Battaglia dell'Idaspe
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| Battaglia dell'Idaspe | |||||||
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| Parte delle guerre di Alessandro Magno | |||||||
Dipinto di Charles Le Brun che ritrae Alessandro e Poro durante la battaglia dell'Idaspe |
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| Schieramenti | |||||||
| Macedoni | Idaspe (regno Indiano) | ||||||
| Comandanti | |||||||
| Alessandro Magno | Poro | ||||||
| Effettivi | |||||||
| 4.000 cavalieri 50.000 fanti |
2.000 cavalieri 20.000 fanti 200 elefanti da guerra |
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| Perdite | |||||||
| 4.000 morti tra la fanteria Poche perdite tra la cavalleria |
2.000 cavalieri 18.000 fanti 500 arcieri |
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| Guerre di Alessandro Magno |
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| Cheronea – Granico – Isso – Tiro – Gaugamela – Fiume Idaspe |
Battaglia dell'Idaspe è il nome dato ad una battaglia combattuta da Alessandro Magno nel 326 a.C. contro il re indiano Poro (Paurava, Pururava o Purushottama in Sanscrito) presso il fiume Idaspe (ora Jhelum) nel Punjab. Il regno di Poro era situato nella parte dell'antica India che oggi corrisponde all'attuale Pakistan. La battaglia fu l'ultima delle grandi battaglie combattute da Alessandro. Sebbene ne fosse uscito vittorioso, l'esercito di Alessandro, esausto, si rifiutò di avanzare ulteriormente verso l'India. Per la prima volta dopo tanti anni (dalla battaglia di Gaugamela), l'esercito dei macedoni vide ancora l'utilizzo degli elefanti da guerra. Poro oppose una strenua resistenza all'avanzata macedone.
Indice |
[modifica] Luogo
La battaglia ebbe luogo sulla riva orientale del fiume Idaspe, (ora chiamato Jhelum) affluente del fiume Indo, vicino alle odierne Lilla e Bhora, in Pakistan.
[modifica] Preludio
Dopo aver sconfitto l'Impero achemenide nel 328 a.C., Alessandro iniziò una nuova campagna diretta verso i regni dell'India nel 327 a.C.. Le stime della consistenza dell'esercito di Alessandro variano tra i 35.000 uomini (di cui almeno un terzo cavalieri) ed i 120.000.
Il nucleo principale dell'esercito penetrò in Pakistan attraverso il passo Khyber, mentre un distaccamento, comandato dallo stesso Alessandro, passò da un percorso più a nord, occupando la fortezza di Aornos (attuale Pir-Sar, Pakistan). Nella primavera dell'anno successivo, Alessandro riunì le proprie forze e strinse alleanza con Taxiles (chiamato anche Ambhi), il re di Taxila, contro il re vicino, sovrano di Idaspe.
[modifica] Battaglia
Il re dell'Idaspe schierò i suoi uomini sulla riva sinistra del fiume, pronto a respingere qualsiasi attraversamento. L'Idaspe è abbastanza profondo e veloce da permettere ai difensori di controllare facilmente gli attaccanti. Alessandro aspettò, quindi, per diversi giorni, conducendo molte marce e contro-marce e una guerra di informazione (facendo "sapere" ai contadini locali che considerava l'acqua troppo alta per essere attraversata, cosa che giunse alle orecchie di Poro). Una notte, avvertendo un senso di compiacenza nel campo di Poro, Alessandro attraversò il fiume con una piccola forza, 17 miglia più a monte. Poro, vedendo che il grosso delle forze nemiche, sotto il comando di Cratero, gli stava ancora di fronte, non ritenne si trattasse di un attraversamento significativo, e mandò in opposizione solo una piccola forza di cavalleria guidata dal figlio. Questa venne facilmente sconfitta e il figlio di Poro ucciso.
