Palazzo Salis (Chiavenna)

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Facciata principale di Palazzo Salis.

Palazzo Salis è un edificio storico settecentesco, situato in una delle piazze principali di Chiavenna, piazza Castello, in provincia di Sondrio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La prima testimonianza in Valle risale al 1321, quando un ser Guberto detto Sassus fu ser Rodolfo Salis di Soglio investì a livello uno di Piuro di un terreno a Ponteggia di Villa. Nel 1368 una controversia circa i diritti sull'alpe Madris, tra Piuro e la Val di Lei, divise uno di Savogno e ser Rodolfo Salis, figlio di Guberto, che abitava tra Soglio e Chiavenna. Egli, quattro anni più tardi, comperò questi diritti, in deroga, agli statuti di Como per speciale concessione di Galeazzo Visconti di Milano. Segno, questo, di fare qualsiasi acquisto nel territorio dell’episcopato di Como da parte di un forestiero, del prestigio già acquisito dai Salis i quali andarono anche esenti dal pagamento delle tasse a Chiavenna fino al 1383, quando, dopo anni di discussioni, il consiglio generale del comune obbligò anche un Salis, Agostino fu ser Rodolfo, a contribuire sui multa bona immobilia, scilicet terre, domus et possessiones, cioè sui numerosi beni immobili: terre, case e proprietà sia nel borgo che nel contado.[1]

Nel ventennio tra il 1388 e e il 1409 costui concedeva a livello suoi terreni a Campodolcino e a Chiavenna. L'elevato canone di affitto è una prova del notevole valore dei beni. A metà Quattrocento Rodolfo, figlio di costui, riacquistava terreni e case a Chiavenna alla Berta. È il periodo in cui il duca Francesco Sforza rinnovava ai Salis l'esenzione dai pedaggi a partire dal 1461. Con il passaggio della Valle, nel 1512, alla repubblica delle Tre Leghe o dei Grigioni si intensificò la presenza dei Salis, anche con legami matrimoniali.

Nel Settecento continuarono le compravendite. Per esempio, nel 1707, gli eredi del commissario Andrea Salis vendevano la casa acquistata nel 1528 per ben 1050 Filippi. L'atto fu steso nell'abitazione del vicario Andrea Salis in Montano.

Nel 1740 i tre figli di Antonio III possedevano a Chiavenna cinque case, un giardino al Peré, una vigna di sette pertiche a San Giovanni, due prati alle Bolgiole, due corti, una quota della sosta, osteria e pescheria alla Riva di Mezzola, un sedicesimo del dazio del pane, vari livelli, soprattutto vigne. Due sono le abitazioni Salis nel 1753 nel quartiere della Fontana, già detto di Ponte. La maggiore concentrazione dei loro immobili a Chiavenna è nella zona a nord-est, ai piedi della rocca del castello e in vicinanza della chiesa collegiata e del Pretorio. Solo quello presso piazza Castello, che viene ancora oggi indicato con il nome dei Salis fu fatto costruire dalla famiglia stessa, mentre tutti gli altri, eretti a Chiavenna da famiglie diverse nel Cinquecento, furono acquisiti in seguito.

Il palazzo fu acquistato nel 1954 dalla famiglia Confalonieri Carnazza, i cui eredi sono gli attuali proprietari, e oggi, oltre alle abitazioni private ospita un B&B e, nella sua sala principale, mostre d'arte, rassegne musicali, servizi fotografici, convegni e ricevimenti.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

La facciata principale di Palazzo Salis dà sul giardino che, in leggera discesa, si raccorda al livello dell'antistante piazzetta John Silvani, com'è stata chiamata l'area che precede la piazza più grande. Il giardino, tra le cui piante si possono notare alcune sequoie, contorna anche il prospetto sud-est dell'edificio. Verso la piazza il grande cancello in ferro battuto era preceduto, sino a fine Ottocento, da alcuni gradini, poi eliminati per permettere l'accesso ai carri.

Il corpo centrale della facciata è aggettante rispetto ai due laterali simmetrici, è smussato agli angoli e ha una lunghezza corrispondente a un lato del locale più importante, il cosiddetto teatrino, a cui si accede da due ingressi simmetrici in facciata e da altrettanti ricavati nella porzione laterale dell'avancorpo. Sia gli ingressi sia le finestrte al primo piano sono sormontati, nella facciata del corpo aggettante, da un elemento curivilineo in gesso e, sui prospetti dei due corpi laterali, da un timpano racchiudente un motivo fogliaceo. Tale elemento decorativo si raccorda, tramite cartelle inferiormente risolte a due ampie volute, con i soprastanti davanzali in pietra ollare delle finestre, che nel sottotetto sono più piccole e quadrate. La facciata aggettante è rifinita da un tetto-cornice sporgente, che continua anche nei corpi laterali. Oltre, è un attico, al centro del quale una grossa cornice racchiude un tondo, mentre ai lati la struttura è alleggerita da pinnacoli. L'interno delle cartelle e le specchiature dei riquadri rettangolari ordinati in verticale, risultanti dall'incrocio delle lesene e delle fasce marcapiano, sono dipinti in tinta verde chiara. Il tutto conferisce alla facciata un senso di leggerezza e di eleganza.

