Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui

Storia del buddhismo cinese

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Storia del Buddhismo cinese)
Jump to navigation Jump to search
Le antiche Vie della Seta terrestri e marittime corrispondono alle vie percorse dai missionari buddhisti dell'Asia centrale verso la Cina e dai pellegrini cinesi verso l'India.

Questa voce tratta della Storia del buddhismo cinese dalle origini, I secolo d.C., alla nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949[1].

L'arrivo del Buddhismo in Cina rappresenta, ancora oggi, uno dei processi di acculturazione delle idee e delle credenze religiose tra più straordinari della Storia dell'umanità.

Culture elaborate e dai profondi risvolti filosofici e spirituali, come quelle indiana, centroasiatica e cinese, riuscirono in Cina a fondersi e a costituire un insieme di scuole dottrinali e di culture materiali, parte delle quali sopravvive tutt'oggi nell'area di influenza cinese, nella Repubblica di Corea e in Giappone, e da dove, nello scorso Secolo, hanno raggiunto l'Occidente.

Il Buddhismo è penetrato in Cina agli albori dell'era cristiana, sotto la Dinastia Han, giungendo lungo la Via della seta dalla Serindia, ovvero da quella zona geografica situata tra il Pamir e lo spartiacque dell'Oceano Pacifico.

Introduzione del Buddhismo in Cina (I-IV secolo)[modifica | modifica wikitesto]

L'introduzione del Buddhismo in Cina risalirebbe alla metà del I secolo d.C.[2] durante la Dinastia Han orientale (25-220, capitale: Luòyáng), la quale aveva esteso il suo protettorato su una parte dell'Asia centrale. Non si hanno notizie certe su questo avvenimento ma solo leggende, la principale delle quali vorrebbe che l'imperatore Míng (明, conosciuto anche come Liú Zhuāng, 劉莊, regno:57-75 d.C.) sognò un uomo d'oro. Particolarmente colpito dall'accaduto, un suo consigliere suggerì che potesse essere un dio straniero di nome Buddha. Míng inviò alcuni ambasciatori verso Occidente, che tornarono insieme a due monaci indiani, Kāśyapa Mātaṇga (conosciuto anche col nome cinese di 攝摩騰 Shè Móténg) e Gobharaṇa (cinese: 竺法蘭 Zhú Fǎlán), condotti su di un cavallo bianco. I monaci portarono con loro testi delle scuole del Buddhismo dei Nikāya, tra cui il Sutra in quarantadue capitoli (四十二章經, Sìshíèrzhāngjīng, T.D. 784.17.722-724), che tradussero nel 67 d.C. a Luòyáng dove fondarono il Monastero del Cavallo Bianco (白馬寺, Báimǎ-sì). Risulta comunque che anche il fratellastro dell'imperatore Míng, Liú Yīng (劉英, ?-71) principe di Chu, proteggesse alcune nascenti comunità buddhiste[3]. Abbiamo notizie più certe a partire dal II sec. grazie alle cronache monastiche cinesi[4]. Intorno al 150 d.C. giunse in Cina, come ostaggio, Ān Shìgāo (安世高), un principe persiano buddhista il quale avrebbe tradotto diversi sutra (le cronache parlano di 35 testi) delle scuole del Buddhismo dei Nikāya. Nel 181 giunse il persiano Ān Xuán (安玄), un mercante il quale, divenuto discepolo di Ān Shìgāo, tradusse altri testi sempre delle scuole del Buddhismo dei Nikāya e predicò attivamente la dottrina buddhista. Poi, sempre nel II secolo, è la volta di Lokakṣema (cinese: 支婁迦讖, Zhī Lóujiāchèn) un vero e proprio missionario Mahāyāna proveniente dall'impero Kushan che tradusse moltissimi testi ma di scuole del Buddhismo Mahāyāna. L'opera di Lokakṣema fu seguita da un altro missionario kushan, Zhī Qiān (支謙), agli inizi del III secolo. Zhī Qiān, era un monaco poliglotta, discendente di una famiglia che si era stabilita un secolo prima a Luòyáng (divenuta capitale del Regno di Wèi, 曹魏, 220-265, uno dei Tre Regni in cui era suddivisa la Cina dopo il crollo della Dinastia Han orientale). Quindi da Hanoi (oggi capitale del Vietnam) e sempre nel III sec., giunse in Cina un giovanissimo sogdiano, Kāng Sēnghuì (康僧會). La famiglia di Kāng Sēnghuì visse prima in India per alcune generazioni trasferendosi quindi ad Hanoi dove svolsero l'attività di mercanti e da lì migrarono in Cina. Kāng Sēnghuì prese i voti da novizio (sramanera, cinese: 沙彌 shāmí ) a soli dieci anni, imparò il cinese e cominciò la sua opera di traduzione. Il più importante traduttore del III sec., anche lui un kushan, fu tuttavia Dharmarakṣa (cinese: 竺法護 Zhú fǎhù, ). La sua famiglia si era stabilità da tempo a Dūnhuáng (敦煌). Lì nacque Dharmarakṣa che entrò in un monastero buddhista a soli 8 anni. I buddhisti cinesi e gli stranieri buddhisti residenti in Cina sentirono tuttavia la necessità di acquisire direttamente nuovi testi religiosi, quindi Dharmarakṣa accompagnò il suo maestro, un monaco indiano conosciuto con il suo nome cinese, Zhú Gāozuò (竺高座), in un viaggio verso l'Occidente dove visitarono numerosi regni incontrando ben 36 idiomi diversi e raccogliendo sutra buddhisti. Tornato in Cina, Dharmarakṣa si occupò della loro traduzione. Ne tradusse ben 149 prima di morire, in età molto avanzata, nel 316 d.C.

I rapporti tra Buddhismo e Daoismo[modifica | modifica wikitesto]

