Leonida di Taranto

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Leonida o Leonide (Taranto, 320 o 330 a.C.Alessandria d'Egitto, 260 a.C.) è stato un poeta greco antico.

È considerato il maggiore esponente della scuola dorico-peloponnesiaca. Nacque a Taranto in epoca magno-greca e morì ad Alessandria d'Egitto in data incerta, visto che della sua vita poco si conosce, se non quello che si può desumere dai suoi epigrammi. Questi, tra i più belli della poesia greca, sono un po' più lunghi della media e possono pertanto anche essere interpretati come brevi elegie. In essi, con toni realistici, Leonida tratta in prevalenza della miseria e dei personaggi più umili delle poleis ellenistiche.

Vita[modifica | modifica sorgente]

Leonida visse a Taranto fino al 272- 270 a.C., fino a quando non fu conquistata dai romani. Quando la città stava per cedere, Leonida fu tra i pochi abitanti della città a fuggire: un gesto che inizialmente egli interpretò come una benedizione avendo evitato la schiavitù, ma che presto si rivelerà un'amarissima illusione, giacché da allora, e fino alla morte, egli sarà costretto a vivere lontano dalla patria, misero ed errabondo, vivendo «una vita che vita non è» come scrisse in un celebre epigramma. Dopo tanto penare (viaggiò per la Grecia, l'Asia Minore e il sud Italia) si rifugiò ad Alessandria d'Egitto, dove morì intorno al 260 a.C.

Di temperamento anticonformista e contestatore, Leonida disprezzò la frivolezza, la menzogna, il lusso: secondo il suo pensiero la felicità è nella tranquillità, e la tranquillità la si trova solo conducendo una vita modesta e solitaria. Visse quindi in misere dimore fra i campi o lungo la riva del mare, e condusse vita povera ed errabonda. Leonida, per esempio, così descrive la sua capanna:

« Andatevene topi, da questa capanna

nutrire topi non può la misera dispensa di Leonida.

Al vecchio basta avere il sale e due pani di farina grezza: fin dal tempo degli avi questo vitto lodammo. »

Si legge in un suo celeberrimo epitaffio, scritto mentre era in esilio, presente ancora oggi nel Palazzo di Città di Taranto:

« Riposo molto lontano dalla terra d'Italia

E di Taranto mia Patria E ciò m’è più amaro della morte.

Tale destino hanno i nomadi

A conclusione della loro inutile vita!

Le Muse però mi hanno caro!

Ed a compenso delle mie afflizioni

Mi offrono una dolcezza di miele.

Il nome di Leonida non tramonta per esse: I loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sole. »

Produzione[modifica | modifica sorgente]

La produzione di Leonida, varia e cospicua, fu apprezzata da alcuni dei maggiori scrittori latini, come Cicerone (Ad Atticum, IX, 7, 5 e 18, 3; X, 2, 1), Catullo, Ovidio e Properzio. A Pompei, inoltre, nella "casa degli epigrammi greci", è presente una pittura parietale che rappresenta il contenuto di un epigramma di Leonida (Anthologia Palatina, VI, 13), dove un cacciatore, un uccellatore e un pescatore consacrano al dio Pan le loro reti.

Epigrammi votivi[modifica | modifica sorgente]

Numerosi epigrammi votivi composti da Leonida sono indirizzati a persone appartenenti agli strati più umili della società (artigiani, pastori, contadini e pescatori), i quali, ormai anziani, dedicano agli dèi i loro strumenti del mestiere.

Alcuni esempi:

  • Il falegname in pensione (Anthologia Palatina, VI, 205)
  • Socare e la Fame (Anthologia Palatina, VI 298)

Epigrammi funerari[modifica | modifica sorgente]

Alcuni esempi:

  • Maronide e il vino (Anthologia Palatina, VII, 455)
  • Il sepolcro del pastore Clitagora (VII, 657)

Epigrammi di mare[modifica | modifica sorgente]

Un consistente gruppo degli epigrammi di Leonida è costituito dagli epitafi per coloro che hanno passato la loro vita in mare e in mare sono morti.

Alcuni esempi:

  • L'Epitafio del pescatore (Anthologia palatina, VII, 295)
  • Lo squalo (Anthologia palatina, VII, 506)
  • Il naufrago (Anthologia palatina, VII, 652)

Epigrammi autobiografici[modifica | modifica sorgente]

Alcuni esempi:

  • L'uomo e il tempo (Anthologia palatina, VII, 472)
  • L'accontentarsi di poco (Anthologia palatina, VII, 736)

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Livio Andronico, altro letterato originario di Taranto, era ancora un bambino quando i Romani conquistarono la città intorno al 275-270 a.C. e lo presero come schiavo; una volta nell'Urbe, egli sarà benvoluto dal suo padrone, che lo introdurrà nei più importanti circoli letterari. Una volta liberato per i suoi meriti, diventerà il primo grande autore della letteratura latina, morendo ricco e famoso.

Una vita, la sua, all'esatto opposto di quella di Leonida che, dalla fuga da Taranto, ad eccezione dell'incolumità, ricaverà una vita di stenti e dolore, morendo poverissimo.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ida Biondi, L'Ellenismo e la Tarda grecità, Antologia della letteratura greca, 2006, Antologia Palatina, Einaudi

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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