Palazzo Priotti

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Palazzo Priotti
PalazzoPriotti.jpg
Localizzazione
StatoItalia Italia
LocalitàTorino
IndirizzoCorso Vittorio Emanuele II, 52
Coordinate45°03′44.46″N 7°40′49.78″E / 45.062351°N 7.680495°E45.062351; 7.680495Coordinate: 45°03′44.46″N 7°40′49.78″E / 45.062351°N 7.680495°E45.062351; 7.680495
Informazioni generali
Condizionicompletato
Costruzione1900
Usoresidenziale e commerciale
Realizzazione
IngegnereCarlo Ceppi

Il Palazzo Priotti è un edificio storico di Torino, rappresenta una delle prime sperimentazioni che, da un'impostazione ancora evidentemente eclettica, lascia trasparire primi stilemi liberty.

L'edificio è compreso nel quartiere Centro e sorge a pochi metri di distanza dalla stazione di Porta Nuova, anch'essa progettata da Carlo Ceppi.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La progettazione di questo edificio risale a un periodo particolarmente felice per il capoluogo sabaudo. Nella seconda metà dell'Ottocento, infatti, la città visse un inatteso periodo di rinnovamento e una nuova espansione a conseguenza della sua nuova vocazione industriale.

La progettazione dell'edificio venne inizialmente affidata dalla famiglia Priotti all'architetto Camillo Riccio, rimaneggiando una costruzione preesistente risalente al 1861 e progettata dall'architetto Blachier;[1] il vecchio edificio era noto in città per ospitare sin dal 1865, sull'angolo dell'attuale via Urbano Rattazzi, il celebre Caffé Burello, abituale ritrovo di viaggiatori e dell'aristocrazia ma anche dell'emergente borghesia torinese.[2][3]

In seguito all'improvvisa morte dell'architetto Riccio nel 1899 il progetto venne affidato a Carlo Ceppi, già noto per aver realizzato numerose residenze, alcune chiese e la recentissima stazione di Porta Nuova. La costruzione dell'edificio terminò nel 1901 e apparve da subito un elegante esempio di eclettismo già molto influenzato dal nascente stile liberty che caratterizzò il panorama architettonico torinese del successivo decennio.

Nel 1913 l'edificio divenne proprietà della famiglia Frisetti che, al posto della patinoire ubicata nella corte interna, fece realizzare su progetto dell'architetto Eugenio Ballatore di Rosana una sala cinematografica che, dopo ulteriori riadattamenti, esiste ancora ai giorni nostri come il Cinema Ambrosio.[4]

Risparmiata dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, l'edificio attualmente è sede di alcuni studi professionali e residenze private.

Caratteristiche progettuali[modifica | modifica wikitesto]

Realizzato su progetto di Carlo Ceppi l'edificio sorge al confine del centro storico con il quartiere San Salvario e si sviluppa su cinque piani fuori terra, più il piano mansardato. Il piano stradale ospita locali commerciali e il noto Cinema Ambrosio sormontati dal tipico mezzanino e gode di una privilegiata collocazione lungo l'asse di corso Vittorio Emanuele II, mentre è percorso lateralmente da via Urbano Rattazzi e via Carlo Alberto.

L'edificio presenta un largo uso di decorazioni in litocemento e si inserisce armonicamente nel contesto urbano del corso che, in quegli anni, fu rinominato intitolandolo alla memoria di Vittorio Emanuele II. L'architettura si distingue per un ricco apparato decorativo che manifesta una commistione di primi elementi liberty, allo stile barocco tanto caro al Ceppi.[5]

La facciata principale di corso Vittorio Emanuele II determina la fine del percorso porticato progettato dall’architetto Carlo Promis che coinvolge tutti gli edifici intorno alla stazione di Porta Nuova e all'adiacente piazza Carlo Felice. Essa è caratterizzata da grandi conchiglie che accolgono i bovindi, alternate da analoghe conchiglie fanno da sostegno ai balconcini riccamente decorati con ringhiere in ferro battuto. Il susseguirsi di decorazioni, stucchi, sculture, rendono i prospetti particolarmente ricchi e la cimasa centrale della facciata principale rappresenta la cifra stilistica tipica del Ceppi, quest'ultimo elemento decorativo già riscontrato in palazzo Ceirana-Mayneri, sormonta un ampio lucernario tripartito da colonne a torciglione, fregi, pinnacoli e abbondanti decori in litocemento.

Come arrivarci[modifica | modifica wikitesto]

M1 Metropolitana Fermi - Lingotto (fermata Porta Nuova).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vera Comoli Mandracci, 1983, pp. 209-215
  2. ^ Scarzella, 1995, pp. 6-12
  3. ^ Verso la fine del secolo il "Caffè Burello" divenne il luogo frequentato dai primi pionieri dell'automobilismo come il noto Emanuele Cacherano di Bricherasio, Lanza, Ceirano, Faccioli, qui nacque infatti l'idea di produrre le prime vetture a marchio Welleyes e, dal 1897, si tennero le riunioni che portarono alla fondazione della F.I.A.T. nel 1899 da parte del principale promotore dell'iniziativa: Emanuele Cacherano di Bricherasio.
  4. ^ La rivista dell'epoca Vita Cinematografica riporta il seguente articolo: «Nelle ore pomeridiane avanti al Cinema Ambrosio, ove si susseguono interessanti film, quanto di migliore conti l’applaudita produzione italiana, si vedono sempre lunghe teorie di automobili e di carrozze, il che dimostra il grande favore incontrato da questo nuovo cinematografo fra il nostro pubblico più scelto. Entrate grandiose, rischiarate da grandi lampade ad arco, immettono nelle sale di attesa, ove si ha una scelta orchestrina di tzigani che, con musica graziosa, interessa vivamente il pubblico. Le sale di attesa dei vari posti sono larghe e spaziose e artisticamente decorate con stucchi e con statue. Da una galleria, che ha della veranda e della serra, perché ornata di belle e alte piante, il pubblico passa nella sala di proiezioni, e piace qui ricordare i nuovi mezzi di luce adottati, affinché lo spettatore possa comodamente prendere posto».
  5. ^ Scarzella, pp. 6-12

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Beni culturali ambientali nel Comune di Torino, Torino, Politecnico di Torino Dipartimento Casa-Città, Società degli Ingegneri e degli Architetti in Torino, 1984, ISBN non esistente.
  • Vera Comoli Mandracci, Le città nella storia d'Italia(collana), Roma-Bari, Laterza, 1983, ISBN non esistente.
  • Paolo Scarzella (a cura di),, Torino nell'Ottocento e nel Novecento. Ampliamenti e trasformazioni entro la cerchia dei corsi napoleonici, Torino, Celid, 1995, ISBN non esistente.
  • Mila Leva Pistoi, Mezzo secolo di architettura 1865-1915. Dalle suggestioni post-risorgimentali ai fermenti del nuovo secolo, Torino, Tipografia torinese, 1969, ISBN non esistente.
  • Rossana Bossaglia, Il Liberty in Italia, Charta, 1997, ISBN 88-8158-146-9.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]