Per comprendere il successo della diffusione di una dottrina straniera come il Buddhismo in un impero, come quello cinese, spesso chiuso nelle proprie millenarie tradizioni, occorre indagare accuratamente le relazioni tra le comunità straniere buddhiste, e i primi monaci buddhisti cinesi, con gli studiosi confuciani e, soprattutto, daoisti. Inizialmente i daoisti ritennero il Buddha venerato dalle comunità buddhiste niente altro che lo stesso Lǎozǐ (老子), il leggendario fondatore del Daoismo il quale, secondo una antica leggenda daoista, sarebbe partito per l'Occidente allo scopo di diffondere le proprie dottrine presso i barbari. Alcune dottrine buddhiste erano, peraltro, sovrapponibili a quelle daoiste e ciò permise di varare il metodo Géyì (格義, "Fare coincidere il senso") per cui molti termini cinesi presi in prestito dal Daoismo (e anche dal Confucianesimo) furono utilizzati dai primi traduttori di sutra buddhisti: così inizialmente nirvāṇa veniva reso come 無爲 (wúwéi, non azione) e non più correttamente come 湼槃 ( nièpán). Il crollo della Dinastia Han fu un grave smacco per la cultura tradizionale cinese, in quanto questa dinastia aveva accuratamente seguito le indicazioni religiose e normative e ciononostante era impietosamente crollata sotto le ribellioni e grazie al tradimento dei generali dell'esercito imperiale. La riflessione che ne seguì, in ambito daoista, fu propria della scuola Xuánxué (玄學, Scuola della Sapienza oscura) la quale ritenne che la Dinastia Han avesse preso troppo alla lettera le idee professate nei classici del Daoismo anziché coglierne intuitivamente la portata. La distinzione fra conoscenza immediata e conoscenza graduale (quest'ultima, secondo queste dottrine, non priva di rischi di fallimento nella comprensione) fu poi alla base di numerose distinzioni tra le scuole buddhiste cinesi sempre tese a dichiararsi nell'ambito, vincente, dell'immediato. Inoltre i dotti daoisti ritennero che grazie alla comprensione immediata si potesse penetrare il principio della realtà che costituiva la matrice di tutte le cose. Identificarono questo principio con il "non essere" (cin. 無 ) che corrispondeva alla reale natura di tutti i fenomeni intesi come "essere" (cin. 有 Yǒu). Così Guō Xiàng (郭象, ?-312) nel XX capitolo del suo commentario allo Zhuāngzǐ (莊子): «Nell'esistenza che cosa è prima delle cose? Noi diciamo che Yin e Yang sono prima delle cose, che c'è allora prima di Yīn (陰) e Yáng (陽)? Noi possiamo dire che zìrán (自然) [lo stato armonioso della natura delle cose] è prima delle cose, ma zìrán è semplicemente la naturalità armoniosa delle cose. Ma il Dao è vuoto (inteso come "non essere", cin. ). Ma se è vuoto come può essere prima delle cose? Noi non sappiamo che cosa è prima delle cose, tuttavia le cose sono continuamente prodotte. Questo dimostra che le cose sono spontaneamente ciò che sono; non c'è un Creatore delle cose». Tale testo daoista non può non richiamare, in alcuni passi, gli stessi Prajñāpāramitā Sūtra della letteratura buddhista Mahāyāna messi per iscritto alcuni secoli prima in India. Ma tali concezioni potevano essere, dal lato pratico, eccessivamente relativiste e non spiegavano i diversi destini dell'umanità. Accorsero le dottrine buddhiste di karma (cinese 業 ) e di rinascita (sanscrito punarbhava, cin. 更生 gēngshēng) a spiegare ciò che il Daoismo ancora non aveva affrontato: la dimensione morale della realtà. Fu quindi la cultura buddhista ad offrire la possibilità di un cambiamento epocale in Cina. Essa permetteva da un lato la spiegazione di eventi, anche individuali, disastrosi e, con la diffusione dei monasteri, consentiva a chiunque di approcciare questi temi in modo personale e spirituale.

Lo sviluppo nella Cina meridionale (IV-VI secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso del IV secolo, a seguito della invasione della Cina settentrionale da parte dei popoli delle steppe (Xiōngnú, 匈奴; Jié, 羯; Xiānbēi, 鮮卑; Qiāng, 羌; e , 氐) la corte cinese abbandonò Luòyáng (洛陽) spostandosi verso Sud, fondando la nuova capitale a Jiànkāng (建康, oggi Nánjīng) e la nuova Dinastia Jin orientale (317-420). Nella Cina meridionale il Buddhismo prosperò soprattutto tra le classi aristocratiche e vi furono importanti monaci cinesi, come Shi Daobao e Zhu Daoqian, fratello e cugino di Wáng Dǎo (王導, 276-339) importantissimo esponente della Corte imperiale), che operarono per inserire la dottrina buddhista nella cultura tradizionale cinese. Tra questi monaci cinesi, va menzionata l'opera di Huìyuan (慧遠, 334-416), fondatore del monastero di Dōnglín (東林, Monastero del Bosco Orientale, situato ai piedi del monte Monte Lú, ispiratore, alcuni secoli dopo, del Báiliánjiào, 白蓮教, setta del Loto Bianco), e del suo maestro, Dào'ān (道安, 312-385), fondatore del monastero di Xiāngyáng (襄陽) nonché, a sua volta, discepolo del maestro di dhyana e taumaturgo, di origini kushan, Fótúchéng (佛圖澄, ?-348, già consigliere dell'imperatore Shí Lè,[5]). Huìyuan fu autore, nel 404, dello Shāmén bùjìng wángzhě (沙門不敬王者, Il monaco non deve rendere omaggio al sovrano), un'opera rivolta all'usurpatore della Dinastia Jin orientale, Huán Xuán (桓玄, regno: 403-404) e tesa a dimostrare i motivi per cui i monaci buddhisti non potevano essere 'controllati' dalle autorità laiche. Nel corso di quegli anni venne completata la progressiva raccolta di sutra buddhisti provenienti dall'Asia centro-orientale e quindi si cercò di raggiungere l'India, il paese che diede i natali al Buddha Shakyamuni, per poter completare la raccolta con nuovi testi. Per tale ragione nel 399 partì, sempre da Jiànkāng, il monaco cinese Fǎxiǎn (法顯, 340-418) per una missione durata 14 anni in India e Sri Lanka alla ricerca dei Vinaya indiani e di nuovi sutra. Dall'India giunse anche, nel 408 su invito di Fǎxiǎn, Buddhabhadra (359-429) che iniziò le traduzioni delle opere Mahāyāna; mentre dalla Cambogia giunse, nel 548, Paramârtha (499-569) che avviò le traduzioni della scuola Cittamātra ponendo così le premesse per la nascita della scuola Shèlùn (攝論宗), fondata poco dopo da Tánqiān (曇遷, 542-607). Nel VI secolo grazie alla Dinastia Liang (502-557), e in particolare modo dell'imperatore (武, conosciuto anche come Xiāo Yǎn, 蕭衍, regno: 502-49), il Buddhismo ebbe un attivo sostegno da parte della Corte imperiale. L'imperatore Wǔ giunse, nel 511, a vietare il consumo di carne e di vino a Corte e l'impiego di animali per la preparazione di medicamenti o per i sacrifici. Fece costruire moltissimi templi ma non riuscì a farsi nominare dai monaci Bodhisattva imperiale, una specie di papa buddhista cinese, questo per l'opposizione del saṃgha (僧伽, sēngqié) buddhista. Anche agli imperatori della Dinastia Chen (557-589) furono favorevoli al Buddhismo, in particolar modo Xuān (宣, conosciuto anche come Chén Xù, 陳頊, regno: 568-82) e Hòu Zhǔ (後主, conosciuto anche come Chén Shúbǎo, 陳叔寶, ultimo imperatore della dinastia Chen, regno: 582-89), anche grazie ai quali venne fondata da Zhìyǐ ((智顗, 538-597) la scuola Tiāntái (天台宗). Ma proprio in questo periodo di successo si avviano le opere polemiche contro la "dottrina occidentale" da parte dei letterati confuciani e daoisti che, nei secoli a seguire, alimenteranno le persecuzioni religiose contro i devoti del Dharma. In particolare modo Gù Huān (顧歡, V secolo) affermò, nello Yíxiàlún (夷夏論, Studio sui barbari e sui cinesi), che il Buddhismo mirava a distruggere il male in quanto, essendo nato in India, la natura degli indiani era malvagia, a differenza del Daoismo che coltivava il bene in quanto i cinesi erano naturalmente buoni. Hé Chéngtiān (何承天, 370-447) arrivò a sostenere che le regole monastiche buddhiste erano state elaborate per frenare gli istinti malvagi degli Indiani. Nel Sānpòlún (三破論, Studio sulle tre distruzioni, opera del daoista Zhāng Rong, 張, V secolo) si arrivò a sostenere che Lǎozǐ giunto in India come Buddha aveva ordinato al popolo di scegliere il celibato così da estinguerlo vista la sua malvagità. Ma l'attacco più pericoloso per le comunità buddhiste fu promosso da Xún Jǐ (荀濟, ?-547) con la sua opera Lun fojiao biao (Memoriale sul Buddhismo) dove sostenne che il Buddhismo ero fiorito in Cina durante il periodo delle divisioni dinastiche e che stava pervertendo le relazioni politiche e familiari. Le comunità monastiche risultavano composte da "parassiti" che non svolgevano alcuna attività lavorativa, inoltre il loro celibato provocava una diminuzione nella procreazione di manodopera futura. Secondo Xún Jǐ questo celibato non impediva ai monaci di fornicare con le monache provocando aborti che poi nascondevano sotto le fondamenta dei templi.

