Ritiro di Santa Valeria

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Il ritiro di Santa Valeria e di San Luca era una istituzione religiosa milanese che aveva lo scopo di dare asilo alle ex prostitute pentite e senza mezzi di sostentamento denominate “convertite”.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il ritiro di Santa Valeria - situato nell'attuale omonima via - si trovava nelle immediate adiacenze della Basilica di Sant'Ambrogio e nei pressi del Convento di San Francesco Grande a Milano, soppresso nel 1798, ovvero Convento di San Vittore all'Olmo, sulla cui area sorge l'attuale Carcere di San Vittore.
Il ritiro di Santa Valeria era il posto più malfamato e miserabile della città di Milano. Ebbe origine nel 1532 per iniziativa di un pio laico di nome Bruno Cremonesi che diede asilo ad alcune ex prostitute pentite in una casupola nei pressi della Chiesa di Santa Valeria da cui prese il nome l'istituzione. L'anno seguente, in seguito al riconoscimento ufficiale da parte del duca Francesco II Sforza, alcuni cittadini abbienti, preoccupati per la pubblica morale, acquistarono un apposito stabile nei pressi della chiesa di San Francesco, dove le "convertite" erano libere di starvi per un anno di noviziato prima di accettare la "regola" che implicava un trattamento così duro da trasformare di fatto quella pia istituzione in un carcere a vita[1].
Nata come iniziativa laica e secolare, si reggeva in parte con il lavoro stesso delle "convertite", ma soprattutto con le offerte e le donazioni spontanee dei cittadini e rimase sotto la giurisdizione del Senato di Milano fino al 1674 per passare a quella ecclesiastica ad opera del cardinale Alfonso Litta.
Il ritiro di Santa Valeria fu soppresso da Giuseppe II nel 1785. L’edificio che lo ospitava fu venduto al conte Alfonso Castiglioni e demolito nei primi anni del XIX secolo.

Personaggi celebri[modifica | modifica wikitesto]

Stemma De Leyva

Vi fu rinchiusa, per ordine del cardinale Federico Borromeo, suor Virginia Maria de Leyva, al secolo Marianna de Leyva feudataria di Monza, nel 1608 e li fu murata viva[2]in una cella[3] per ben 13 anni per espiare la condanna per i reati commessi, ma anche come massimo oltraggio a ciò che ella rappresentava: il potere dell'occupante spagnolo in terra di Lombardia. Qui visse, per esplicito volere di suor Virginia medesima, per altri 28 anni dopo che le fu condonata la pena, e qui morì il 17 gennaio del 1650, a settantacinque anni d'età e nella più assoluta miseria, dimenticata da tutti, nonostante fosse bisnipote del potente Antonio de Leyva, comandante delle truppe imperiali di Carlo V in Italia, investito della contea di Monza dopo l'esito favorevole della Battaglia di Pavia (1525) in cui era stato fatto prigioniero il re Francesco I di Francia.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall'Oglio editore 1962

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Senato di Milano nel 1551 decretò, per esempio, che la tentata fuga di una delle “convertite” dovesse essere punita prima con il marchio a fuoco in fronte e poi con l'espulsione dal convitto.
  2. ^ La stessa suor Virginia Maria de Leyva scrive: "Per li miei peccati ha voluto la giustizia del Signore che io sia stata posta in un carcere di braza trei e de lunghezza cinque (1,80x3 metri) et murato la porta et finestra in tallo modo che non vedeva se non tanto spiracolo bastante a pena per dire l'Offitio. Priva di ogni conforto humano, colma di calamità ed disagij et anco infirmità insieme, de'quali anco in quel statto senza alcuno mezo de homini, la bontà d'Iddio incomprensibile mi diè mo' di risanare, che se potessi nararli a viva voce tutto si stupirebbe et farebbe grandissimo cuore in Dio. In questa carcere sono vissuta anni tredici...sì, Signora, chè nelle penitenze et confusione si ritrova Cristo; et non si cangierebbe questo statto, in esere la prima donna del mondo..."
  3. ^ La tipologia della cella in cui fu murata viva suor Virginia Maria de Leyva corrispondeva ai canoni previsti dalla regola dei frati cappuccini di San Francesco per le celle dei frati, concepite come luogo di preghiera e di raccoglimento e quindi essenziali. Queste celle erano costituite da una stanzetta rettangolare di metri 2,2 x 2,6, con una superficie di circa 5,7 metri quadri con una semplice porta e una finestrella. Il nuovo convento di San Francesco di Milano, progettato dall’ingegner Cesare Nava ed iniziato a costruire il primo luglio del 1897, ne perpetuava la tipologia appena di poco ampliata rispetto al passato.