Quando la battaglia cominciò realmente, la cavalleria alessandrina era a destra delle loro linee, ma Alessandro inviò un gruppo di cavalleria ad aggirare gli indiani per attaccarli da dietro. Gli indiani erano sicuri di sé, con la cavalleria su entrambi i fianchi, gli elefanti da guerra davanti e la fanteria dietro a questi.
Questi elefanti da guerra presentavano una situazione particolarmente difficile per Alessandro. Molti dei suoi successi sul campo di battaglia erano dovuti all'abilità nel separare le linee nemiche e spingere la sua cavalleria nella breccia. Questa mossa venne impiegata con efficacia devastante sia a Cheronea che a Gaugamela. Comunque, gli elefanti indiani spaventarono i cavalli macedoni. Il solo odore di queste incredibili creature costrinse Alessandro a modificare la sua strategia.
Alessandro iniziò la battaglia con l'usuale carica sul fianco destro (la sinistra degli indiani) con risultati prevedibili. Il fianco sinistro indiano divenne debole e Poro lo rinforzò con la cavalleria del lato destro. In questo modo nessuno restò ad opporsi alla parte di cavalleria che aveva aggirato ed attaccato la cavalleria indiana da dietro. Questo era proprio quello che voleva Alessandro. Egli fu in grado di distruggere la cavalleria indiana senza portare le sue unità a cavallo vicino agli elefanti. Se la cavalleria indiana non fosse stata distrutta avrebbe potuto mettere in pericolo le sue falangi nel prosieguo della battaglia, ed i cavalli macedoni avrebbero potuto non essere in grado di sostenere i soldati appiedati contro la cavalleria indiana, a causa della vicinanza degli elefanti.
Il fulcro delle forze era nei carri: ognuno di essi portava sei uomini, due armati di scudo, due arcieri piazzati da entrambi i lati; gli altri erano aurighi non certamente disarmati; infatti, appena si doveva combattere da vicino, abbandonate le redini, scagliavano nugoli di dardi sul nemico. Ma in quel giorno non si fece quasi uso di questo aiuto. Infatti una pioggia caduta con più violenza di altre volte, aveva reso i campi scivolosi ed inadatti ai cavalli; e i carri, pesanti e quasi immobili, rimanevano bloccati nel terreno pantanoso e nei fossi. Alessandro invece, si era mosso celermente con il suo esercito non impacciato e armato alla leggera. Primi di tutti, gli Sciti e i Dai assalirono gli Indi, quindi mandò Perdicca con la cavalleria contro l’ala destra nemica. Ed ormai la battaglia si era accesa in ogni parte, quando coloro che guidavano i carri, pensando che quello fosse l’estremo aiuto per i loro compagni, cominciarono a precipitarsi a briglia sciolta nel bel mezzo della battaglia. Questo fu un danno per entrambe le parti.
Infatti i fanti macedoni venivano annientati dal primo assalto e i carri, lanciati attraverso un terreno scivoloso ed impraticabile, facevano cadere giù coloro da cui erano guidati. I cavalli di altri, imbizzarriti, facevano precipitare i carri da guerra non solo nei fossi e nelle pozze, ma anche nel fiume. Pochi, incalzati dai dardi dei nemici, giunsero fino a Poro, che chiamava con grande ardore a battaglia. Egli, come vide i carri, dispersi per tutto il campo di battaglia, che vagavano senza aurighi, fece distribuire gli elefanti agli amici più vicini. Dietro di loro aveva schierato la fanteria e gli arcieri, soliti percuotere i tamburi; per gli Indi questo era come il suono delle trombe. Gli elefanti non erano spaventati dal loro fracasso, avendo le orecchie abituate da tempo a quel suono familiare. Una statua di Ercole veniva portata davanti allo schieramento di fanteria: ciò era il più grande incitamento per i combattenti, ed era considerato ignominia militare se quelli che la reggevano l’avessero abbandonata. Avevano anche sancito la pena capitale per coloro che non l’avessero riportata dal campo di battaglia, essendosi convertito anche in sentimento religioso e in venerazione il timore che una volta essi avevano concepito da parte sua come nemico. Per un po’ frenò i Macedoni non solo la vista degli animali proboscidati, ma anche quella dello stesso re. Le imponenti bestie, schierate in mezzo ai soldati, da lontano avevano dato l’impressione di torri; lo stesso Poro si elevava quasi oltre la statura di una figura umana; sembrava che contribuisse alla grandezza di Poro l’enorme elefante su cui era portato, che tanto spiccava tra gli altri quanto egli stesso sovrastava gli altri. Pertanto Alessandro, dopo aver contemplato sia il re che la schiera degli Indi, disse: “Finalmente vedo un pericolo pari al mio coraggio: il fatto è contemporaneamente con animali e uomini eccezionali.”