Lo sviluppo nella Cina settentrionale (IV-VI secolo)[modifica | modifica wikitesto]

Nello stesso periodo, a Cháng'ān, nella zona della Cina settentrionale, occupata dall'etnia Qiang (羌) all'origine della Dinastia Qin posteriore (384-417), operava Kumārajīva (344-413) con la sua scuola di traduttori e maestri di Dharma formata da monaci come: Dàoshēng (道生, 355–434), Dàoróng (道融, 372-445), Sēngruì (僧叡, 371-438), Sēngzhào (僧肇, 374-414) e Huìguān (慧觀, IV-V sec.); che tanta importanza ebbe per lo sviluppo del Buddhismo cinese e segnatamente per la scuola Sānlùn (三論宗, Sānlùn zōng), il cui tradizionale fondatore è indicato proprio in Sēngzhào. Nel 445, sempre nella Cina settentrionale, l'imperatore Tài Wǔ (太武, conosciuto anche come Tuòbá, 拓拔, regno: 423-51) della Dinastia Wei settentrionale (386-534, capitale: Luòyáng) avviò la prima persecuzione contro il Buddhismo. La persecuzione di Tài Wǔ ebbe come pretesto la scoperta di un deposito di armi nei sotterranei di un monastero di Cháng'ān, avvenuta dopo la soppressione di una rivolta scoppiata nella stessa città. Il seguito delle indagini denunciarono la presenza di grandi quantità di alcolici e di appartamenti che fungevano da postriboli per le orge dei monaci con donne dell'aristocrazia. A seguito di questo evento, che non si sa quanto autentico o quanto macchinosamente inventato, e su spinta dei suoi due consiglieri antibuddhisti, il daoista Kòu Qiānzhī (寇謙之, 365-448) e il confuciano Cuī Hào (崔浩, ?-450), Tài Wǔ ordinò che tutti monasteri buddhisti fossero dati alle fiamme e i monaci, senza alcuna distinzione di sesso o di età, giustiziati. L'esecuzione del provvedimento fu impedita per le resistenze all'interno della stessa Corte e con l'ascesa al trono di Wén Chéng (文成, conosciuto anche come Tuò Bá Jùn, 拓拔濬, regno: 452-65), fu abrogato e tornò l'appoggio dell'imperatore alle comunità buddhiste.

Un missionario buddhista dell’Asia Centrale dagli occhi azzurri in compagnia di un confratello cinese. Bacino del Tarim, Xinjiang, Cina, IX-X secolo.

Wén Chéng per riparare ai massacri provocati dal suo predecessore, fece scolpire le Grotte di Yúngāng (雲崗石窟). A differenza della Cina meridionale, dove il Buddhismo godeva di un'ampia autonomia dal potere imperiale, nella Cina settentrionale sempre più le case regnanti operarono delle ordinanze di controllo sul saṃgha, costituendo appositi uffici di registrazione che segnalarono la presenza, nel 477, di 100 templi e duemila monaci nella capitale mentre nel resto dell'impero si contavano 77.258 monaci. Fatto salvo la persecuzione scatenata nel 445 da Tài Wǔ la Dinastia Wei settentrionale sostenne con determinazione la diffusione del Buddhismo, come testimoniato dalle scultura in pietra delle Grotte di Yúngāng e delle Grotte di Lóngmén (龍門石窟). Alla fine di questa dinastia (534) i templi buddhisti raggiunsero le trentamila unità e i monaci registrati, quasi i 2 milioni. Anche le dinastie successive alla Dinastia Wei settentrionale[6] furono generalmente favorevoli al Buddhismo, favore bruscamente interrotto dall'ascesa al trono dell'imperatore confuciano (武, conosciuto anche come Yǔwén Yōng, 宇文邕, regno: 561-78) della Dinastia Zhou settentrionale (577-581, capitale: Cháng'ān). Dopo alcune leggi che limitavano la libertà dei monaci, e a seguito delle proteste di questi, l'imperatore Wǔ decise, nel 574, di distruggere tutti gli edifici buddhisti (editto allargato anche ai templi daoisti) e di costringere i monaci al ritorno alla vita laicale. La morte, nel 578, di questo imperatore fece sospendere l'applicazione dell'editto fino all'arrivo della nuova Dinastia Sui, nel 581, che avrebbe riunificato la Cina dopo due secoli e mezzo di divisioni e rilanciato, con vigore e determinazione, la diffusione del Buddhismo. Va notato che le guerre dinastiche e le persecuzioni locali costringevano le comunità monastiche ad una continua mobilità in un impero frammentato in molti stati. Ciò se da una parte era una grave forma di disagio e di insicurezza, dall'altra permise al Buddhismo di diffondersi per tutta la Cina moltiplicando i monasteri, i templi e i centri di traduzione dei sutra. Inoltre questo periodo di grave insicurezza e di guerre costanti, portò numerosi giovani, spesso orfani, a interrogarsi sul senso della vita e sui suoi fragili fondamenti, quesiti tipici di un percorso spirituale buddhista. La combinazione di questi due elementi, unitamente al fatto che inizialmente fu confuso con la dottrina tradizionale daoista, spiega il rapido successo del Buddhismo in tutta la Cina.

