Specismo

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Lo specismo è l'attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui a seconda della loro specie di appartenenza. Il termine fu coniato nel 1970 dallo psicologo britannico Richard Ryder, per calco da razzismo e sessismo, con l'intento di descrivere in particolare gli atteggiamenti umani che coinvolgono una discriminazione degli individui animali non umani, inclusa la concezione degli animali come oggetti o proprietà. Il termine viene usato comunemente nel contesto della letteratura sui diritti animali, per esempio nelle opere di Peter Singer e Tom Regan.

« Se non c'è giustificazione morale all'ignorare la sofferenza quando è presente – ed essa è presente nelle altre specie – che cosa dire del nostro atteggiamento nei confronti di queste altre specie? Richard Ryder […] usa il termine speciesism («specismo») per definire la nostra convinzione di aver diritto a trattare i membri di altre specie in una maniera che non sarebbe ammessa per i membri della nostra stessa specie. Il termine […] rende bene le analogie tra questo atteggiamento e il razzismo. Il non razzista farà bene a tenerle presenti quando è portato a difendere il comportamento umano nei confronti dei non umani. «Non dobbiamo preoccuparci della condizione della nostra stessa specie prima di occuparci delle altre?» si chiederà, magari, il non razzista. Se sostituiamo «razza» a «specie» vediamo che si tratta di una domanda che è meglio non porsi. «È adeguata, dal punto di vista della nutrizione, una dieta esclusivamente vegetariana?» è una domanda che richiama alla mente l'argomento del proprietario di schiavi secondo cui lui e tutta l'economia del Sud sarebbero andati in rovina senza il sostegno della manodopera schiava. C'è perfino un parallelo con gli scetticismi e i dubbi circa le sofferenze degli animali, perché secondo alcuni schiavisti c'era da dubitare che i negri soffrissero nella stessa misura dei bianchi. »
(Peter Singer, Le sofferenze inflitte agli animali (The sufferings of the Animals, Oxford, 1973), in Comunità, edizione 170, 1973, pag. 251)

Fra le variabili giustificazioni dello specismo alcune possono essere:

  • la replica dei meccanismi naturali di lotta fra specie
  • la negazione dei meccanismi naturali di selezione e competizione all'interno della specie
  • la concezione di diritto attribuibile soltanto ad un essere umano raziocinante

Le prime due giustificazioni non sono però funzionali alla selezione della specie considerando che lo sfruttamento animale per la maggior parte è a fini alimentari, ludici e per il vestiario, in quanto l'uomo può nutrirsi per tutto il corso della sua vita con una dieta vegetale [1] e la sua sopravvivenza non è legata agli spettacoli che utilizzano animali o all'uso di materiali di origine animali per l'abbigliamento.

Tale protezione viene estesa anche agli umani che non rientrerebbero in alcune delle categorie sopra citate, ma comunque appartenenti alla specie umana (neonati, handicappati mentali, malati in coma). Gli antispecisti ritengono che la morale e l'etica comune, così come gli ordinamenti nazionali ed internazionali, siano ad oggi contraddistinti da una filosofia specista.

Più nello specifico, alcune possibili definizioni di specismo:

  • Un pregiudizio o un atteggiamento pregiudizialmente favorevole agli interessi dei membri della propria specie e contro i membri delle altre specie.[2]
  • L'idea che sia giustificabile accordare una preferenza ad esseri semplicemente per il fatto che sono membri della specie Homo sapiens.[3]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ (EN) American Dietetic Association, Dietitians of Canada. Position of the American Dietetic Association and Dietitians of Canada: Vegetarian diets. Journal of the American Dietetic Association, June 2003; Volume 103: Pages 748-765 - Canadian Journal of Dietetic Practice and Research, Summer 2003; Volume 64 (2): Pages 62-81. (IT) Traduzione a cura di Luciana Baroni).
  2. ^ Peter Singer, Animal Libération, in New York Review of Books, New York 1975, pag. 7.
  3. ^ Peter Singer, Animal Liberation at 30, in New York Review of Books, 15 maggio 2003, pag. 23.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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