Handicap (medicina)

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Nella classificazione dell'OMS ICIDH (International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps, classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap) del 1980 si definiva con handicap lo svantaggio sociale della persona con disabilità.
Quest'ultimo termine si riferiva invece alla menomazione alla base dell'handicap. Questo documento è ora superato dall'International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF), classificazione internazionale del funzionamento, disabilità e salute) del 2001 dove il termine disabilità comprende le difficoltà sia a livello personale che sociale, mentre il termine handicap viene sostituito dal concetto di restrizione della partecipazione sociale.

Il termine deriva dalla parola inglese che nello sport indica uno svantaggio assegnato ai competitori più forti per rendere più interessante una gara (vedi l'handicap nel golf).
In genere la disabilità che causa l'handicap è rappresentata da difficoltà sensoriali o legate alla mobilità o alle relazioni con il prossimo. Alcuni esempi di handicap fisico oltre alla sordità o la cecità possono essere la paraplegia, la distrofia muscolare, la paralisi cerebrale infantile (detta anche paresi spastica). In campo psichiatrico possono essere persone affette da schizofrenia, ritardo mentale, autismo, sindrome di Down.

Il termine handicappato nel linguaggio corrente viene usato come sinonimo di disabile, che prevale ad esempio nel linguaggio burocratico, ma è forse ritenuto troppo crudo (per via del prefisso dis-) per essere usato altrove; recentemente persino il termine handicappato è stato contestato e se ne è proposta la sostituzione con "diversamente abile" o "diversabile".

Indice

[modifica] Storia dell'inserimento sociale in Italia

Il problema dell'inserimento sociale dei portatori di handicap è stato posto in Italia a partire dagli anni sessanta per superare lo stato di segregazione in cui vivevano. Fino ad allora l'unica risposta che veniva data ai loro problemi era di natura sanitaria e prevedeva, di fatto, come soluzione la segregazione in istituti appositi.
I primi tentativi di inserimento furono opera di gruppi come la Comunità di Capodarco di Fermo, fondata da Don Franco Monterubbianesi (1966) e la Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini, fondata da don Oreste Benzi (1968). Tali gruppi hanno come stile di vita la condivisione con i più svantaggiati, che ha portato come prima cosa a fondare delle strutture di convivenza con i portatori di handicap (case-famiglia). Dal lato dell'handicap psichico ha avuto molto peso l'esperienza di Franco Basaglia a Trieste per il superamento dei manicomi.

Le esperienze suddette hanno incontrato inizialmente molte difficoltà. La società non era preparata ad accogliere i portatori di handicap, sia per una diffusa diffidenza nei loro confronti, che per la mancanza di infrastrutture. Infatti i portatori di handicap non necessitano solo di assistenza sanitaria sul territorio, ma anche di attenzioni particolari per la mobilità e l'inserimento nel lavoro e nella scuola. Quindi è stato necessario intraprendere un'azione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica parallela a rivendicazioni che hanno ha portato a diversi provvedimenti legislativi. Fra questi i principali sono stati (in ordine cronologico):

Diversi enti e associazioni si occupano delle problematiche dei portatori di handicap a livello nazionale, come ad esempio l'Associazione Italiana Assistenza Spastici (AIAS), la FISH - Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap e l'Anffas (Associazione nazionale famiglie di fanciulli e adulti subnormali, rinominata nel 1997 in Associazione nazionale famiglie di disabili intellettivi e relazionali).

[modifica] Origine del termine

Per quanto riguarda l'etimologia remota del termine, sembra che l'origine risalga al nome di un gioco d'azzardo con monete che erano estratte a sorte con la mano (ingl. hand) da un cappello (ingl. cap) che le conteneva (ingl. in). [1] Si trattava probabilmente di un tipo di lotteria in cui il vincitore era penalizzato: da qui l'idea di svantaggio che connoterà poi il termine in tutti i suoi ambiti d'uso. [2]

La prima attestazione del termine in lingua italiana sembra comunque risalire addirittura al 1887 tra le pagine del Resto del Carlino, dove è usato con il significato di competizione in cui, per equiparare le possibilità di vittoria, si assegna uno svantaggio al concorrente ritenuto superiore o un vantaggio a quello ritenuto inferiore (non concorda però lo Zingarelli che ne attesta il primo uso nel 1898). Il nucleo originario di significato sembra dunque doversi rintracciare in ambito sportivo, o meglio in campo ippico. Cfr Handicap nell'ippica.

Da qui l'estensione all'uso figurato ad indicare fatto o situazione che mette una persona in condizione di inferiorità e la conseguente accezione nel linguaggio tecnico medico in cui vale come incapacità di provvedere a sé, interamente o parzialmente, alle normali necessità della vita individuale e sociale, determinata da una deficienza, fisica o psichica, e da una conseguente incapacità a livello della persona, avente conseguenze individuali, familiari e sociali. [3]

[modifica] Note

  1. ^ Oxford English Dictionary, London, 1933, voll. 13
  2. ^ Grande dizionario enciclopedico, Utet, Torino, 1966-1979
  3. ^ Vocabolario Treccani

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