Il Buddhismo durante le dinastie Sui e Tang (581-907)[modifica | modifica wikitesto]

Durante la Dinastia Sui (581-618, capitale: Cháng'ān), che riunificò la Cina dopo 360 anni di divisione, gli imperatori Wén (文, conosciuto anche come Yáng Jiān, 揚堅, regno: 581-604) e Yáng (煬, conosciuto anche come Yáng Guǎng, 楊廣, regno: 604-17), ambedue di fede buddhista, furono particolarmente favorevoli alla scuola buddhista Tiāntái, fondata sui monti Tiāntái (天台山), nel 575, da Zhìyǐ (智顗, 538-597). In particolar modo Wén si proclamò cakravartin (輪王, pinyin lúnwáng), il re universale che governa per mezzo della ruota, simbolo della religione buddhista. Nel 585 si proclamò bodhisattva (菩薩, púsà) e nel 594 emise un editto imperiale in cui affermò di essere un discepolo del Buddha dichiarando il proprio dolore per i danni apportati dalle persecuzioni antibuddhiste della dinastia degli Zhou settentrionale che lo aveva preceduto. Secondo alcune cronache della dinastia Tang, sotto Wén furono eretti 3792 templi, ordinati 230 000 monaci e furono copiati 132 000 volumi del Canone cinese. L'ascesa al Trono del drago[7] nel 618 della Dinastia Tang (618-907, capitale: Cháng'ān) spinse ulteriormente l'aspetto sincretico della politica religiosa imperiale nei confronti delle “Tre dottrine” (三教 sānjiào) religiose presenti in Cina (Confucianesimo, Daoismo e Buddhismo) tendenza già presente nella buddhista Dinastia Sui. Ma il favore della dinastia Tang fu inizialmente nei confronti del Confucianesimo, così Gāozǔ (高祖, conosciuto anche come Lǐ Yuān, 李淵, regno: 618-26), nel 626, limitò la libertà religiosa dei monasteri buddhisti e daoisti. Tale scelta religiosa non fu seguita dal suo erede, Tàizōng (太宗, conosciuto anche come Lǐ Shìmín, 李世民, regno: 626-49), che seppur ritirò le leggi sfavorevoli al sangha perseguì una politica a favore della chiesa daoista, in quanto la sua famiglia vantava una discendenza diretta da Lǎozǐ. Così anche Gāozōng (高宗, conosciuto anche come Lǐzhì, 李治, regno: 649-83), continuò la politica pro-daoista del suo predecessore, cercando di limitare la diffusione del Buddhismo.

Wǔ Zétiān, l'imperatrice della Dinastia Tang, grande protettrice delle comunità buddhiste cinesi

L'ascesa la trono dell'imperatrice Wǔ Zétiān (武則天, conosciuta anche come Wǔ Zhào, 武曌, regno: 690-705), nel 690, modificò radicalmente la politica imperiale nei confronti delle scuole buddhiste. L'imperatrice, consapevole di non poter avere l'appoggio, in quanto donna, degli ambienti confuciani, sposò con fede e determinazione la dottrina buddhista, diffondendo per tutto l'impero un sutra, il Dàyúnjīng (大雲經, sanscrito Mahāmegha-sūtra, Sutra della Grande nuvola, T.D. 387, tradotto nel 314 da Dharmaksema), che profetizzava l'avvenimento di una divinità femminile che si sarebbe incarnata in un monarca universale buddhista (輪王, pinyin lúnwáng). L'imperatrice Wǔ Zétiān eresse, ovunque, templi buddhisti della “Grande nuvola” (negli anni '50 ne fu rinvenuto uno persino nei pressi di Akbeshim in Kirghizistan). Contemporaneamente proibì la macellazione e stabilì la precedenza del Buddhismo sul Daoismo e il Confucianesimo nelle cerimonie ufficiali. Nel 693 assunse il titolo di Jīnlún shèngshén huángdì (金輪聖神皇帝, Sacra sovrana della Ruota d'Oro), manifestando l'intenzione di fondare un impero universale buddhista, centro religioso e politico per tutti i popoli buddhisti. Nel 694, tuttavia, dopo aver fatto condannare a morte il suo consigliere, il monaco Xuē Huáiyì (薛懷義, ?-694, indicato in alcune cronache come il suo amante), abbandonò il titolo di Lúnwáng e ritirò l'editto sulle macellazioni. Nel 712 con l'ascesa al trono di Xuánzōng (玄宗, conosciuto anche come Lǐ Lóngjī, 李隆基, regno: 712-56), che riprese con vigore la politica pro-daoista di alcuni dei suoi predecessori, vennero proibiti la costruzione di nuovi monasteri buddhisti, la vendita di immagini sacre e ai monaci fu impedito di predicare e pregare in pubblico. Indicativa fu anche la decisione, presa sempre da Xuanzong nel 736, di mettere sotto controllo la chiesa buddhista affidando il compito di controllo allo Hónglúsì (鴻臚寺), l'ufficio sul cerimoniale che si occupava dell'ospitalità degli ambasciatori stranieri.

La grande persecuzione anti-buddhista dell'845[modifica | modifica wikitesto]

Wǔzōng, l'imperatore della Dinastia Tang che scatenò la terribile persecuzione anti-buddhista dell'845

Nell'819, sotto il regno di Xiànzōng (憲宗, conosciuto anche come Lǐ Chún, 李淳, regno: 805-20), il famoso letterato confuciano Hán Yù (韓愈, 768-824) spedì alla corte un memoriale che ricordava, nei contenuti, quello di Xún Jǐ del VI secolo. Anche se indirizzato contro tutte le religioni straniere (fu subito utilizzato per perseguitare la Chiesa manichea, religione professata dalle tribù turche degli Uiguri prima della loro conversione all'Islam) rappresentò la base ideologica per le persecuzioni scatenate, nove anni dopo, contro tutte le comunità buddhiste. Nell'844, infatti, l'imperatore Wǔzōng (武宗, conosciuto anche come Lǐ yán, 李炎, regno: 840-846), dopo aver censito le comunità monastiche e i loro beni, emise un editto senza precedenti per cui nelle due capitali (Cháng'ān e Luòyáng) potevano essere presenti solo quattro templi ciascuna ed uno per ogni prefettura, ma solo nelle più importanti. Statue e campane buddhiste vennero fuse per farne monete o attrezzi agricoli mentre quelle di materiale più prezioso furono requisite dal Governo imperiale. Alla fine della persecuzione diverse decine di migliaia di templi vennero distrutti e circa 250 000 monaci ridotti allo stato laicale. Ma il colpo finale arriverà l'anno successivo, l'845, quando l'imperatore ordinò la riduzione allo stato laicale di tutti i monaci buddhisti proseguendo fino alla distruzione completa di tutti i monasteri e di tutti i templi, fatto salvo una decina di questi edifici utilizzati per le tradizionali cerimonie di Corte. Alla fine dell'anno, quattromilaseicento monasteri risulteranno rasi al suolo così come quarantamila templi. Circa mezzo milione di persone, tra monaci, monache e servi della gleba al servizio delle terre dei monasteri, furono cacciati dai luoghi di culto andando spesso ad ingrossare le bande di briganti-rivoluzionari che infestavano le campagne. L'efficacia amministrativa della Dinastia Tang riuscì dove fallirono le precedenti persecuzioni anti-buddhiste. Solo i monasteri della scuola Chán che, avendo stabilito nel loro codice monastico il lavoro obbligatorio mentre nel contempo rifiutavano di attribuire alcuna autorità alle scritture e alla devozione nei confronti dei simboli esteriori del Dharma buddhista (immagini sacre, statue, etc.) e utilizzando spesso un linguaggio e un metodo di insegnamento molto simile a quello daoista, furono spesso scambiati per centri daoisti e quindi risparmiati. Di fatto, dalla persecuzione scatenata dall'imperatore Wǔzōng, il Buddhismo cinese non si riprese più. Alcune scuole risorgeranno e produrranno ancora maestri importanti ma in tono certamente minore rispetto ai fasti del passato. La scuola Chán, passata quasi del tutto indenne dalla persecuzione avviata da Wǔzōng, non ebbe più occasioni di confronti dottrinali con i grandi maestri delle altre scuole e finì, progressivamente, nell'adagiarsi inglobando le pratiche popolari del niànfó (念佛), tipiche del Buddhismo della Terra Pura. Questo processo storico, avviatosi con la persecuzione dell'845, genererà un Buddhismo sincretico privo di spessore dottrinale che finirà, salvo alcuni rari casi, per essere progressivamente marginalizzato dalla cultura cinese risorgendo spesso solo nelle campagne come cultura popolare e millenaristica origine delle sette segrete nate per rovesciare le dinastie straniere come la Dinastia Yuan o la Dinastia Qing, oppure come antesignane delle lotte di classe contro i ceti benestanti. Furono dei pellegrini giapponesi come Saichō (最澄, 767-822), Kūkai (空海, 774-835), Eisai (明菴, 1141-1215) e Dōgen (道元, 1200-1253) a trasferire in Giappone testi, insegnamenti e lignaggi che andavano inesorabilmente scomparendo, o confondendosi, sul suolo cinese.

