a tritolo, con spoletta ad accenditore pirico. Lo Shrapnel da 76/40, pesante 6,82 kg, utilizzata nel tiro antinave, venne dismessa prima della guerra.[6]

Autocannone da 76/30 R.M.[modifica | modifica wikitesto]

Autocannone da 76/30 su Lancia Ro.

La versione in 30 calibri, la 76/30 Mod. 1914 R.M., realizzata per la Regia Marina nel 1917, fu impiegata anche per l'allestimento di autocannoni basati su autocarri Fiat 18 BLR.[7] Durante la guerra furono costituite due batterie, seguite da una terza negli anni '20, per un totale di 14 pezzi. Gli stessi cannoni, durante la seconda guerra mondiale furono reimpiegati dalla Regia Marina per armare gli autocannoni, equipaggiati dalla Milizia Marittima di Artiglieria (MILMART) della MVSN e destinati ad aumentare il volume di fuoco disponibile per le Divisioni del Regio Esercito. Durante la Seconda guerra mondiale, le officine libiche installarono gli stessi 14 pezzi prima sui nuovi autocarri pesanti Lancia Ro, poi, nel 1942, sul più potente Fiat 634N.[8] La 13ª e la 14ª Batteria ebbero cinque autocannoni Lancia ciascuno, la 16ª quattro. Quest'ultima batteria venne aggregata alla 16ª Divisione fanteria "Pistoia", mentre la 14ª fu assegnata alla 60ª Divisione fanteria "Sabratha".[9] Sei autocannoni furono invece allestiti sullo scafo del Fiat 634, assegnati fino alla fine delle operazioni in Tunisia alla 131ª Divisione corazzata "Centauro".

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • F. Grandi, Dati sommari sulle artiglierie in servizio e sul tiro, Ed. fuori commercio, 1934.
  • F. Grandi, Le armi e le artiglierie in servizio, Ed. fuori commercio, 1938.
  • Ralph Riccio e Nicola Pignato, Italian Truck-Mounted Artillery, 2010.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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