Mohammed Saeed al-Sahhaf

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Mohammed Saeed al-Sahaf (in arabo محمد سعيد الصحاف, spesso conosciuto in occidente come Mohammed Said al-Sahhaf; al-Hilla, 1940) è un politico e diplomatico iracheno.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque ad al-Hilla, vicino Karbala, nel 1940. Nel 1963 aderì al Partito Baath (lo stesso di Saddam Hussein) e fu nominato ambasciatore presso la Svezia, la Malesia, l'India, le Nazioni Unite e l'Italia, per poi tornare in Iraq nel 1992, anno in cui Saddam lo nominò Ministro degli esteri. Nell'aprile del 2001 venne esonerato da questo incarico, ed i motivi di questo "licenziamento" sono ignoti, anche se era opinione comune che la sua azione diplomatica avesse ottenuto risultati peggiori rispetto al suo predecessore, Tareq Aziz: pare comunque che fu Uday Hussein, figlio del dittatore, ad ordinare la sua rimozione. Venne comunque parzialmente ricompensato dall'assegnazione del Ministero dell'Informazione.

Divenne famoso per le sue improbabili dichiarazioni durante la guerra in Iraq del 2003. Egli, il 7 aprile, affermò che non vi erano americani a Baghdad e che le truppe di Saddam stavano comodamente vincendo la guerra, al punto che i soldati americani, terrorizzati dai "colleghi" iracheni, si stessero suicidando impiccandosi nei cancelli delle città. Malgrado la caduta ormai imminente del governo dittatoriale ed il crollo militare, Saeed al-Sahaf si spinse molto in là nelle dichiarazioni: l'8 aprile dichiarò che "I carri armati statunitensi saranno catturati o bruciati. Gli americani si arrenderanno".

Queste dichiarazioni incaute lo resero il bersaglio preferito dei media occidentali: negli U.S.A. venne soprannominato Baghdad Bob (riprendendo un famoso nomignolo di Jane Fonda, ovvero Hanoi Jane), mentre in Italia e Gran Bretagna fu ribattezzato Alì il Comico (con allusione al Ministro della difesa Ali Hassan al-Majid, il cui pseudonimo era Alì il Chimico).

Involontariamente, Saeed al-Sahaf divenne un fenomeno mediatico: incominciavano a vendersi magliette con la sua faccia e i suoi slogan infausti; nacque un sito internet che lo prendeva in giro costantemente e che aveva circa 4.000 visite al secondo (WeLoveTheIraqiInformationMinister.com); attraverso alcuni fotomontaggi venne raffigurato durante le situazioni storiche più svariate (la battaglia di Waterloo, lo sbarco in Normandia, il film Star Wars).

Anche se era chiaro che le sue dichiarazioni fossero false, nel mondo arabo al-Sahaf venne creduto per molto tempo: la televisione siriana, ad esempio, non trasmise immagini sulla guerra perché la giudicava ormai vinta dalle truppe irachene. Quando poi le truppe anglo-americane entrarono a Baghdad molti arabi, intervistato dai mass-media locali, furono costretti ad ammettere che al-Sahaf si era inventato tutto di sana pianta.

A guerra ormai persa egli abbandonò l'Iraq raggiungendo, secondo le truppe americane, la Siria. Il 25 giugno del 2003 il quotidiano londiense The Daily Mirror annunciò la sua cattura, ma tale notizia non venne confermata né dalle autorità militari né dalla sua famiglia, che era stata intervistata da Abu Dhabi TV. Il giorno successivo egli stesso venne intervistato dalla stessa rete: egli affermò di essersi arreso alle truppe americane e si dichiarò non convinto dalle prove secondo cui Saddam Hussein fosse morto. Durante l'intervista egli fu molto introverso, e quasi sempre rispondente alle domande con un "sì" o con un "no": secondo alcuni, per quelle dichiarazioni fu pagato $200,000. Una cosa era certa: al-Sahaf non era quel personaggio iperbolico ed arrogante che era prepotentemente entrato in scena durante il conflitto.

Dopo altre dichiarazioni alle autorità militari, al-Sahaf venne rilasciato dagli americani: falsa era dunque la notizia, fatta trapelare ad arte da lui stesso, che si fosse impiccato. Attualmente egli vive negli Emirati Arabi Uniti con la sua famiglia.

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