Il Buddhismo nella Cina dei Song (960-1279)[modifica | modifica wikitesto]

L'implosione della Dinastia Tang, avvenuto nel 907 con la morte per avvelenamento del suo ultimo imperatore, il diciassettenne Āi Dì (哀帝, conosciuto anche come Lǐ Zhù, 李祝, regno:904-907), causò alla Cina cinquanta anni di divisioni e di anarchia. La Cina meridionale si suddivise in diversi regni, governati per lo più dai generali della stessa Dinastia Tang, mentre nella Cina settentrionale si succedettero diverse dinastie barbare. Questa grave situazione subì un drastico cambiamento quando un generale di una di queste dinastie, Zhào Kuāngyìn (趙匡胤, 927-976) della Dinastia Zhou posteriore (951-960, capitale: Biàn), conquistò nel 960 con un colpo di stato il potere imperiale, fondando la Dinastia Song[8] e avviando la riunificazione di tutta la Cina. Tale riunificazione fu tuttavia fermata al Nord dalla presenza del potente stato sino-barbaro dei Liáo (遼)[9], conquistati nel 1125 da un altro popolo delle steppe, i Jīn (金), e, ad Occidente, dal regno di origine tibetana Tangut (cinese: 党项, Dǎngxiàng)[10]. Anche se durante la Dinastia Song furono ritirate le norme persecutorie contro il Buddhismo e questa dinastia fu generalmente, anche se moderatamente, favorevole al saṃgha, i suoi imperatori si mostrarono particolarmente devoti alla Chiesa daoista. Nel 1008 Lǎozǐ fu, insieme a Confucio, proclamato guida spirituale dell'intera umanità. Nel 1012 fu diffuso il culto daoista dell'Imperatore di Giada (玉皇 Yùhuáng) come suprema divinità. I Buddha e i Bodhisattva furono invece considerati, dalla Corte imperiale, come divinità inferiori rispetto al pantheon daoista. Allo stesso modo i monaci buddhisti dovettero sottomettersi alla consacrazione daoista, mentre gli imperatori elargivano denaro e terre ai soli monasteri della religione fondata da Lǎozǐ. Persino la seconda diffusione del Canone buddhista in xilografia, che ha origine proprio durante questa dinastia, la si deve al solo intervento di un privato. Nel 1068, con il varo della norma per la vendita dei certificati di monaco buddhista, si consentì a chiunque di entrare nel saṃgha magari al solo scopo di pagare meno tributi e senza che fosse richiesta alcuna preparazione. Ciò portò al decadimento dei monasteri buddhisti, visti come luogo di evasione delle tasse, e al loro discredito presso le classi colte. La fede buddhista resistette invece nelle campagne dove, grazie alla setta del Loto Bianco (白蓮教, Báiliánjiào ) fondata nel 1133 dal monaco tiāntái Máo Zǐyuán (茅子元, 1086-1166), si diffuse accompagnandosi a speranze millenaristiche legate alle figure del Buddha Amitābha (阿彌陀, Āmítuó) e del Buddha del futuro, Maitreya (彌勒, Mílè), divenendo presto origine anche di numerose sette segrete dedite alla cospirazione politica.

Il Buddhismo sotto la dominazione mongola degli Yuan (1279-1368)[modifica | modifica wikitesto]

Drogön Chögyal Phagpa, V patriarca della scuola Sakya del Buddhismo tibetano, consigliere di Kublai Khan, responsabile degli affari religiosi dell'Impero mongolo e primo vice-re del Tibet.

La dinastia mongola degli Yuan fu decisamente tollerante con tutte le religioni professate lungo il suo vasto impero. Ciononostante, dopo un periodo di attenzioni favorevoli al Buddhismo Chán, iniziato nel 1247 con la nomina del monaco chán Haiyuan ad amministratore degli "affari buddhisti" e dopo la conquista del Tibet, la dinastia mongola si fece sempre più portavoce della cultura religiosa del Buddhismo tibetano. A partire dal 1260, l'imperatore Kublai Khan (cinese 忽必烈, Hūbìliè, regno: 1260-1294) fu fortemente influenzato da un Lama tibetano, il V patriarca della scuola Sakya Drogön Chögyal Phagpa (1235-1280, cinese 發合思巴, Fāhésībā), a cui affidò tutti gli affari religiosi dell'impero. Da quel momento furono i lama (tibetano bla ma, cinese 喇嘛 lǎmá) tibetani ad esercitare il controllo sul saṃgha buddhista cinese, nonché sui religiosi delle altre fedi presenti nell'impero mongolo. Questo controllo, esercitato in modo violento e terroristico[11] provocò delle forti diffidenze da parte del clero buddhista e del popolo cinese nei confronti delle credenze e delle usanze lamaiste che non penetrarono mai nel tessuto culturale buddhista cinese, interpretate, inoltre, come frutto della imposizione di una casta “occupante” e “barbara”. Questa diffidenza, se non aperta ostilità, consenti ai monasteri delle scuole buddhiste cinesi di fungere da luogo di autentica tradizione agli occhi del popolo.