Dopo aver così parlato, spronò per primo il cavallo. E già aveva assalito le file dei nemici, come era stato stabilito, quando Ceno irruppe con gran violenza contro l’ala sinistra. Anche la falange irruppe con un solo assalto al centro dello schieramento degli Indi. Ma Poro ordinò che gli animali colossali fossero schierati lì dove si era accorto che la cavalleria stava assaltando. Gli enormi pachidermi colpirono senza pietà massacrando la falange che si infrangeva con facilità davanti alle zampe degli elefanti che schiacciavano con zampe, squartavano con zanne e schiantavano al suolo i soldati con le proboscidi. I titanici animali incuterono gran terrore, e l’insolito barrito degli elefanti faceva tremare la terra e aveva scompigliato non solo i cavalli, animali tanto paurosi davanti ad ogni cosa, ma anche gli uomini e le file. E già essi, poco prima vincitori, cercavano con lo sguardo una possibilità di scampo, quando Alessandro mandò contro gli elefanti gli Agriani e i Traci armati alla leggera, soldati migliori nelle scorrerie che nel corpo a corpo. Costoro scagliarono una gran quantità di dardi contro gli elefanti ed i loro conducenti; anche la falange cominciò a pressare senza tregua il nemico atterrito. Ma alcuni, infierendo con troppo accanimento a ferirle, aizzarono gli animali contro se stessi. Calpestati quindi dalle loro zampe, furono di ammonimento per gli altri ad incalzarli con più moderazione. Era soprattutto uno spettacolo orribile quando afferravano con la proboscide armi ed uomini e li abbandonavano sopra di sé ai loro conducenti.
Poro fece caricare gli elefanti con una forza così mostruosa che la terra sembrava crollare sotto i piedi dei pachidermi. Gli elefanti sbaragliarono i fanti che uccidevano i conducenti e spinsero verso il fiume la cavalleria. I cavalli terrorizzati dagli elefanti fuggivano e i loro cavalieri cadevano preda degli arcieri che Poro aveva fatto posizionare sugli alberi della giungla.
Alessandro non potendo attaccare con quella che era la punta di diamante del suo esercito attaccò il nemico solo e disperato. Sì lanciò sul campo di battaglia quando vide Poro che cominciò a scagliare dal suo elefante lance già preparate da molto tempo contro coloro che lo circondavano, e dopo averne colpiti molti da lontano, esposto egli stesso ai colpi, veniva preso di mira da ogni parte. Aveva già ricevuto nove ferite, alcune alle spalle, altre sul petto, e poiché aveva perso molto sangue, con mani deboli tirava i suoi giavellotti più facendoli cadere che lanciandoli con forza. E l’animale, non ancora ferito, eccitato, si scagliava con foga sulle file, finché il suo guidatore si accorse che il re, con le membra cadenti, aveva abbandonato le armi ed a stento conservava i suoi sensi. Allora spinse il suo animale in fuga, mentre Alessandro lo inseguiva: Alessandro caricò contro l'elefante del re ma il suo cavallo, prostrato dalle molte ferite e venendo meno, stramazzò, deponendo a terra il re più che disarcionandolo.