Il fianco sud-est verso il giardino è caratterizzato da una serie di cinque finestre per ciascuno dei due piani; oltre, terminato il giardino rialzato, una coppia di finestre per piano è posizionata ad altezza superiore per permettere di ricavare un pianterreno. Segue una parte rientrante servita ai due piani superiori da lunghe logge con elaborata ringhiera in ferro battuto.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

Il salone, indicato talora come teatrino, di pianta rettangolare, comprende anche l'area del piano superiore. Le pareti sono un susseguirsi di porte dai battenti dipinti, una decina di cui due finte, di specchiere e di stucchi. Al centro dei lati minori vi sono due camini di marmo marrone-rosato. A più di metà altezza gira tutt'attorno una balaustra, alla quale si accede dalle camere al piano superiore: il parapetto è costituito da una serie di pilastrini alternati a elementi a sagoma fogliacea. I colori sono tenui, verde pastello e rosa, con pochi altri che sottolineano i leggeri elementi a ghirlanda e a fiore. Il pavimento è in lastre di pietra ollare locale, in cui sono segnati dei quadrati regolari, mentre il soffitto, dalle tinte più cariche, è l'esplosione dell'architettura dipinta rococò: quattro archi con l'intradosso a lacunari, idealmente sostenuti da coppie di colonne, alzano all'occhio il soffitto tra elementi floreali e fogliacei. Dal salone si accede a sinistra in una saletta con pavimento a scacchi in marmo bianco e nero. Qui gli stucchi fanno da cornice a specchiere a tre oli su tela di soggetto nordico. Quella sulla parete meridionale rappresenta un paesaggio alpestre inquadrato da alberi con ponte, animato da persone; quella sopra il camino raffigura delle fortificazioni e una larga cascata a tre salti con pescatori, mentre quella sulla parete nord presenta un paesaggio nordico tra piante, un corso d'acqua, alcune persone, tra cui un cacciatore. Le tre tele sembrano da attribuire a un pittore d'oltralpe e richiamano quelle inserite nelle pareti di due sale nel palazzo Schauenstein a Fürstenau, all'entrata nella città vecchia. Simmetrica a questa saletta rispetto al salone è un'altra stanza con la stessa pavimentazione, le pareti verde chiaro con stucchi leggeri e un camino in marmo. A sud si entra in un altro locale dalle pareti ancora verde chiaro con stucchi e dal soffitto marroncino-beige, camino in marmo e pavimento in cirmolo con intarsi geometrici in noce. Ancora più verso sud, oltre il corridoio con pavimentazione in gneis a riquadri, corrispondente all'ingresso principale per chi sale da via Dolzino, un'altra stanza lungo la via principale è decorata da stucchi e riscaldata da una grande stufa cilindrica ottocentesca. Al piano superiore vi sono altre sale finemente decorate da stucchi. Stando a quanto testimoniato da un viaggiatore dell'epoca, dovevano esserci nel terzo decennio dell'Ottocento anche tele di Angelica Kauffmann, di cui si sono perse le tracce.

Dettaglio dell'interno di una delle camere da letto.

Documentazione[modifica | modifica wikitesto]

Sul palazzo è scarsa la documentazione storica, anche a causa della dispersione a cui andarono soggetti gli archivi privati. Dalle ricerche dello storico Guido Scaramellini è però affiorato un atto del notaio Giovan Antonio Pino del 19 giugno 1755. In esso il capitano e podestà Antonio Salis Tagstein, figlio del defunto commissario Ercole, in cambio di tre fitti livellari ottenne una casa, annessa al suo giardino, già di Francesco Peverelli Ferlino, allora appartenente a un canonicato della vicina collegiata per ampliare con la demolizione di quella il proprio giardino. Il documento conferma che il nuovo palazzo di famiglia era già stato costruito ed era almeno in parte abitabile, visto che l'atto fu steso nel locale al secondo piano dell'edificio e che altri rogiti furono redatti tra il 1752 e il 1758 in aula terranea dicta la saletta, nel cortile del palazzo, in viridiario annesco domus, in hipocausto parvo dicto il Stuvetto. Non c'è neppure notizia di chi lo eresse, anche se per le maestranze si può pensare a quelle ticinesi, presenti in gran numero in Valchiavenna dal Cinque a tutto il Settecento e ricorrenti come testi in atti redatti dallo stesso notaio nella casa Salis. Circa il progettista, Fabrizio Leoni per primo ha fatto il nome di Pietro Solari di Bolvedro, essendo questi documentato a Chiavenna nel 1760 da una lettera scritta il 28 novembre di quell'anno da Giovan Pietro Malacrida al pittore Cesare Ligari. Guido Scaramellini ne ha trovato conferma in due atti del 1757 e 1758 redatti nella casa Salis, in cui il capomastro figura testimone. Si riconoscono infatti molti elementi del linguaggio solariano, che si rifà al Borromini: dal gioco delle aperture, anche finte, alla tribuna e alla felice sintesti tra architettura, pittura e decorazione in stucco. L'attribuzione al Solari e alle medesime maestranze di pittori e stuccatori che lavorarono con lui a Sondrio nel salone di palazzo Sertoli è accolta anche dalla Coppa, che definisce l'archittetto uno dei protagonisti più geniali del Settecento locale, anche se a tutt'oggi non adeguatamente riconosciuto nel suo valore. Egli è autore, oltre che del palazzo Sertoli di Sondrio, anche del palazzo Malacrida di Morbegno e ha collaborato a Sondrio al campanile della collegiata e al ponte sul Mallero. Quanto agli affreschi, sono dalla stessa Coppa assegnati a un collaboratore abituale di Giovan Antonio Torricelli, il luganese Francesco Massali, autore nel 1761 delle quadrature della sala di Ercole nel palazzo Peregalli di Delebio. Quelli di Chiavenna sono considerati una rielaborazione in tono minore del grande modello del salone di palazzo Sertoli.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

Tra i personaggi che vi hanno dimorato si ricorda la pittrice Angelica Kauffmann (1741-1807) e l'arciduca Ranieri, viceré dell'imperatore Francesco I (1820 ca.).[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Residenze nobiliari di Valtellina e Valchiavenna: le dimore delle famiglie Salis e Sertori.
  2. ^ http://www.vvdimorestoriche.com/palazzo-salis-di-chiavenna/