Il Buddhismo durante la Dinastia nazionale dei Ming (1368-1644)[modifica | modifica wikitesto]

Porcellana raffigurante il Bodhisattva Guānyīn, Dinastia Ming.

Gli ultimi anni della dominazione mongola furono caratterizzati da una crisi economica lungo tutto l'impero e da numerose ribellioni nelle campagne ispirate dalla setta segreta buddhista del Loto bianco e organizzate dall'esercito clandestino dei Turbanti Rossi (紅巾 Hóngjīn). Da quest anarchia crescente emerse la figura di Zhū Yuánzhāng (朱元璋, 1328-98, successivamente incoronato imperatore con il niánhào di Hóngwǔ, 洪武, regno: 1368-98), figlio di contadini morti durante la carestia del 1344. Rifugiatosi diciassettenne nel tempio buddhista di Huángjué (黄觉) e divenuto monaco, Zhū Yuánzhāng vi rimase fino al 1352 quando aderì alla setta del Loto bianco entrando nell'esercito ribelle dei Turbanti Rossi. Gli eventi portarono l'ex monaco Zhū Yuánzhāng a divenire capo della rivolta anti-mongola e infine, il 23 gennaio 1368, primo imperatore della Dinastia Ming. Sotto questa dinastia il Buddhismo cinese ebbe una certa ripresa anche se i sovrani predilessero le dottrine confuciane, emarginando e controllando sia il Buddhismo che il Daoismo. In questo periodo emersero, tuttavia, delle figure di un certo rilievo come il monaco Yúnqī Zhū Hóng (雲棲祩宏, 1535-1615), che promosse numerose associazioni laiche buddhiste e polemizzò duramente contro i gesuiti e le dottrine cristiane. Altri monaci di rilievo di questo periodo furono Hanshan Déqìng (憨山德凊, 1546-1623), Zibo Zhēnkě (紫柏真可, 1543-1604) e Ŏuyì Zhìxù (蕅益智旭, 1599–1655).

Il Buddhismo durante la Dinastia manciù dei Qing (1644-1912)[modifica | modifica wikitesto]

Il Buddhismo durante la Repubblica di Cina (1912-1949)[modifica | modifica wikitesto]

