Fortezze marittime Maunsell

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Fortezze marittime Maunsell
Maunsell Sea Forts
Il complesso dell'esercito di Shivering Sands
Il complesso dell'esercito di Shivering Sands
Stato Regno Unito Regno Unito
Informazioni generali
Tipo Torri fortificate
Utilizzatore Regno Unito Regno Unito
Funzione strategica Difesa dalle incursioni aeree tedesche che passavano sulla foce del Tamigi
Termine costruzione 1942
Materiale cemento e acciaio

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Le fortezze marittime Maunsell (in inglese Maunsell Sea Forts) erano delle piccole piattaforme marittime poste sull'estuario dei fiumi Tamigi e Mersey durante la Seconda guerra mondiale, come ulteriore difesa della Gran Bretagna. Prendono il nome dal loro ideatore, l'ingegnere Guy Maunsell. Furono abbandonate dall'esercito e dalla marina inglesi negli anni cinquanta, e successivamente utilizzate per altre attività. Una di queste vide la nascita del cosiddetto Principato di Sealand.

Indice

Le fortezze [modifica]

La posizione dei forti Maunsell

Quattro delle fortezze marittime di Maunsell furono costruite nel 1942 sull'estuario del fiume Tamigi dalla Royal Navy, per prevenire bombardamenti tedeschi nell'entroterra inglese.

I forti-piattaforme, che erano sostenuti da due grandi pilastri in cemento, furono:

  • Rough Sands (U1)
  • Sunk Head (U2)
  • Tongue Sands (U3)
  • Knock John (U4)

Queste strutture erano delle chiatte, aventi sulla superficie superiore due larghe colonne. Una volta affondate le navi, che venivano rimorchiate fino al luogo prescelto (in generale una secca), si poteva costruire una piattaforma sopra i piloni sporgenti dall'acqua. Tutte erano equipaggiate con radar, due cannoni antiaerei da 94 mm ed altri due da 40 mm[1].

L'esercito costruì inoltre sull'estuario del Tamigi i tre forti Nore (U5), Red Sands (U6) e Shivering Sands (U7) ed altri tre su quello del Mersey (in Inghilterra nord-occidentale). I complessi dell'esercito erano composti da sei casematte sostenute da quattro piloni di cemento collegate con pontili metallici ad un settimo forte al centro. Le fortezze avevano 4 cannoni QF 3,75 pollici, e 2 Bofors 40 mm. Durante la guerra queste fortezze abbatterono 22 aerei tedeschi e 30 bombe volanti (come le temibili V1)[2].

Storia dei forti dopo la guerra [modifica]

Il forte della marina Knock John.

Nel 1953 la nave norvegese Baalbeck andò a collidere con una di queste fortezze, la U5 Nore, distruggendo due torrette, compresi armi e radar, ed uccidendo 4 civili; i resti delle torrette vennero rimossi definitivamente nel 1959[3]. Nel 1963 una delle torri della U7 Shivering Sands fu persa dopo lo scontro con una nave. Nel 1964 l'Autorità portuale di Londra posizionò dei sensori per il vento e la marea su una delle torri. La fortezza U2 Sunk Head venne invece distrutta dal Genio militare negli anni sessanta, mentre il forte U3 Tongue Sands crollò dopo una tempesta nel 1996. A partire dagli anni sessanta numerose piattaforme divennero sedi di radio pirata: Radio Sutch, poi diventata Radio City, su Shivering Sands, Radio Invicta, poi divenuta KING Radio, su Red Sands, Radio 390 su Sunk Head, Radio Tower e poi Radio Essex su Rough Sands. Le radio pirata vennero infine chiuse dal governo britannico nel 1967.

Nel 1967 Paddy Roy Bates si installò nel forte Rough Sands fondando una radio pirata, e in seguito svolgerà diverse attività per rivendicare l'indipendenza dalla Gran Bretagna della piattaforma, che sorge fuori dalla acque territoriali inglesi. L'installazione venne quindi rinominata Sealand.

Dal 2003 il Progetto Redsand si occupa di restaurare e conservare l'omonimo forte[4].

Durante l'estate del 2005 l'artista Stephen Turner decise di provare la sensazione di trascorrere del tempo all'interno di una di queste fortezze, per sperimentare l'esperienza dell'isolamento.[5]

Nei media [modifica]

Note [modifica]

  1. ^ (EN) The Naval Sea Forts da HerneBayOnline
  2. ^ (EN) The Maunsell Army Sea Forts da HerneBayOnline
  3. ^ (EN) Maunsell Army Sea Forts su Underground Kent
  4. ^ (EN) Project Redsand da project-redsand.com
  5. ^ (EN) The Seafort Project da seafort.com

Bibliografia [modifica]

Voci correlate [modifica]

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Collegamenti esterni [modifica]