Ormai Alessandro l’aveva raggiunto, e avendo visto la tenacia di Poro ordinò di non risparmiare quelli che resistevano. Quindi da ogni direzione furono scagliati dei giavellotti sia contro i fanti che contro lo stesso Poro; alla fine, sotto i colpi di essi, cominciò a scivolare giù dall’animale. L’Indo che guidava l’elefante, credendo che egli ne stesse discendendo come d’abitudine, ordinò all’elefante di piegare le ginocchia; appena esso lo fece, anche gli altri, - così infatti erano stati addestrati, - chinarono i loro corpi a terra. Questo fatto consegnò ai vincitori Poro e gli altri. Il re, credendo che Poro fosse stato ucciso, ordinò di spogliarne il corpo, ed alcuni accorsero a togliergli la corazza e la veste, quando l’animale iniziò a proteggere il padrone e ad assalire coloro che tentavano di spogliarlo, e sollevatone il corpo lo pose nuovamente sul suo dorso. Alessandro commoso risparmiò la vita a Poro e ai suoi 200 elefanti(che sopravvissero tutti).
Re Poro fu uno tra i molti indiani che impressionarono Alessandro. Colpito in battaglia da almeno sei frecce, ma ancora in piedi, gli venne chiesto da Alessandro come volesse essere trattato. "Come un re" fu la risposta. Poro era anche molto alto, circa due metri, rispetto ad Alessandro che era di statura media.
[modifica] Esito e conseguenze
Il coraggio e l'abilità in battaglia di Poro impressionarono Alessandro. Nonostante la sconfitta, Alessandro risparmiò la vita a Poro e gli lasciò governare l'Idaspe in suo nome. Questo fu il punto più lontano in cui si spinse Alessandro, poiché il suo esercito si rifiutò di proseguire oltre, dopo aver visto per la prima volta un vero impiego degli elefanti da guerra ed essendo esausto dopo otto anni di campagna ininterrotta.
Questa non fu la prima volta in cui i persiani o i macedoni videro gli elefanti da guerra. Ce ne erano 15 nell'esercito di Dario III nella Battaglia di Gaugamela, ma non sembrarono avere un grosso impatto sullo scontro. Quella del fiume Idaspe potrebbe essere stata la prima volta in cui videro una carica di elefanti. La lotta contro questi animali si disse ebbe un tremendo effetto psicologico sugli uomini di Alessandro, in particolare quelli delle falangi. L'aver sfidato gli elefanti da guerra costituisce un'incredibile testimonianza della loro disciplina e abilità come soldati.
Alcuni storici indiani sono dell'opinione che Alessandro si ritirò a causa delle pesanti perdite subite dal suo esercito durante la guerra contro Poro. Alcuni studiosi credono che la guerra tra Poro e Alessandro finì con uno stallo. Essi sostengono che il semplice fatto che Poro continuò a governare il suo impero anche dopo la battaglia, dimostra che l'esercito di Alessandro non vinse la guerra.[1] Anche se Alessandro riuscì a conquistare solo la parte nord-occidentale dell'India, la sua invasione ebbe una notevole influenza. Sopprimendo i signori della guerra tribali nell'Hindu-Kush e nelle regioni confinanti, spianò la strada alla creazione dell'Impero Mauryano, il secondo impero a conquistare tutta l'India.
Alessandro morì pochi anni dopo, nel 323 a.C. ed il suo impero crollò nella guerra civile. Dopo diverse battaglie e rivolte, l'Idaspe tornò ad essere indipendente.
Come risultato di questa battaglia, Alessandro fondò due città, Nicaea (Vittoria) sul luogo dove sorge la moderna Jalapur e Bucefala (forse) dove sorge Bhera in Pakistan. Bucefalo era il nome del cavallo di Alessandro, che morì o durante la battaglia o subito dopo a causa dell'età e della stanchezza.