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Anno Eventi
I sec. Arrivo a Péngchéng (彭城, oggi Xuzhou) e a Luòyáng (洛陽), durante la Dinastia Han, dei primi monaci e delle prime scritture buddhiste Hīnayāna, provenienti dall'Asia Centrale
148 Giunge a Luòyáng il principe persiano, divenuto monaco, Ān Shìgāo (安世高) che ordinerà, secondo la tradizione, il primo monaco cinese, Yán fódiào (嚴佛調) di Línhuái.
150 Giunge a Luòyáng il missionario Mahāyāna e traduttore kushan Lokakṣema nel 168 convertirà il primo monaco buddhista cinese al Mahāyāna
170 Ān Shìgāo termina la prima traduzione del Mātaṅga-sūtra (conservato nel Mìjiàobù), primo sutra a contenere mantra e dhāraṇī, elementi di pratica spirituale caratteristici del successivo Buddhismo Vajrayāna
181 Giunge a Luòyáng il mercante persiano Ān Xuán (安玄) che diviene discepolo di Ān Shìgāo
188 Viene completata la prima traduzione del Vimalakīrti Nirdeśa sūtra (conservato nel Jīngjíbù)
III sec. Giunge a Luòyáng il sogdiano Saṃghavarman (康僧鎧, Kāng Sēngkǎi)
224 Il monaco indiano Vighna (維祇難, Wéizhīnán) giunge a Wǔcháng insieme a Zhu Jiangyan (竺將炎) e completa la prima versione cinese del Dhammapada (conservato nel Běnyuánbù)
225 Arrivo a Nánjīng da Luòyáng, dove era nato, del monaco di origine yuezhi, Zhī Qiān (支謙) il quale completa la versione cinese dei primi Prajñāpāramitā Sūtra (conservati nel Bōrěbù)
247 Giunge a Nánjīng da Hanoi il sogdiano Kāng Sēnghuì (康僧會)
260 Zhū Shìxíng (朱士行), originario dell'Henan raggiunge il Regno di Khotan per procurarsi alcuni Prajñāpāramitā Sūtra. È il primo monaco cinese a raggiungere l'Asia centrale.
265 Di ritorno da un viaggio lungo l'Asia centrale, giunge a Cháng'ān il monaco yuezhi Dharmarakṣa che fonda la prima scuola di traduttori
265 Dharmarakṣa completa la prima traduzione del Sutra del Loto (正法華經 Zhèng fǎhuā jīng, conservato nel Fǎhuābù)
IV sec. I barbari invadono la Cina del Nord dove fondano diverse dinastie. La Corte imperiale si ritira nella Cina meridionale
IV sec. Saṃghadeva completa le traduzioni in cinese degli Āgama indiani (conservati nel Āhánbù)
310 Il monaco taumaturgo Fótúchéng (佛圖澄) giunge a Luòyáng
365 Dào'ān (道安), discepolo di Fótúchéng, fonda a Xiāngyáng (襄陽, oggi nella provincia di Hubei) un importante monastero
380 Huìyuan (慧遠), discepolo di Dào'ān, fonda sul Monte Lú il monastero di Dōnglín (东林寺)
399 Fǎxián (法賢) parte da Nánjīng per raggiungere l'India
401 Kumārajīva giunge a Cháng'ān dove fonda una scuola di traduttori e introduce gli insegnamenti della scuola indiana Madhyamaka
403 Kumārajīva traduce la prima versione del Amitābha-sūtra (cinese, 阿彌陀經 Amítuó jīng, conservato nel Bǎojībù)
403 Kumārajīva traduce una versione del Sutra del Diamante (sanscrito Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra, cinese 金剛般若波羅蜜經 Jīngāng banruo boluómì jīng, conservato nel Bōrěbù)
404 Huìyuan redige lo Shāmén bùjìng wángzhě (沙門不敬王者) con cui respinge gli interventi politici nei monasteri buddhisti
406 Kumārajīva traduce la più importante versione del Sutra del Loto (妙法蓮華經 Miàofǎ Liánhuā Jīng, conservato nel Fǎhuābù)
410 Buddhabhadra giunge a Cháng'ān, ma respinto dagli allievi di Kumārajīva, raggiunge il Monte Lú per poi recarsi a Nánjīng
411 Fǎxián rientra a Nánjīng
417 Buddhabhadra e Fǎxián completano la prima traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇa-sūtra (大般泥洹經 Dà bān níhuán jīng, conservato nel Nièpánbù)
417 Dàoshēng (道生), allievo di Kumārajīva, abbandona Nánjīng in polemica con Buddhabhadra e Fǎxián per la loro traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇa-sūtra e fa ritorno sul Monte Lú
420 Buddhabhadra completa la prima traduzione dell'Avataṃsakasūtra (cinese (華嚴經 Huāyánjīng, conservato nel Huāyánbù)
421 Dharmakṣema completa una nuova traduzione del Mahāyāna Mahāparinirvāṇa-sūtra con i capitoli riportati dal Khotan
445 L'imperatore Tàiwǔ (太武), della Dinastia Wei settentrionale, scatena la prima persecuzione antibuddhista della Storia della Cina
V sec. L'imperatore Wénchéng (文成) della Dinastia Wei settentrionale per riparare ai massacri provocati dal suo predecessore fa scolpire le Grotte di Yúngāng (雲崗石窟)
V sec. Dharmakṣema completa la prima traduzione del Laṅkāvatārasūtra (cinese 楞伽經 Lèngqiéjīng). Questa traduzione è andata tuttavia perduta
V sec. Gli allievi di Kumārajīva fondano la scuola Sānlùn (三論宗) basata sulle dottrine Madhyamaka
511 L'imperatore (武) della Dinastia Liang meridionale vara leggi ispirate al Dharma buddhista
526 Presunto arrivo a Nanyue del monaco indiano Bodhidharma, fondatore della scuola Chán
548 Il monaco e traduttore indiano Paramārtha giunge a Nánjīng con 250 rotoli di scritture e introduce in Cina la scuola indiana Cittamātra
574 L'imperatore (武) della Dinastia Zhou settentrionale avvia la seconda persecuzione anti-buddhista
575 Zhìyǐ ((智顗) fonda sui Monti Tiāntái primo monasteroTiāntái
581 L'imperatore Wén (文) della Dinastia Sui riunifica la Cina e si proclama Cakravartin (轉輪聖王 zhuǎnlún shèngwáng), il re universale che governa mediante il Dharma buddhista
594 Zhìyǐ compila il Móhē Zhǐguān (摩訶止觀), il primo trattato cinese sulla meditazione
VI sec. Tánluán (曇鸞) fonda nel monastero di Xuánzōng (玄宗), la scuola Jìngtǔ (淨土宗) (Terra Pura)
VI sec. Il letterato Xún Jǐ (荀濟) pubblica il Lun fojiao biao attaccando duramente le comunità buddhiste
VI sec. Tánqiān (曇遷) fonda la scuola Shèlùn (攝論宗) basata sugli insegnamenti cittamātra. Questa scuola verrà assorbita nel VII sec. dalla scuola Fǎxiāng (法相宗)
625 Il monaco coreano Hyegwan (coreano 혜관, cinese 慧灌 Huìguàn, giapponese Ekan) fonda in Giappone la scuola Sanron basata sul lignaggio e gli insegnamenti della scuola cinese Sānlùn (三論宗, coreano Samron)
645 Xuánzàng (玄奘), rientra a Chang'an, da dove era partito nel 629 per un viaggio lungo l'India e fonda la scuola Fǎxiāng basata sugli insegnamenti cittamātra
653 Il monaco giapponese Dōshō (道昭) di ritorno dalla Cina fonda in Giappone la scuola Hosso seguendo il lignaggio della scuola cinese Fǎxiāng
685 Il monaco Fāzàng (法藏) diffonde presso la Corte imperiale le dottrine dell'Avataṃsakasūtra (華嚴經, Huāyánjīng, conservato nello Huāyánbù) fondando di fatto la scuola Huāyán (華嚴宗)
693 L'imperatrice Wǔ Zétiān (武則天) della Dinastia Tang si proclama Jīnlún shèngshén huángdì (金輪聖神皇帝, Sacra sovrana della Ruota d'Oro), perseguendo una decisa politica a favore del Buddhismo
695 Yìjìng (義淨) rientra a Luòyáng, era partito da Canton nel 671 per un viaggio lungo l'India e lo Sri Lanka
695 il monaco khotanese Śikṣānanda giunge a Luòyáng su invito dell'imperatrice Wǔ Zétiān e avvia una traduzione dell'Avataṃsakasūtra
VII sec. Presunto incontro tra Dàoxìn (道信) e il III patriarca del Chán Sēngcàn (僧璨) sul Monte Lú
VII sec. Dàoxìn fonda sul Monte Dòngshān (東山) (oggi nell'Hubei) il primo monastero Chán
VII sec. Dàoxuān (道安) fonda la scuola (律宗) basata sul Vinaya Dharmaguptaka, presto tutte le scuole buddhiste cinesi adotteranno questo Vinaya
713 Bodhiruci completa la prima traduzione del Ratnakūṭasūtra (大寶積經, Dà bǎojī jīng, è conservato nel Bǎojībù)
720 Il maestro indiano di scuola Vajrayāna, Vajrabodhi (671-741), sbarca a Guǎngzhōu proveniente da Sri Lanka. Nello stesso anno Vajrabodhi ordina monaco il suo allievo Amoghavajra (705-774) giunto cinque anni prima in Cina da Samarcanda
724 Subhākarasiṃha e Yīxíng (一行) completano la prima traduzione del Mahāvairocanāsūtra (大日經, Dàrì jīng), fondando la scuola di impronta Vajrayāna denominata Zhēnyán (眞言宗)
740 Il monaco coreano Simsang (cinese 審祥 Shěnxiáng), fonda in Giappone la scuola Kegon basata sul lignaggio e gli insegnamenti della scuola cinese Huāyán (華嚴宗)
751 Il generale di origini coreane Gāo Xiānzhī (高僊芝, ?-756) al comando di truppe cinesi viene sconfitto, vicino al fiume Talas, da un esercito arabo condotto da Ziyad ibn Salih. È il primo scontro tra arabi musulmani e cinesi. Da questo momento l'islamizzazione forzata dell'Asia centrale non incontrerà più ostacoli.
754 Il monaco cinese Jiànzhēn (鑑眞, 688–763) fonda in Giappone la scuola Ritsu basata sugli insegnamenti della scuola cinese Lǜ (律宗, Lǜ zōng)
800 Il monaco chán Bǎizhàng Huáihái (百丈懷海, 720-814), modificando il Vinaya Dharmaguptaka, introduce il lavoro per i monaci. Questo evento consentirà alla scuola Chan di sfuggire alle persecuzioni dell'845
805 Il monaco giapponese Saichō, rientrato da un pellegrinaggio in Cina, fonda la scuola Tendai che eredita il lignaggio e gli insegnamenti dalla scuola cinese Tiāntái
806 Il monaco giapponese Kūkai, rientrato da un pellegrinaggio in Cina, fonda la scuola Shingon che eredita il lignaggio e gli insegnamenti dalla scuola cinese Zhēnyán
819 Il famoso letterato confuciano Hán Yù (韓愈) invia alla Corte un memoriale contro le religioni straniere, con particolare riguardo al Buddhismo
845 L'imperatore Wǔzōng della Dinastia Tang scatena la terza e più grande persecuzione anti-buddhista nella Storia della Cina. Decine di migliaia di templi vengono distrutti e 250 000 monaci costretti a tornare allo stato laicale. Il Buddhismo cinese sopravviverà, ma non riconquisterà più i fasti e la credibilità culturale dei secoli precedenti
960 La Dinastia Song abolisce le norme anti-buddhiste, ma prosegue la marginalizzazione della cultura buddhista, rispetto a quella confuciana e daoista
983 Prima edizione xilografica del Canone buddhista cinese
1068 Viene varata una Legge che permette l'acquisto dello status di monaco buddhista dietro il pagamento di una somma di denaro. Condizione vantaggiosa per chi voleva essere esentato dalle tasse. Il saṃgha buddhista subisce un ulteriore svilimento spirituale e culturale senza precedenti
1133 Il monaco tiantai, Máo Zǐyuán, fonda la setta del Loto Bianco (白蓮教, Báiliánjiào) che si diffonde presto nelle campagne ed è all'origine dei successivi movimenti rivoluzionari
1175 Il monaco giapponese tendai, Hōnen (法然), fonda la scuola Jōdo-shu che eredita gli insegnamenti della scuola cinese Jìngtǔ (淨土宗)
1191 Il monaco giapponese tendai, Eisai, di ritorno da un pellegrinaggio in Cina diffonde gli insegnamenti della scuola Chán Línjǐ (臨濟) (giapp. Zen Rinzai)
1227 Il monaco giapponese tendai, Dōgen, di ritorno da un pellegrinaggio in Cina fonda la scuola Zen Soto che riprende il lignaggio e gli insegnamenti della scuola cinese Chán Caódòng (曹洞)
1260 I mongoli della Dinastia Yuan impongono alle scuole buddhiste cinesi il controllo da parte di lama tibetani. I monasteri buddhisti cinesi divengono occasione del riscatto popolare cinese anti-mongolo
XVI sec. Il monaco chán Zhū Hóng (株宏, 1535-1615) diffonde la pratica della recitazione del nome di Amitâbha nei monasteri Chán come pratica del gōng'àn (公案), caratterizzando il successivo Buddhismo Chán
1564 Il monaco cinese chán Yǐnyuán (隱元) giunge in Giappone dove fonda la scuola Zen Ōbaku (黃蘗) caratterizzata dalla pratica dello zazen, dei kōan e dalla recitazione del nembutsu
1603 Il gesuita Matteo Ricci, missionario in Cina, pubblica il Tiānzhǔ shíyì (天主實義) in cui attacca la dottrina buddhista definendo il Buddha 'arrogante'.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Per la Storia del Buddhismo dopo il 1949 vedi il Buddhismo nella Cina di oggi.
  2. ^

    « Una delle prime menzioni del Buddhismo da parte delle fonti cinesi si trova in un testo storico, peraltro oscuro e mutilo, in cui si parla di un letterato che nell'anno 2 a.C. avrebbe ricevuto l'insegnamento delle Scritture buddhiste da un principe o da un ambasciatore Yuezhi, cioè degli Indo-sciti, che allora governavano ai confini indoiranici »

    (in: Paul Demieville. Il Buddhismo cinese, in Henri-Charles Puech (a cura di) Storia del Buddhismo. Bari, Laterza, 1984, pagg. 160-1)
  3. ^

    « La prima precisa menzione del Buddha figura in un editto del 65, riguardante un principe imperiale, Ying di Chou, il quale manteneva presso la sua corte di Pengcheng (un importante centro commerciale della Cina orientale dove gli stranieri dovevano essere numerosi) una comunità di monaci (sicuramente stranieri) e di laii indicati con la loro denominazione tecnica indiana; e il testo precisa che il principe "sacrificava al Buddha" »

    (In: Paul Demieville. Il Buddhismo cinese, in Henri-Charles Puech (a cura di) Storia del Buddhismo. Bari, Laterza, 1984, pagg. 160-1)
  4. ^ Il Gāosēng zhuàn (高僧傳, Biografie di monaci eminenti, cor. Goseung jen, giapp. Kōsō den, T.D. 2059), composto in 14 fascicoli da Huìjiǎo (慧皎, 497-554) nel 519 mentre risiedeva nel monastero di Jiaxiang. Contiene la biografia di 257 tra monaci e monache vissuti in Cina tra il 67 e il 519 ed è conservato nello Shǐchuánbù.
  5. ^ 石勒 regno 319-333, della Dinastia Zhao posteriore, 後趙, 319-351
  6. ^ Dinastia Wei orientale (534-550, capitale: Luòyáng); Dinastia Wei occidentale (535-557, capitale: Cháng'ān); Dinastia Qi settentrionale (550-557, capitale: ).
  7. ^ Appellativo comune dato al trono imperiale cinese.
  8. ^ Questa dinastia è suddivisa in due periodi: la Dinastia Song settentrionale (960-1127, capitale: Biàn, 汴); la Dinastia Song meridionale (1127-1279, capitale: Lín'ān, 臨安).
  9. ^ Questa dinastia, denominata Dinastia Liao, rappresenta l'unione di otto tribù del popolo Qìdān (契丹) guidate da un khan che dominò parte della Cina settentrionale dal 907 al 1125 avendo come capitale, dal 936, Yandu l'attuale Pechino. Nel 1125 questo regno fu conquistato dalla Dinastia Jīn formata dai khan di una tribù tungusa fino a quel momento tributaria dei Liáo. I Jīn, che stabilirono nel 1127 la propria capitale a Biàn strappata al dominio della Dinastia Song, furono conquistati dai mongoli nel XIII secolo.
  10. ^ Questo regno viene indicato come Dinastia Xia occidentale (1032-1227, capitale: Níngxià) e venne conquistato dai mongoli nel XIII secolo.
  11. ^ «Il Lamaismo divenne di fatto la religione di Stato, a danno del Sangha cinese che per molti decenni fu soggetto a un regime lamaista terroristico.» Erik Zurcher in: Il Buddhismo in Cina, Buddhismo. Giovanni Filoramo (a cura di). Bari, Laterza, 2007, pag.227. Cfr. anche Mario Sabattini e Paolo Santangelo. Storia della Cina. Bari, Laterza, 2000, pag. 470.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Poceski. China in Encyclopedia of Buddhism. New York, McMillan, 2004, pagg. 139-45. ISBN 0-02-865910-4.
  • Erik Zurcher. Il Buddhismo in Cina in Giovanni Filoramo (a cura di), Buddhismo. Bari, Laterza, 2001, pagg. 185-236. ISBN 978-88-420-8363-4
  • Paul Demieville. Il Buddhismo cinese, in Henri-Charles Puech Storia del Buddhismo. Bari, Laterza, 1984, pagg. 157-227.
  • Richard H. Robinson e Williard L. Johnson. La religione buddhista. Roma, Ubaldini, 1998, pagg.209-67. ISBN 88-340-1268-2
  • Sthephen F. Teiser Buddhism: Buddhism in China. Encyclopedia of Religion, Second Edition, New York, Thomson Gale and Macmillan Reference, 2005, pagg. 1160-9. ISBN 0-02-865735-7
  • Mario Sabattini e Paolo Santangelo. Storia della Cina. Bari, Laterza, 2000. ISBN 88-420-4528-4

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Buddhismo Portale Buddhismo: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di Buddhismo